Dal Venezuela al Pacifico: quando la “guerra alla droga” diventa una guerra vera

di Giuseppe Gagliano –

Il 23 gennaio 2026 le forze armate statunitensi hanno rivendicato un attacco letale contro un’imbarcazione sospettata di traffico di stupefacenti nel Pacifico orientale. Due persone sarebbero morte e una terza sarebbe sopravvissuta, con l’attivazione di operazioni di ricerca e soccorso affidate alla Guardia Costiera. Il Comando Sud ha motivato l’azione dicendo che la barca si muoveva su rotte note del narcotraffico ed era “operativamente” coinvolta nel trasporto di droga.
Ma il dato politico è un altro: è il primo raid del genere dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio 2026 secondo la versione ufficiale statunitense. Da quel momento la campagna marittima americana assume un valore doppio: contrasto a reti criminali e costruzione di un nuovo rapporto di forza nella regione.
La polemica nasce qui: colpire in acque internazionali con strumenti e regole militari, contro bersagli definiti “trafficanti” o addirittura “narco-terroristi”, significa spostare il confine tra azione di polizia e operazione bellica. E quando si parla di attacchi ripetuti sullo stesso obiettivo per “assicurare la neutralizzazione” (il cosiddetto secondo colpo ravvicinato), il tema diventa esplosivo: perché aumenta il rischio di uccidere sopravvissuti, persone in fuga o addirittura chi tenta di prestare soccorso.
Dal punto di vista militare, la logica è chiara: negare lo spazio marittimo, interrompere le catene logistiche, imporre un costo immediato a chi si muove sulle rotte della droga. È una strategia di interdizione, non di semplice sequestro. Funziona se l’intelligence è impeccabile e se l’effetto deterrente supera il rischio di sostituzione rapida dei mezzi. Ma è anche una strategia che, per reggere, ha bisogno di una cornice giuridica credibile e di un consenso politico che non si deteriori al primo caso controverso.
Il punto geoeconomico è che la campagna non si ferma alla “droga”. Dopo la cattura di Maduro, Washington avrebbe spostato parte dell’attenzione anche su petroliere collegate al Venezuela e su una più ampia partita energetica. Qui si incastra la leva principale: il petrolio venezuelano, tra sanzioni, controllo delle esportazioni e pressione per aprire il settore a investimenti stranieri.
Il 22 gennaio 2026, a Caracas si è aperta la discussione su una riforma del settore petrolifero che, secondo diverse ricostruzioni, punta ad allentare il predominio statale e a facilitare investimenti privati, con strumenti di arbitrato internazionale per le controversie. È il segnale tipico di un Paese sotto stress: si cede sovranità regolatoria per comprare ossigeno finanziario. Il beneficio potenziale è un aumento di produzione e liquidità. Il costo è una dipendenza più stretta dai grandi attori esterni, in primis gli Stati Uniti.
La “guerra alla droga” diventa così una dottrina regionale: colpire reti criminali, sì, ma anche ridisegnare l’ordine politico attorno al Venezuela dopo il 3 gennaio 2026. In questa prospettiva, ogni attacco in mare è anche un messaggio ai governi latinoamericani: gli Stati Uniti si riservano il diritto di agire, con mezzi militari, oltre i confini e oltre le procedure ordinarie.
È una postura che può intimidire cartelli e intermediari, ma può anche creare frizioni diplomatiche, alimentare narrazioni antiamericane e spingere alcuni Stati a cercare ombrelli alternativi, o almeno margini di autonomia. In altre parole: l’operazione può produrre risultati tattici, ma apre una partita strategica più grande sul controllo degli spazi marittimi e sulla legittimità dell’uso della forza.
Se l’obiettivo è ridurre i flussi via mare, l’interdizione armata può dare numeri nell’immediato. Se l’obiettivo è “chiudere” il narcotraffico, la storia insegna che le rotte cambiano e le organizzazioni si adattano. Il vero rischio, per Washington, è che la campagna venga percepita come una guerra senza processo: rapida, letale, poco trasparente. E una guerra senza una legittimità riconosciuta, prima o poi, diventa un boomerang politico.