Dalla fine dell’URSS a Kiev: le radici lunghe dello scontro tra Russia e Occidente

di Dario Rivolta *

Se qualcuno volesse capire, di là dalle versioni offerte dalle contrapposte propagande, quali siano davvero state le origini dell’attuale confronto tra l’Occidente e la Russia non deve limitarsi a leggere gli eventi cominciati nel 2022 e nemmeno nel 2014. Servirà andare molto più indietro nel tempo e far partire le osservazioni dal momento della caduta dell’Unione Sovietica, il 26 dicembre 1991, quando il Soviet supremo dell’URSS dichiarò formalmente lo scioglimento dello Stato sovietico.
Sgombriamo però il campo da alcuni equivoci frutto di disinformazione voluta dalle parti. Innanzitutto è chiaro che non si tratta di una lotta dell’Occidente democratico contro le autocrazie. Se davvero così fosse dovremmo guerreggiare o porre sanzioni economiche all’ottanta per cento degli Stati del mondo. Inoltre, non si spiegherebbe perché si continuino a considerare alleati e ad armare Paesi come l’Arabia Saudita, a stringere accordi commerciali (e non solo) con il Vietnam, a tenere la Turchia quale partner nella NATO, a importare gas e petrolio dall’Azerbaigian ecc. Vogliamo poi dirci cos’è l’Ucraina? Una democrazia o, sin dall’indipendenza e come dimostrato anche dagli ultimi avvenimenti, una cleptomanzia?

Un altro equivoco è continuare a sostenere che la NATO sia un’alleanza difensiva. Certamente lo fu quando fu creata e lo rimase per tutto il tempo della Guerra fredda ma, caduta l’URSS e venuto quindi a mancare il “nemico”, la ragione di esistere dell’Alleanza è cambiata. Infatti, pur senza modificare formalmente il Trattato, nel 1999 con il “The Alliance’s Strategic Concept” fu deciso che nella “missione” ci sarebbero state anche le possibilità di “azioni preventive”, fu prevista anche la proiezione degli interventi militari al di fuori del territorio dei membri e la possibilità di intervenire nei casi in altre parti del mondo giudicati da noi “critici”. La prima applicazione di questa nuova filosofia fu la guerra contro la Jugoslavia nel 1999, condotta senza alcun mandato dell’ONU. Ne seguirono poi altre.
Il terzo equivoco di cui dovremmo liberarci riguarda il diritto Internazionale. In questo caso non c’è alcun dubbio che la Russia lo abbia violato e stia continuando a farlo ma, anche qui, occorre guardare i fatti con la massima obiettività e siamo costretti ad ammettere che i primi ad averlo palesemente violato siamo stati noi Occidentali proprio con l’intervento già citato in Kossovo, contro la Serbia, in Iraq nel 2003 e ancora in Libia nel 2011 (con una nostra interpretazione molto estensiva del mandato ONU). Senza contare le uccisioni di “terroristi” avvenute in altri Stati “sovrani” e il recente “sequestro” del Presidente venezuelano Maduro. In realtà, anziché rifarsi al “diritto internazionale”, tutti coloro che possono permetterselo creano da sé la propria giurisprudenza politica reinterpretando le norme a proprio piacimento e inventandosi, ad esempio, la “responsabilità di proteggere”. È da sempre che le potenze mondiali decidono esse stesse quando applicare il concetto della “sovranità nazionale” e quando ignorarla. Anche i trattati sono rispettati o abbandonati secondo gli interessi strategici e così è per i diritti e la protezione delle minoranze etniche. In ogni caso, comunque, quando quel “diritto” viene violato chi lo fa ricorre sempre a narrazioni mediatiche di comodo per convincere i popoli che i “cattivi” sono gli altri. Usciamo dunque dall’ambiguità e ammettiamo che la politica internazionale non è mai davvero basata su “valori” ma sempre e soltanto su interessi nazionali.

