Dal confronto indiretto alla guerra aperta: il Medio Oriente davanti a un nuovo equilibrio di potere

di Shorsh Surme –

La guerra che gli Stati Uniti avevano a lungo evitato, ma per la quale l’amministrazione Trump aveva ammassato forze nelle ultime settimane — attraverso portaerei e rinforzi militari nelle basi della regione — e alla quale Israele si preparava politicamente e militarmente da anni, mentre il regime iraniano la considerava lo scenario peggiore del conflitto, è ormai di fatto iniziata.
Lo scontro, rinviato dal 7 ottobre 2023, ha superato la soglia delle minacce, dei messaggi deterrenti e persino degli attacchi limitati e localizzati condotti nell’ambito della tradizionale “gestione dell’impegno”. Si è trasformato in attacchi diretti israelo-americani che prendono di mira la struttura stessa del regime iraniano, ponendo esplicitamente — o implicitamente — la questione del suo rovesciamento al centro degli obiettivi dichiarati e non dichiarati.
In questo senso, il conflitto non è più confinato alla periferia della regione, come lo è stato per anni, quando gli scontri si combattevano attraverso arene intermedie dal Libano alla Siria, dall’Iraq allo Yemen. Secondo la lettura israeliana, lo scontro si è spostato dal colpire la “periferia” al tentativo di spezzare la “testa”: un cambiamento strategico volto a sconvolgere la logica con cui Teheran ha gestito la propria rete di influenza e ha accumulato elementi di potere, deterrenza e capacità di replicazione che hanno governato gli equilibri regionali per anni.
Nei discorsi di Benjamin Netanyahu il termine “Nuovo Medio Oriente” ricorre spesso, mentre la prospettiva americana rivela la convinzione che neutralizzare l’Iran — o smantellarne la capacità strutturale di gestire il proprio asse di influenza — renderebbe meno complessa la riorganizzazione della regione. La questione va oltre la distruzione di infrastrutture o l’indebolimento delle capacità militari: riguarda la ridefinizione del baricentro regionale e la transizione da un equilibrio deterrente complesso a una forma di dominio unilaterale che consenta l’imposizione di nuovi accordi politici e di sicurezza.
Tuttavia, la storia della regione non suggerisce che le guerre su vasta scala producano automaticamente stabilità. Le esperienze di cambio di regime hanno spesso generato lunghi vuoti di potere e conflitti di logoramento. Il Medio Oriente ha anche visto eserciti avanzare con la sicurezza della superiorità militare, solo per essere poi sconfitti politicamente dalle dinamiche internazionali.
Qualunque sia l’esito di questo confronto — un profondo indebolimento del regime iraniano, un suo riposizionamento o un’espansione regionale del conflitto — il Medio Oriente non tornerà alla situazione precedente. Il semplice fatto che il conflitto sia arrivato a un tale livello di riequilibrio del potere colloca la regione in un momento cruciale, potenzialmente capace di ridisegnare la mappa dell’influenza e ridefinire il concetto stesso di deterrenza per i decenni a venire.
La domanda centrale è quale visione dell’ordine regionale riuscirà a imporsi una volta che la situazione si sarà stabilizzata e come gli attori regionali affronteranno il progetto di egemonia assoluta israeliana che si cerca di consolidare.
Per oltre due decenni Israele — con il sostegno americano, diretto o indiretto — ha adottato una strategia basata sul colpire la periferia piuttosto che impegnarsi nel centro. In questo quadro ha lanciato quella che definisce la “campagna tra le due guerre”, prendendo di mira depositi di armi in Siria, convogli di rifornimenti, comandanti sul campo e infrastrutture missilistiche in diversi teatri. All’interno dell’Iran, invece, l’impegno si è limitato a operazioni di sicurezza mirate e attacchi calcolati, volti a ridurre le capacità senza innescare una guerra su vasta scala.
Tuttavia, pur avendo rallentato e in parte eroso la rete iraniana, questo modello non ha smantellato l’equazione di potere costruita da Teheran, attraverso la quale ha imposto molteplici equilibri regionali. Secondo la valutazione israeliana, il problema risiede nel centro del processo decisionale, del finanziamento, della pianificazione e della produzione: la continua esistenza del regime iraniano come cervello e forza trainante della rete.
Da qui la posizione intransigente di Netanyahu verso qualsiasi accordo tra Stati Uniti e Iran e la sua feroce opposizione all’accordo nucleare del 2015, entrato in vigore nel 2016 e abbandonato dall’amministrazione Trump nel 2018, definito “disastroso”.
Dal punto di vista israeliano, l’Iran non ha costruito la propria influenza attraverso delegazioni separate, ma attraverso una rete interconnessa alimentata da un unico centro politico-di sicurezza, operante secondo una visione di lungo periodo basata sull’accumulo e la distribuzione del potere. Pertanto, qualsiasi accordo che garantisca a Teheran un margine di manovra senza scontri — o senza un vero blocco — è visto come un’opportunità per ricostruire la rete e mantenere l’equilibrio di potere ai confini dei territori occupati.
Il cambiamento attuale, acceleratosi dopo il “diluvio di Al-Aqsa”, riflette un’evoluzione nella dottrina della sicurezza nazionale israeliana: dalla gestione del conflitto al tentativo di risolverlo, soprattutto con l’amministrazione Trump alla Casa Bianca. Washington e Tel Aviv sembrano puntare a smantellare la vera “mente” che lo sostiene. Colpire la leadership e l’infrastruttura militare ed economica del regime iraniano mira a paralizzarne la capacità di riproduzione e a neutralizzarne definitivamente l’influenza.
Qui risiede il nodo cruciale nella valutazione strategica degli esiti delle guerre. Gli attacchi a Gaza, in Libano, in Siria e nello Yemen possono creare vuoti temporanei, ma restano insufficienti se non si affronta il confronto con il nucleo, e dunque non producono un autentico cambiamento strategico nelle dinamiche di potere regionali.
Nonostante la differenza tra la retorica americana — che allude a un cambio di regime senza dichiararlo apertamente — e quella israeliana, che parla esplicitamente di “eliminazione della minaccia esistenziale”, l’obiettivo strategico sembra coincidere: la rimozione completa del regime iraniano dalla scena regionale.
Tuttavia, l’esperienza storica mostra che colpire il nucleo non significa necessariamente smantellare la rete. In alcuni casi, la pressione diretta accelera il decentramento, trasformando le varie fazioni in entità più indipendenti e meno controllabili. Invece di una rete centralizzata, possono emergere centri di potere disparati, guidati da calcoli locali più rigidi e meno inclini alla negoziazione.
Inoltre, il regime iraniano non è semplicemente una leadership politica rovesciabile con un attacco militare. È un sistema interconnesso di istituzioni di sicurezza, militari ed economiche, costruito nel corso di decenni e radicato nel tessuto dello Stato e della società. Smantellare questa struttura richiede più della superiorità militare: richiede una visione complessiva per il futuro e un’alternativa interna capace di colmare il vuoto di potere che ne deriverebbe.
È proprio qui che si gioca la posta in gioco della guerra.