di Giuseppe Gagliano –
Gli Stati Uniti hanno annunciato nuove restrizioni sui visti contro funzionari governativi di Cuba, Brasile, Grenada e diversi Paesi africani, accusandoli di complicità nel sistema delle missioni mediche cubane. Per Washington, questi programmi, presentati dall’Avana come cooperazione sanitaria internazionale, non sarebbero altro che una forma di lavoro forzato, utile a garantire valuta estera al governo di Miguel Díaz-Canel.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito le missioni come una “truffa diplomatica”. Secondo la sua ricostruzione, Cuba “affitterebbe” medici e operatori sanitari a prezzi elevati ai Paesi ospitanti, trattenendo la gran parte dei guadagni e destinando ai professionisti solo una frazione. In questa prospettiva, programmi come il “Mais Médicos” in Brasile, nati per portare cure nelle aree più remote, sarebbero diventati strumenti di sfruttamento organizzato dallo Stato.
L’inserimento di ex funzionari brasiliani nelle liste di sanzioni, come Mozart Julio Tabosa Sales e Alberto Kleiman, testimonia l’intenzione di Washington di estendere la responsabilità anche ai Paesi che hanno collaborato con L’Avana. La strategia rientra nella linea di pressione diplomatica già intensificata dall’amministrazione Trump, culminata a luglio con l’inclusione dello stesso Díaz-Canel tra i destinatari delle misure punitive.
Per Cuba, le “missioni internazionaliste” sono una delle principali fonti di valuta estera insieme al turismo e alle rimesse. Nonostante le accuse, rappresentano per molti Paesi in via di sviluppo un supporto sanitario prezioso. Ma il sistema presenta ambiguità: da un lato l’assistenza a comunità marginalizzate, dall’altro un meccanismo che alimenta le casse del regime e riduce i diritti contrattuali dei professionisti.
Washington mira a colpire proprio questa ambivalenza. Non a caso, il Dipartimento di Stato ha invitato i Paesi partecipanti a pagare direttamente i medici, evitando gli intermediari governativi cubani. Una proposta che, se accettata, ridurrebbe drasticamente il potere politico ed economico dell’Avana.
La risposta di Cuba non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha respinto le accuse, definendo le restrizioni “un atto di aggressione” e rivendicando la legittimità delle missioni come programmi di cooperazione. Per l’Avana, si tratta di una battaglia politica più ampia: difendere il modello di internazionalismo sanitario che ha garantito prestigio internazionale all’isola, soprattutto nel Sud globale, e allo stesso tempo resistere a quella che considera una forma di ingerenza statunitense.
La vicenda delle missioni mediche si colloca in un contesto più ampio: la competizione tra modelli di cooperazione. L’Avana usa la sanità come strumento di soft power e di sopravvivenza economica, mentre Washington cerca di delegittimarla, proponendo una narrazione alternativa che riduce le missioni a mero sfruttamento. Il conflitto, quindi, non è solo tra Cuba e Stati Uniti, ma si proietta su Paesi terzi, dal Brasile all’Africa, trasformando la salute pubblica in terreno di scontro geopolitico.
Resta da capire se la strategia statunitense riuscirà a minare il consenso internazionale attorno alle missioni cubane. In molti Paesi, soprattutto in Africa e America Latina, i medici cubani sono percepiti come una risorsa indispensabile, nonostante le critiche occidentali. Le misure di Washington rischiano dunque di essere interpretate come un atto politico più che umanitario, con l’effetto di rafforzare la narrativa di resistenza cara all’Avana.