Infine, sempre per essere obiettivi. è bene ricordare cos’è la cosiddetta “Dottrina Monroe”, emanata dagli Stati Uniti il 2 dicembre 1823 e da allora sempre applicata da Washington. Quella dottrina afferma che qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici del continente americano sarà considerata come ostile agli Stati Uniti. Di conseguenza, ogni tentativo di estendere un sistema politico europeo (o, oggi, asiatico) a qualsiasi territorio dell’emisfero occidentale sarebbe stato giudicato pericoloso per la loro pace e sicurezza e ogni tentativo di controllo del destino degli Stati americani sarebbe stato interpretato come esplicita manifestazione di inimicizia verso gli USA causandone la reazione. Tale filosofia fu ripresa in occasione dell’annessione del Texas a seguito della guerra messico-statunitense (1846-1848) ma la sua interpretazione fu applicata da Theodore Roosevelt fino ad affermare esplicitamente il diritto di affermazione dell’egemonia statunitense in tutto il continente americano (corollario Roosevelt). Successivamente, essa fu posta a fondamento, insieme con il Manifest Destiny (vedi Wikipedia), dell’idea di formale protettorato USA in tutta l’area centroamericana e caraibica, e fu invocata durante la guerra fredda per giustificare interventi politici e militari statunitensi in America centrale e meridionale. In un primo tempo, la “dottrina Monroe” prevedeva che gli USA non si sarebbero mai impegnati al di fuori del continente americano ma il principio fu violato nelle due guerre mondiali e durante tutta la Guerra Fredda. In altre parole il concetto era (ed è) che gli USA avevano (e hanno) il diritto “per la propria sicurezza” di impedire a qualunque altra potenza con tutti i mezzi, ivi compresa la guerra, di avvicinarsi non solo ai propri confini ma all’intero continente e insidiare, anche altrove, l’egemonia statunitense. Accettiamo che garantire la propria sicurezza sia una regola valida solo per loro?
Fatte queste doverose premesse, richiamiamo alcune delle date significative che ci aiutano a spiegare come si sia arrivati all’invasione russa dell’Ucraina.
1990- Trenta documenti declassificati dal National Security Archive di Washington rivelano gli impegni verbali assunti nel 1990 dai leader occidentali con l’allora leadership sovietica di non espandere l’Alleanza Atlantica. Figure di rilievo come il presidente George Bush (che ritrattò), il segretario di Stato James Baker e il cancelliere Helmut Kohl avevano garantito che la giurisdizione della NATO non si sarebbe estesa oltre il fiume Oder. In cambio l’URSS accettava la riunificazione della Germania.

1991 e oltre- Visito la nuova Ucraina e incontro alcuni politici locali. Noto da quasi subito la presenza di molte ONG, soprattutto americane, che “insegnano” la democrazia. Alcuni giovani funzionari e politici promettenti sono invitati gratuitamente per circa un mese negli Stati Uniti per conoscere le locali istituzioni. Molti di loro diventeranno poi gli sponsor degli Usa in Ucraina.
1994- su pressioni di Svezia e Polonia (e l’appoggio soprattutto britannico) la Commissione europea crea la Partnership for Peace indirizzata ai Paesi dell’ex blocco sovietico con programmi di addestramento ed esercitazioni militari.
1995- Intervento NATO in Bosnia. In quel caso la Russia, politicamente, economicamente e militarmente indebolita, rimane totalmente esclusa dal ruolo di co-garante per la sicurezza europea.
1997- Viene firmato tra la Nato e la Russia il Founding Act, che inaugura la costituzione di un Consiglio Permanente tra le due parti. Con questo accordo gli alleati ottengono di poter agire in paesi terzi senza l’interferenza russa, ma si impegnano a consultare, a cooperare e persino ad organizzare operazioni in collaborazione con la Russia.
1997- È pubblicato negli Stati Uniti il libro di Zbigniew Brzezinski “The great chessboard- American Primacy and Its Geostrategic Imperatives” tradotto presto in varie lingue. Brzezinski era stato consigliere per la politica estera di Jimmy Carter e poi suggeritore di molti altri Presidenti. Da tempo, pur essendo solamente docente universitario era considerato un nume importantissimo per la politica estera americana. In quel libro sostiene che occorrerà usare l’Ucraina per distruggere la Russia, spezzettarla (se possibile) e impadronirsi delle sue risorse naturali. Sia Clinton sia Obama lo consultano spesso, seppur informalmente, per orientare le loro politiche verso la Russia, i Balcani e l’Asia Centrale. Un importante funzionario americano di altissimo livello, Tom Donilon, ha scritto un’analisi dettagliata sul ruolo determinante di Brzezinski nella strategia globale estera americana.
1999- Allargamento della NATO a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. La Russia non è d’accordo ma subisce.
