Cuba. L’embargo Usa aggrava la situazione del paese, ma la vera causa è il socialismo di Stato

di Giuseppe Lai

La crisi del carburante è diventata il perno attorno a cui ruota gran parte del disastro quotidiano a Cuba. Gli effetti diretti e indiretti, come la paralisi dei trasporti, la carenza di cibo e medicinali, il deterioramento progressivo dei servizi di base e i blackout prolungati, scandiscono una routine insopportabile per milioni di persone. Una situazione che, secondo le Nazioni Unite, potrebbe «aggravarsi fino al collasso» se dovesse proseguire l’embargo imposto dagli Stati Uniti sull’approvvigionamento di petrolio dell’isola.
L’America di Donald Trump giustifica la linea dura ritenendo Cuba una minaccia eccezionale per la sicurezza statunitense, auspicando al contempo un cambio di regime nell’isola in senso democratico. L’auspicio di un regime change, nonostante l’imprevedibilità della fonte, merita un approfondimento in quanto attiene al quadro politico-istituzionale vigente nel Paese, ritenuto determinante da vari analisti nella genesi della situazione cubana.
In base alla Costituzione approvata nel 2019, Cuba è definita all’articolo 1 «Stato socialista di diritto, democratico, indipendente e sovrano», fondato su un sistema monopartitico: il Partito Comunista, riconosciuto come la «forza dirigente superiore della società e dello Stato».
Il richiamo naturale è ai vecchi regimi dell’ex Unione Sovietica, con i quali l’attuale governo cubano guidato da Miguel Díaz-Canel condivide evidenti tratti autoritari: stretto controllo sull’esercito e sulle forze dell’ordine, repressione del dissenso, restrizione delle libertà in tutti gli ambiti della vita sociale, impossibilità di costituire una stampa indipendente.
Se si torna indietro alla fine degli anni ’50, l’attuale regime cubano potrebbe essere etichettato come una «dittatura di ritorno». Il 1959 segna infatti la caduta di Fulgencio Batista, presidente di Cuba dal 1940 al 1944 e poi dal 1952 al 1959, che aveva imposto sull’isola una dittatura corrotta e oppressiva, tesa a privilegiare gli interessi di un’oligarchia dominante.
Il rovesciamento di Batista fu l’esito della rivoluzione guidata da Fidel Castro e da altri combattenti, tra cui Ernesto Che Guevara. Essi si proponevano di costituire un sistema socialista antiamericano e anticapitalista «orientato» al popolo, fondato sulla centralità statale, sulla nazionalizzazione dell’economia e sulla redistribuzione delle risorse, ispirato a un mix ideologico che fondeva nazionalismo e marxismo-leninismo.
Tuttavia, l’ampio sostegno popolare alla rivoluzione non si tradusse in un controllo democratico. Il governo decideva ogni passo ma, al tempo stesso, si preoccupava di impedire qualsiasi azione indipendente proveniente dal popolo. In tal modo i cittadini sostenevano l’azione del governo, ma non prendevano parte ai processi decisionali.
Uno dei punti cruciali della rivoluzione castrista è stato proprio questo: la soppressione del capitalismo e l’adozione di un’economia pianificata non sono state accompagnate dalla partecipazione democratica dei lavoratori alle decisioni pubbliche, che venivano prese «dall’alto» in ogni settore, dall’economia alla politica fino alla società.
Pertanto, nonostante il forte consenso iniziale e una propaganda che presentava il Líder Máximo come unico difensore del popolo contro gli Stati Uniti, creando un modello di partecipazione basato sulla mobilitazione contro l’invasore piuttosto che sulla scelta democratica, il sistema cubano assumeva tratti ben definiti: verticismo, personalismo e autoreferenzialità, caratteristici di un autoritarismo di stampo sovietico, con inevitabili effetti collaterali quali burocrazia, assenza di trasparenza e inefficienze nei processi decisionali.
Sul piano sociale ciò ha condotto a una società ingessata, nella quale la mancanza di creatività, l’adesione alla routine e l’obbedienza cieca e inerte al potere hanno costituito il terreno fertile per le storiche esortazioni del regime alla resistenza del popolo. Una condizione di inerzia collettiva riscontrabile ancora oggi, nonostante la situazione disperata che attraversa il Paese.
Il concetto di partecipazione democratica sopra esposto merita tuttavia ulteriori riflessioni, con specifico riferimento alla cornice ideologica che ha caratterizzato la storia cubana. Fidel Castro e il gruppo rivoluzionario avevano respinto i principi della rappresentanza politica e del sistema elettorale, ritenuti espressioni del potere borghese. A ciò contrapposero il concetto di «processo decisionale collettivo», ottenuto attraverso l’acclamazione diretta da parte del popolo.
