Cuba. Washington rialza la pressione: il ritorno della dottrina del cortile di casa

di Giuseppe Gagliano –

Cuba torna al centro della tensione tra Washington e America Latina dopo l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. Il caso riporta l’isola al centro della strategia americana e riattiva una crisi geopolitica che va ben oltre la figura ormai simbolica del leader novantaquattrenne.
La Casa Bianca ha intensificato la pressione politica sull’Avana, mentre esponenti politici della Florida evocano apertamente tutte le opzioni possibili contro il regime cubano. Donald Trump mantiene una linea ambigua: nessuna escalation dichiarata, ma nessuna tolleranza verso un governo considerato sempre più fragile e ostile agli interessi americani.
Tra gli scenari ipotizzati emerge quello di un’operazione mirata per arrestare Raúl Castro e trasferirlo negli Stati Uniti. Dal punto di vista militare, Washington dispone della superiorità necessaria per colpire l’isola, ma il rischio strategico resta elevato. Un’azione del genere potrebbe trasformare Castro in un martire nazionale, rafforzare l’apparato di sicurezza cubano e offrire a Russia, Cina, Iran e Venezuela un nuovo argomento contro l’interventismo americano.
Più realistico appare invece uno scenario di transizione controllata all’interno dello stesso sistema cubano. L’obiettivo non sarebbe abbattere lo Stato, ma favorire una nuova leadership più disponibile ad aprire l’economia, ridurre l’influenza russo-cinese e riallacciare i rapporti con Washington e con il capitale occidentale. In questo quadro, le imprese americane tornerebbero a guardare a Cuba come a un mercato strategico nei Caraibi, soprattutto nei settori del turismo, delle infrastrutture, della logistica e dell’energia.
Un simile cambiamento, però, rischierebbe di apparire come una restaurazione guidata dall’esterno. L’identità politica cubana si è costruita per decenni proprio sull’opposizione all’influenza statunitense e qualsiasi transizione percepita come imposta potrebbe alimentare nuove tensioni interne.
Parallelamente continua a peggiorare la situazione economica dell’isola. Blackout, scarsità di carburante, crisi alimentare, fuga dei giovani e infrastrutture deteriorate stanno erodendo la stabilità sociale. Il rischio principale, per Washington, è che un ulteriore irrigidimento delle sanzioni produca non il crollo immediato del regime, ma una nuova ondata migratoria verso Florida, Messico e America centrale.
In questo contesto assume rilievo anche la dimensione militare. Le notizie sull’acquisto di droni da parte di Cuba non cambiano gli equilibri strategici con gli Stati Uniti, ma indicano la volontà dell’Avana di rafforzare capacità di sorveglianza e disturbo in caso di crisi. In uno scenario di guerra asimmetrica, anche un attore militarmente debole può aumentare il costo politico di un eventuale intervento americano.
La partita su Cuba ha inoltre un valore simbolico globale. Per Washington significherebbe riaffermare la propria influenza nell’emisfero occidentale e inviare un messaggio a Mosca e Pechino contro la presenza strategica di potenze rivali nei Caraibi. Ma in America Latina una pressione eccessiva sull’Avana rischierebbe anche di riattivare il ricordo storico di invasioni, sanzioni e interferenze americane nella regione.
Per questo lo scenario più probabile resta quello di una pressione graduale e multilivello: isolamento economico, minaccia militare indiretta, negoziati riservati e tentativi di influenzare gli equilibri interni del potere cubano senza arrivare a un’invasione diretta.
L’obiettivo strategico degli Stati Uniti non sarebbe tanto occupare Cuba quanto modificarne l’orientamento geopolitico, allontanandola dall’orbita russo-cinese e reintegrandola nell’area d’influenza occidentale. Ma ogni opzione presenta rischi elevati: l’arresto di Castro potrebbe creare un simbolo, una transizione controllata potrebbe apparire come un commissariamento esterno, mentre il collasso economico potrebbe trasformarsi in una crisi migratoria regionale.
È proprio questa la forza geopolitica che Cuba continua a conservare nonostante la propria debolezza economica e militare: costringere gli Stati Uniti a confrontarsi non solo con la propria potenza, ma soprattutto con le conseguenze politiche e simboliche del suo utilizzo.