1999- Bombardamento NATO contro la Serbia, storico alleato della Russia. A Mosca che protesta viene garantito che parteciperà alla futura gestione dell’area coinvolta nella guerra ma tale impegno è poi disatteso. Durante l’URSS il Paese era povero ma potente; alla fine della Guerra Fredda si trova ancora più povero e senza alcun potere internazionale. La nascita del Kossovo ha, comunque, rappresentato una variazione violenta dei confini tra Stati, possibilità che era stata esplicitamente esclusa e condannata da tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale.
2000- Putin viene nominato Primo Ministro (1999) da Eltsin (quarto in pochi mesi), e poi eletto quale Presidente della Russia. In breve tempo riprende il pieno potere politico sottraendolo agli oligarchi locali che se ne erano impadroniti. Sotto il suo primo mandato come Presidente, l’economia russa cresce notevolmente per otto anni consecutivi con il PIL, a parità di potere d’acquisto, che aumenta del 72%. La crescita è il risultato del boom economico delle materie prime degli anni 2000, della ripresa dopo la depressione seguita al collasso dell’Unione Sovietica e di adeguate politiche economiche e fiscali. Le libertà politiche e personali dei russi sono progressivamente ridotte.
Il nuovo presidente punta a riaffermare un ruolo della Russia quale protagonista della politica mondiale. Fin da subito Putin cerca di impostare i rapporti con l’Occidente sulla base della cordialità, sapendo bene, verosimilmente, che in quel momento storico la Russia si trovava inevitabilmente in una posizione subalterna.
2001- Con uno storico discorso al Parlamento tedesco Putin sostiene che la Guerra Fredda è finita e che Russia e Occidente dovrebbero fare fronte comune nella lotta al terrorismo. Appena due settimane prima del discorso di Putin, due aerei si erano schiantati contro le Torri Gemelle, a New York. Putin è il primo leader internazionale a telefonare a Bush per esprimere solidarietà e offrire aiuto, e nei mesi successivi lascia che, in vista dell’invasione dell’Afghanistan, gli Stati Uniti si insedino militarmente in una serie di paesi dell’Asia centrale che la Russia considera tipicamente parte della sua area di influenza.
2001- Gli USA si ritirano unilateralmente dal Trattato ABM che prevedeva l’equilibrio nucleare USA-URSS/Russia.
2002- Accordo di Pratica di Mare. Rappresenta un avvicinamento significativo tra la Russia e l’Alleanza Atlantica (NATO). Questo evento sembra segnare una svolta nelle relazioni internazionali post-Guerra Fredda, aprendo (teoricamente) una nuova era di cooperazione tra due ex avversari geopolitici. Nel 2000 Putin aveva anche aperto alla possibilità di aderire alla NATO ricevendone risposta negativa.
2003- Rivoluzione “colorata” (delle rose) in Georgia. I russi sostengono trattarsi di un’operazione di ingegneria politica finanziata e sostenuta dall’estero. Il risultato è la nascita di un nuovo regime ostile alla Russia. Lo presiederà Mikheil Saakashvili che all’inizio dei ’90 aveva ricevuto una borsa di studio dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti (tramite l’Edmund S. Muskie Graduate Fellowship Program. Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Edmund_S._Muskie_Graduate_Fellowship_Program). Poi ricevette anche un Master in diritto dalla Columbia Law School di New York nel 1994 e l’anno successivo frequentò la School of International and Public Affairs e la George Washington University Law School.
2004- Una simile rivoluzione (rivoluzione arancione) avviene in Ucraina e consente la nascita di un Governo filo-Occidentale.
2004- Secondo grande allargamento della NATO con l’inclusione di Estonia, Lettonia e Lituania, già parte dell’Unione Sovietica. In questo modo la NATO arriva a confinare direttamente con la Russia.
2007- Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza Putin critica aspramente l’allargamento della NATO a est. Lo giudica una provocazione verso la Russia e un motivo di instabilità internazionale.
2008- A maggio, su proposta polacca sostenuta dagli svedesi, l’Europa dà vita al “Partenariato Orientale”. L’obiettivo del partenariato è il rafforzamento dei legami politici, economici e commerciali tra l’Unione europea ed i Paesi dell’Europa orientale mediante iniziative che favoriscono la circolazione di beni, servizi, capitali e persone all’interno dell’area. Ci sono anche evidenti obiettivi politici: i Paesi interessati dal partenariato orientale sono collocati in maniera strategica tra l’Unione Europea e la Russia. Entrambi questi soggetti cercano contemporaneamente e in concorrenza tra loro di estendere e rafforzare la propria influenza nell’area. L’Unione Europea persegue anche l’obiettivo di estendere il suo modello politico e promuovere alcuni suoi “valori” nell’Europa orientale indirizzandosi a Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia, Ucraina.