Questa modalità di partecipazione era incentrata su varie organizzazioni di massa, tra cui i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), strutturati capillarmente a livello di quartiere. Dal punto di vista del potere costituito, i Comitati venivano propagandati come una forma di democrazia «dal basso», con svariate funzioni: riunire milioni di cittadini per promuovere sicurezza, sanità e istruzione, agendo come base territoriale a sostegno dei principi della rivoluzione.
Non è necessario scomodare i detrattori di tale modalità partecipativa per sostenere che essi fungevano piuttosto da strumenti di sorveglianza e controllo sociale, da cui la definizione di «orecchie della rivoluzione». Il loro compito reale era infatti quello di segnalare alle autorità competenti eventuali segnali di «controrivoluzione» in atto sul territorio.
In altri termini, uno strumento di controllo ideologico e di verifica del sostegno al governo, in netta antitesi rispetto alla realtà di molte organizzazioni democratiche presenti nei sistemi liberali, che non rispondono a un partito unico e hanno concrete possibilità di rappresentanza ai più alti livelli istituzionali.
Un simile impianto politico-ideologico caratterizza di fatto l’attuale assetto istituzionale dell’isola caraibica e pone non pochi ostacoli all’attuazione di un processo riformatore in grado di migliorare significativamente la realtà cubana.
Il tema economico, straordinariamente attuale nel Paese, rappresenta la colonna portante della Costituzione del 2019, emanazione diretta della forma di Stato socialista. L’adesione alla dottrina socialista si è tradotta nell’adozione di un sistema economico fondato su quattro pilastri: 1) l’affermazione della proprietà socialista dei mezzi di produzione come forma principale di proprietà; 2) il rifiuto del sistema di produzione capitalista basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; 3) l’affermazione del principio di distribuzione socialista «da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo il proprio lavoro»; 4) il riconoscimento della pianificazione statale quale componente centrale del sistema di direzione dello sviluppo economico.
Questi principi, già presenti nella Costituzione del 1976, sono rimasti sostanzialmente invariati nel nuovo testo costituzionale. La stessa Carta aveva previsto un dibattito pubblico, ma è stata redatta dal potere costituito senza alcuna forma di partecipazione popolare dal basso, risultando fortemente ancorata alle radici socialiste di matrice leninista.
Il Partito Comunista si conferma il fulcro delle dinamiche istituzionali. Tutte le decisioni principali passano, direttamente o indirettamente, dalla volontà del Partito, così come tutte le cariche istituzionali più importanti.
In riferimento all’economia, l’impostazione della Costituzione è solo parzialmente «ibrida». Da un lato conferma formalmente l’impianto socialista classico, in particolare per quanto riguarda la proprietà pubblica. Dall’altro non esclude spazi di azione per l’iniziativa privata, l’apertura ai mercati e istituti volti ad attrarre sull’isola capitali stranieri.
L’interpretazione più corretta del testo sottolinea tuttavia il ruolo principale della proprietà pubblica rispetto alle forme di proprietà non statali, in primis la proprietà privata, che hanno carattere eccezionale e sono ammesse nella misura in cui risultino compatibili con il perseguimento degli obiettivi del socialismo.
In definitiva sarebbe fuorviante leggere la Costituzione del 2019 come una fase di passaggio nel percorso di Cuba verso un prossimo approdo all’economia di mercato sul modello delle democrazie liberali occidentali. Il modello che sembra esercitare una maggiore forza attrattiva sull’ordinamento cubano appare oggi rappresentato dal socialismo di mercato cinese piuttosto che dal libero mercato nordamericano ed europeo.
All’interno del quadro costituzionale appena descritto non è semplice ipotizzare la realizzazione di riforme strutturali radicali in ambito economico. Esse richiedono un contesto giuridico a sostegno dell’imprenditoria privata, finanziamenti per promuovere concorrenza e investimenti, il pieno riconoscimento della proprietà privata e una politica efficace per attrarre investitori esteri.
Uno step importante sarebbe la liberalizzazione del settore agricolo, dove la maggior parte della terra è statale, unitamente all’apertura dell’economia alla competizione in settori dominati da monopoli pubblici come le telecomunicazioni e l’energia.
L’embargo statunitense, risalente agli anni ’60 e tuttora in vigore, deve essere considerato una concausa aggravante della situazione socioeconomica in corso. La causa primaria va invece ricercata nella mancanza di un processo riformatore che, in primo luogo, dovrebbe mettere in discussione i capisaldi del costituzionalismo socialista, rivelatosi vantaggioso per il potere ma fallimentare per l’intera collettività.