Difesa, accise e autorevolezza: il vero nodo della politica di Meloni

di Francesco Pontelli

Il governo Meloni, con il sostegno di una parte dell’intellighenzia economica e nel sostanziale silenzio del mondo accademico, sta valutando l’eliminazione dei residui sconti sulle accise destinati a imprese e lavoratori. Si tratta di agevolazioni che, soprattutto nel caso del gasolio, contribuiscono a contenere i costi di trasporto e quindi a limitare l’impatto dell’inflazione, che secondo la Banca d’Italia si mantiene sopra il 3%. Una riduzione della pressione fiscale sui carburanti potrebbe inoltre rappresentare un primo sostegno per le famiglie a basso reddito, particolarmente esposte all’aumento del costo della vita.
Parallelamente, nel 2026 sono stati destinati alla difesa oltre 41 miliardi di euro di risorse pubbliche. Una cifra significativa, pari a circa un terzo della spesa sanitaria nazionale, che ammonta a 143 miliardi di euro. Va ricordato che il Servizio sanitario nazionale copre circa il 74% della spesa sanitaria complessiva, mentre la quota restante continua a gravare direttamente sulle famiglie.
Nel 2025 l’Italia ha inoltre raggiunto per la prima volta l’obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa, in linea con gli impegni assunti in ambito NATO. Tuttavia l’aumento delle spese militari non sembra aver modificato in modo sostanziale il peso politico dell’Italia e dell’Europa nello scenario internazionale.
Da qui nasce una riflessione più ampia: la capacità di incidere negli equilibri globali non dipende esclusivamente dalla quantità di armamenti posseduti o dalle risorse investite nella difesa. Sul piano della deterrenza strategica, e in particolare di quella nucleare, l’Unione Europea non può competere con le capacità di Stati Uniti, Russia o Cina.