2008- Vertice NATO a Bucarest. Gli USA presentano un ordine del giorno nel quale è previsto l’ingresso nell’Alleanza di Georgia e Ucraina. Mosca dichiara che tale ingresso costituirebbe per i russi una “linea rossa”. Francia e Germania riescono a impedire che l’operazione avvenga proprio perché potrebbe costringere la Russia a reagire violentemente. La Conferenza si conclude con la decisione che l’adesione dei due Paesi è solo “rimandata”.
2008- Guerra Russia-Georgia. Due regioni, l’Abcasia e l’Ossezia del Sud che sin dall’inizio rifiutarono di aderire alla Georgia (ma vi furono costrette) dichiarano l’indipendenza. I georgiani attaccano con l’esercito e la Russia interviene a difesa dei separatisti. La Georgia è sostenuta politicamente, ma non militarmente, dall’occidente.
2009- Il 6 marzo 2009 a Ginevra, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton presenta al Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov un pulsante rosso con la parola inglese “reset” (tuttavia ci fu un errore nella trascrizione russa della parola che finì col suonare come: sovraccarico. Tutto fu chiarito diplomaticamente e l’incidente fu superato). È la dichiarazione americana di voler tornare ai buoni rapporti. In privato, però, diversi funzionari dell’amministrazione Obama esprimono dubbi sul “reset” perché sono contrari. in particolare il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario alla Difesa Robert Gates e l’ambasciatore statunitense in Russia John Beyrle manifestano privatamente ostilità. Comunque sia, nel luglio 2009 il presidente russo Dmitry Medvedev annuncia che le forze e i rifornimenti statunitensi potranno attraversare lo spazio aereo russo diretti in Afghanistan. La paura di Mosca che alcune delle manifestazioni di piazza che avranno luogo in Russia nei mesi successivi siano fomentate dagli USA, magari tramite varie ONG americane, suscitano molte preoccupazioni nel Cremlino e la fiducia reciproca ben presto svanisce.
Il “reset” fallisce.
2010/2013- Gli USA annunciano, e in seguito attuano, l’installazione di missili in Romania e Polonia. Ufficialmente si tratterebbe di una difesa contro possibili attacchi missilistici iraniani ma nessuno ci crede. Per Mosca il vero scopo sarebbe quello di neutralizzare la deterrenza nucleare russa.
2012 luglio- Putin chiede una maggiore integrazione con l’Unione Europea e propone la creazione di un solo mercato che vada dall’Atlantico al Pacifico. La Rada ucraina ratifica un accordo su di una zona di libero scambio all’interno della Comunità degli Stati Indipendenti (CIS: più o meno le aree della ex-Unione Sovietica).
2012 settembre- Gli eserciti italiano e russo svolgono un’esercitazione comune orientata a combattere ina possibile guerriglia in zone montagnose e boscose.
2012 ottobre- Putin inaugura la seconda linea del North Stream. La prima linea era diventata operativa nel maggio 2011. Si programma per novembre la firma del gasdotto South Stream che unirebbe Russia e Italia passando attraverso il Mar Nero, con arrivo in Bulgaria. Ciò significherebbe la quasi eliminazione dell’Ucraina come Paese di transito con la fine dei benefici economici che ne derivano ma anche, per l’Italia, la possibilità di diventare un nuovo hub europeo per il gas. Nel frattempo l’Austria prevede la costruzione di una rete ferroviaria destinata a unire la Russia e, possibilmente, tutta l’Asia Centrale con l’Europa.
2012 novembre- La Bulgaria firma con la Russia un contratto di dieci anni legato al passaggio del South Stream. In cambio otterrà uno sconto del 20% sul prezzo corrente del gas. I russi discutono con l’Olanda un possibile North Stream 3 che aumenterebbe il ruolo di hub gasifero di questo Paese. L’Olanda vuole aumentare le proprie possibilità di esportazione verso tutto il resto del nord Europa. Gli americani si sono pronunciati più volte nel corso dei mesi precedenti contro il North Stream e hanno continuato a fare lobby a Bruxelles contro sia il North che il South Stream. Non a caso, nel 2014 la Bulgaria disdirà gli accordi già sottoscritti dopo una riunione a porte chiuse tra il primo ministro bulgaro e i Senatori John McCain, Ron Johnson e Christopher Murphy che si sono appositamente recati a Sofia. Subito dopo l’incontro, il Primo Ministro bulgaro, senza comunicare ufficialmente nulla alla controparte russa, dichiara la sospensione dei lavori del South Stream, accampando scuse poco verosimili e obbligando la cancellazione del progetto. L’Italia ci rimette.
2013 gennaio- L’Ucraina di Yanukovich ha forti difficoltà di bilancio e pure un contenzioso con Gazprom che chiede un pagamento arretrato non saldato. Inoltre c’è un dissidio che verte sui prezzi da applicarsi alle forniture verso quel Paese. Il contenzioso tra Russia e Ucraina sul gas (e non solo) era cominciato subito dopo la rivoluzione colorata del 2004 che aveva dato il potere a un governo filo europeista e anti-russo. Yanukovich chiede a Mosca delle linee di credito favorevoli che gli sono negate. Apre allora alla possibilità di aderire al Partenariato Orientale (opzione già aperta dal suo predecessore) cercando di negoziare su due tavoli, quello europeo e quello russo, e ottenere il massimo beneficio da entrambi giocandoli l’uno contro l’altro.
2013 maggio/novembre- Si accentua la competizione tra Europa e Russia per l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri del Governo lituano che a giugno diventerà Presidente di turno della Unione afferma che entro il successivo novembre, quando si terrà il vertice a Vilnius, l’Ucraina dovrà decidere se aderire o no al Partenariato. Per motivi storici, culturali e strategici la Russia non può permettersi di perdere l’Ucraina e allora cambia linea e concede a Yanukovich un finanziamento agevolato e condizioni ottimali per il gas. A questo punto, il Presidente ucraino, anche considerando che l’economia ucraina è ancora fortemente integrata con quella russa decide di rinunciare all’opzione europea e, non presentandosi nemmeno al vertice di Vilnius, conferma la vicinanza dell’Ucraina a Mosca.
2013 dicembre- Cominciano le proteste popolari contro la decisione di Yanukovich di non unirsi al Partenariato e quindi all’Europa. Ben presto i dimostranti a Kiev e nelle maggiori città del nord-ovest raggiungono cifre superiori alle decine di migliaia e ciò che era iniziato come manifestazione spontanea si mostra ben presto come qualcosa di molto ben organizzato. Sulla piazza Indipendenza (conosciuta da noi come Maidan, cioè piazza in ucraino) arrivano tende, barricate e toilette portatili. È anche organizzato un servizio di catering per gli occupanti. Chi paga? Con quali soldi? Sicuramente, ONG tedesche e americane, il governo di Berlino, gli USA, i britannici e i polacchi hanno un qualche ruolo, seppure mai ufficialmente. Sulla piazza i capi delle manifestazioni sono almeno tre: Vitali Klitschko ritenuto supportato dai tedeschi, Arseny Yatsenyuk sostenuto dagli americani e un nazionalista noto come neo-nazista e antisemita: Oleg Tyahnybok.
2013, 13 dicembre- Yanukovich incontra i tre leader delle manifestazioni e l’ex Presidente Yushchenko per cercare un qualche accordo e il 19 si reca a Mosca per vedere Putin. Nel frattempo Lavrov parla con i vertici europei a Bruxelles. Il futuro dell’Ucraina è (e tutti lo sanno sia in Europa che a Washington) strettamente legato agli interessi strategici russi perché perderla significherebbe trovarsi un territorio indifendibile fino a Mosca e la Russia vuol fare di tutto per evitare questa evenienza. Da parte loro, gli Stati Uniti sanno che aiutare le forze politiche di opposizione è il modo migliore per “contenere” la Russia e tale obiettivo di “contenimento” è un modo per impedire un qualunque avvicinamento tra Russia ed Europa. Un ottimo politologo americano, George Friedman, ha descritto dettagliatamente come, almeno dall’inizio del ‘900, la politica di Washington è sempre stata quella di impedire con ogni mezzo una collaborazione stretta tra Germania (e poi Europa) e Russia, cosa che finirebbe col minare l’egemonia americana sul vecchio continente.
2013 dicembre/2014 gennaio- In spregio del diritto internazionale che vieterebbe l’intromissione nella politica di Stati stranieri, alcuni politici europei e americani vanno sulla piazza ad arringare i manifestanti. Tra coloro che si ricordano ci furono: Guy Verhofstadt (Belgio), leader del gruppo ALDE al Parlamento Europeo, Marielle de Sarnez (Francia), vicepresidente ALDE, Hans van Baalen (Paesi Bassi), presidente di Liberal International, John McCain, Presidente della Commissione Esteri del Senato americano. Quest’ultimo salì sul palco in piazza Maidan e si rivolse direttamente alla folla, insieme al senatore Chris Murphy. Tutti incitarono i manifestanti a continuare nelle proteste. Anche Geoffrey Pyatt, ambasciatore USA in Ucraina, è molto attivo e appare in video con McCain sulla piazza. Tra l’altro, McCain disse: ““Siamo qui per sostenere la vostra giusta causa”. La presenza di McCain fu accolta con entusiasmo perché dava un segnale di “protezione” americana. In Russia, visto come i manifestanti sono organizzati, si parla subito di “colpo di stato”.
2014 21 febbraio. Dopo limiate violenze da ambo le parti sulla piazza e alcuni arresti, si trova un accordo tra Yanukovich e il leader delle manifestazioni. All’incontro partecipano anche i Ministri degli Esteri di Francia, Germania, Polonia e un rappresentante russo. Si decide che: si tornerà alla Costituzione del 2004 che limita i poteri del presidente, la formazione di un governo di unità nazionale, le elezioni presidenziali anticipate ora previste per dicembre 2014, il ritiro delle forze di polizia dal centro di Kyiv e il disarmo dei manifestanti con fine dell’occupazione della piazza. Avviene a quel punto la conversazione telefonica tra Victoria Nuland, Sottosegretario di Stato USA con delega per l’Europa orientale, e il suo Ambasciatore a Kiev che la informa delle decisioni prese durante l’incontro. La telefonata (probabilmente registrata dai servizi segreti russi) è reperibile su internet. Durante la conversazione la Nuland si inalbera dicendo che gli USA non hanno speso 5 miliardi di dollari per arrivare a quella conclusione e, alla proposta dell’Ambasciatore di convincere gli europei a fare marcia indietro in merito all’accordo raggiunto, lei, con un’espressione piuttosto volgare, dice che non le interessa cosa pensa l’Europa. Aggiunge anche che il governo ucraino deve cadere prima che i russi capiscano davvero cosa sta accadendo e che il prossimo Primo Ministro dovrà essere Yatsenyuk. Il giorno dopo avvengono i primi spari che colpiscono sia poliziotti che manifestanti. Un ex generale polacco, candidato alle elezioni presidenziali del suo paese, in un comizio pubblico dichiara che a sparare furono due persone addestrate all’uopo in Polonia.
2014 22 febbraio- Yanukovich fugge verso Kharkov (e poi Mosca) mentre i manifestanti occupano la piazza. Immediatamente, la Rada vota la destituzione del Presidente dichiarando che lui si era “autoescluso” dal potere. Anche i parlamentari del partito di Yanukovich (Partito delle Regioni) votano a favore. il 27 febbraio si vota un nuovo governo provvisorio e il Primo Ministro nominato è, guarda caso, quel Arseny Yatsenyuk voluto dalla Nuland. Lo stesso giorno la Russia occupa la Crimea, considerata da Mosca un asset strategico indispensabile per il suo porto militare. Mosca l’aveva ricevuto in affitto a lungo termine al momento dell’indipendenza dell’Ucraina. Sono indette per maggio le nuove elezioni presidenziali. Alcuni deputati del Partito delle Regioni lasciano il partito e si avvicinano a quelli della precedente opposizione. Il Paese è in una profonda crisi economica e finanziaria e rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale arrivano la settimana dopo garantendo un finanziamento immediato di emergenza per evitare il fallimento.
2014 27 febbraio- I russi ordinano una grande esercitazione militare vicino al confine con l’Ucraina anche se smentiscono che siano in relazione con ciò che accade in Ucraina.
2014 aprile- Dopo la rivoluzione a Kiev e l’avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente, in diverse città dell’Ucraina orientale negli oblast di Donetsk e Luhansk e Slovjansk—esplodono proteste filorusse e occupazioni di edifici governativi. gli abitanti di quelle regioni si percepiscono come discriminati e temono di perdere peso politico ed economico verso il resto del Paese. Nascono le Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk che si dichiarano indipendenti dall’Ucraina. Kiev reagisce definendoli terroristi. Iniziano gli scontri armati.
2014 2 maggio- a Odessa, centro multiculturale ma a maggioranza russa per storia e cultura, un folto raggruppamento di cittadini manifesta pacificamente per ottenere autonomia o secessione e protestare contro la deriva filo-europeista di Kiev. Contro di loro si scatena un gruppo di neo-nazisti e di nazionalisti ucraini che li costringe a cercare rifugio nella Casa dei Sindacati. Verso e dentro l’edificio i neo-nazisti lanciano bottiglie Molotov e l’edificio prende fuoco. Le persone rimaste intrappolate muoiono tra le fiamme o cadendo dalle finestre. Chi esce viene colpito per strada. In totale 48 morti e più di 200 feriti. Le autorità ucraine apriranno un’inchiesta con non arriverà però mai a identificare i responsabili.
2014 5 settembre- A Minsk si incontrano, al fine di trovare una soluzione alla crisi nell’est del Paese, rappresentanti del governo ucraino, russo e delle autonominatesi Repubbliche di Donetsk e Luhansk. Si firma il Protocollo di Minsk che prevede: cessate il fuoco immediato, monitoraggio OSCE lungo la linea del fronte, decentramento del potere in Ucraina con “status speciale” per alcune aree del Donbass, elezioni locali secondo la legge ucraina, amnistia per i combattenti, scambio di prigionieri, ritiro delle forze armate illegali, controllo del confine russo-ucraino. La Russia è presente in qualità di mediatore ma parteggia per le Repubbliche. Gli accordi non sono rispettati da nessuna delle due parti e i combattimenti continuano. L’esercito ucraino usa le artiglierie contro le città delle regioni separatiste provocando molti morti tra i civili.
2014 ottobre- Dopo le elezioni presidenziali del 25 maggio che vede la vittoria di Petro Poroshenko, il 26 ottobre si tengono le elezioni parlamentari alle quali non possono partecipare le regioni del sud e dell’est a causa dei conflitti in corso. Sui 450 seggi, il partito neo-nazista (Svoboda) ne ottiene solo 9 ma i suoi seguaci sono integrati come parte ben armata e significativa nell’esercito ucraino (es.: Battaglione Azov).
2014 settembre/gennaio 2015 i combattimenti fanno sempre più vittime, stimate (fino al 2022) attorno a 15.000 persone, per la maggior parte abitanti delle città che subiscono il fuoco delle artiglierie ucraine.
2015 12 febbraio – Dopo la battaglia di Debaltseve, dove le truppe ucraine subiscono gravi perdite, Francia e Germania si offrono come mediatori per un nuovo tentativo di accordo che sarà detto di Minsk II. Le delegazioni partecipanti sono di un livello più alto rispetto all’incontro precedente. Si concorda quanto segue: 1) Cessate il fuoco immediato su tutte le linee del fronte nel Donbass, 2) Ritiro delle armi pesanti e distanze di sicurezza per: artiglieria, lanciarazzi multipli, carri armati con controllo da parte dell’OSCE, 3) Liberazione dei prigionieri, 4) Ripristino del controllo del confine con la Russia, 5) Riforma costituzionale per un decentramento e status speciale per alcune aree del Donbass con diritto di autonomia locale, russo come seconda lingua ufficiale in alcune regioni e parziale gestione economica (modello Trentino Alto Adige), 6) Elezioni locali da organizzare secondo la legge ucraina e monitorate dall’OSCE, 7) Amnistia per i combattenti delle repubbliche separatiste e civili coinvolti nel conflitto, 8) Ripristino di strade, ferrovie, servizi pubblici. Non è, tuttavia, prevista alcuna sanzione reale in caso di violazioni. Il punto determinante di questa intesa è la modifica costituzionale. Tale modifica non sarà però mai presa in considerazione dalla RADA, soprattutto per l’opposizione politica interna dei Partiti filo-nazionalisti che rifiutano ogni autonomia per le regioni ribelli. La mancanza di tale modifica costituzionale diventa determinante per il fallimento degli accordi. Nel dicembre 2022, la ex Cancelliera Merkel, in una intervista a Die Zeit, dichiarerà che non ci fu mai una vera intenzione di attuare quanto concordato ma che l’unico vero scopo di Kiev (e di Francia e Germania) era di “dare tempo” all’Ucraina per diventare più forte militarmente e politicamente dopo il colpo di stato del 2014 e prepararsi a una possibile escalation futura. In una intervista a Kyiv Independent anche il Presidente Holland confermerà quanto affermato dalla Merkel. Il francese precisa che Minsk II è servito soprattutto a guadagnare tempo per evitare un collasso immediato dell’Ucraina e cercare una soluzione diplomatica.
2022 24 febbraio- La Russia sin dal 2014 ha aiutato i separatisti del Donbass inviando armi e dando vari tipi di assistenza ai separatisti. Adducendo un nuovo ammasso di truppe ucraine vicino al confine del Donbass con l’intento di dare un colpo definitivo ai ribelli (fatto non confermato da Kiev), i russi annunciano un’“operazione militare speciale” con l’obiettivo di “smilitarizzare e denazificare l’Ucraina. Inizia l’attuale guerra.
2022 marzo/aprile- Con la mediazione della Turchia si aprono trattative tra Russia e Ucraina per porre fine alla guerra. Vi partecipano: David Arakhamia, capogruppo del partito di Zelensky Servire il Popolo e capo-delegazione per gli ucraini, Vladimir Medinsky, consigliere del presidente Putin e capo negoziatore russo e Recep Erdoğan, presidente della Turchia, ospite e facilitatore delle trattative. Arakhamia alcuni mesi dopo in una intervista alla televisione ucraina racconta che si concordarono alcuni punti e se ne lasciarono aperti altri. Ciò su cui si era d’accordo era che la Russia si sarebbe ritirata e l’Ucraina avrebbe mantenuto i suoi confini attuali se avesse concesso l’autonomia al Donbass e avesse formalmente rinunciato ad aderire alla NATO. Non discussa rimase la questione della Crimea. Le due delegazioni tornano nelle rispettive capitali per consultarsi con i loro mandanti. A quel punto, però, arriva a Kiev l’inglese Boris Johnson che convince Zelensky a rinunciare a ogni accordo con la Russia (è sempre Arakhamia a raccontarlo). In cambio promette che: il Regno Unito sarà al fianco dell’Ucraina “per il lungo periodo” e fornirà addestramento militare, supporto diplomatico e pressione sulle sanzioni contro Mosca. Lo stesso Johnson torna poi ancora a Kiev il 17 giugno del 2022 e precisa che gli ucraini riceveranno aiuti militari e finanziari, veicoli blindati, sistemi di difesa, aiuti finanziari e garanzie di prestiti per rafforzare la capacità difensiva ucraina.
La guerra continua e i pre-accordi di Istambul sono abbandonati.

Benché vittima di incessante propaganda mediatica e quindi di falsificazioni, ciò che succederà dopo quelle date e fino ai nostri giorni è ben conosciuto: distruzioni e morti che continuano da quasi quattro anni. Con la seconda elezione di Trump la politica statunitense verso l’Ucraina cambia però in modo drastico. Visti i costi crescenti e le resilienze ucraina e russa (e soprattutto il crescente pericolo cinese), il nuovo Presidente decide che sarebbe meglio trovare con Mosca un accordo piuttosto che puntare alla sua sconfitta o al suo logoramento. Ciò che Trump vuole è una nuova spartizione del mondo con le rispettive aree d’influenza, e pensa che il primo passo debba essere l’intesa in questo senso con Putin. Poi seguirà la stessa strategia con la Cina, anche se dovrà fare i conti anche con l’India. E l’Europa? Semplicemente, il problema non esiste: abbandonati da un “padrone” che vuole continuare ad esserlo ma con più arroganza e meno ipocrisia, alcuni leader europei hanno capito che il nuovo ordine mondiale passerebbe sopra la testa di tutta l’Europa: Tentano allora un bluff piuttosto pericoloso: lasciar credere che potranno continuare a supportare l’Ucraina anche da soli. Purtroppo, nessuno ci crede davvero ma le dichiarazioni irresponsabili e guerrafondaie di Bruxelles, Berlino e Londra potrebbero far sì che la situazione sfugga di mano e ci si trovi, anche senza volerlo, in una guerra letale per tutti noi. Quello che sperano gli insulsi pseudo-leader è almeno un posticino al tavolo delle trattative. Il primo a non crederci è lo stesso Zelensky che, infatti, ha recentemente rimaneggiando il suo governo inserendovi solo personaggi conosciuti come “molto graditi” dagli americani e fregandosene dei suggerimenti che gli arrivano da Bruxelles.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.