Diplomazia degli ostaggi tra coercizione e cooperazione: questioni critiche

di Mariarita Cupersito –

Con l’espressione “diplomazia degli ostaggi” ci si riferisce al caso in cui uno Stato trattenga cittadini stranieri con pretesti, false accuse e processi giudiziari istituiti in modo pretestuoso. Le motivazioni possono essere varie: far liberare propri cittadini detenuti all’estero, ottenere concessioni politiche, avere una posizione di forza sul piano delle trattative diplomatiche.
I Paesi dei cittadini che vengono presi in ostaggio non hanno molte alternative tra cui poter scegliere: quasi sempre dovranno trattare e cedere a qualche richiesta, sebbene vi sia un acceso dibattito tra la necessità di negoziare per liberare gli ostaggi e la necessità di non cedere ai ricatti per evitare che la pratica si ripeta. Diverse analisi evidenziano che cedere alle richieste equivalga a premiare il terrorismo, inviando un messaggio sbagliato alla comunità internazionale.
Data la sua natura coercitiva, la diplomazia degli ostaggi realizzata da Paesi autoritari raggiunge spesso gli obiettivi prefissati, ma ha importanti ripercussioni sulla reputazione internazionale del Paese che l’ha posta in essere.
Il ricorso a tale dinamica ha avuto inizio in Iran subito dopo la rivoluzione del 1979 e ancora oggi si tratta del Paese che maggiormente la impiega, come riportato in un recente approfondimento a cura del Post.
In questo lasso di tempo, gli stranieri incarcerati con accuse false e spesso ricondotte a presunte attività di spionaggio sono stati decine. Alcuni prigionieri sono stati rilasciati in cambio della liberazione di detenuti iraniani all’estero, mentre in altri casi sono state necessarie negoziazioni finalizzate alla riduzione o all’eliminazione di sanzioni internazionali.
Il ricorso da parte della Russia alla diplomazia degli ostaggi è da ricollegare ad una crescente situazione di isolamento internazionale: a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle relative sanzioni internazionali, infatti, Mosca si è mossa con maggiore disinvoltura in tal senso non avendo più il freno della reputazione internazionale da tutelare. I casi principali coinvolgono cittadini degli Stati Uniti.
La Cina non ricorre massicciamente alla diplomazia degli ostaggi, ma non sono mancati casi anche eclatanti di arresti per intimidazione politica, per ritorsione o finalizzati ad eventuali scambi, particolarmente con gli Usa. Anche la Corea del Nord non ha disdegnato la diplomazia degli ostaggi, incarcerando cittadini stranieri per motivi pretestuosi o condannandoli a pene spropositate per la violazione di leggi nordcoreane.
In Venezuela, sebbene tale pratica sia ancora piuttosto recente, è diventata presto consuetudinaria fino a quando, lo scorso gennaio, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha annunciato la scarcerazione di centinaia di prigionieri politici, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. 
Sono varie le convenzioni internazionali che censurano l’uso della detenzione arbitraria e la cattura di ostaggi stranieri per ragioni di Stato, ma molto spesso questi trattati non vengono riconosciuti da tutti i Paesi e ciò fa sì che le violazioni siano difficili da perseguire.
Nel 2021, per esempio, il Canada ha lanciato la Declaration Against Arbitrary Detention in State-to-State Relations, sostenuta da più di 70 Stati e dall’UE. La Dichiarazione, pur non essendo giuridicamente vincolante, fornisce una prima cornice per prospettive di cooperazione multilaterale.
Guardando agli episodi che hanno caratterizzato la diplomazia degli ostaggi, appare evidente come la Comunità Internazionale non sia ancora in grado di contrastare efficacemente queste dinamiche. La principale criticità è rappresentata dall’assenza di un’autorità internazionale riconosciuta da tutti i Paesi e che promuova una multilateralità che non venga compromessa dal principio di veto, in modo tale da far venire meno la supremazia del più forte.
È poi indispensabile predisporre delle linee guida per delineare un percorso che scoraggi questa pratica, ma occorre anche piena comprensione degli aspetti sociali, economici e istituzionali per una politica che sappia efficacemente mediare tra la diplomazia e il conflitto.
Negli ultimi anni, la diplomazia internazionale ha ottenuto risultati misti, con la liberazione di ostaggi in alcuni scenari grazie a complesse trattative, e la continua prigionia di altri in contesti di conflitto acuto, dove le condizioni di detenzione sono inumane.
La diplomazia degli ostaggi resta in definitiva una sfida critica, in una continua contrapposizione tra logiche di potere e la salvaguardia dei diritti umani fondamentali, che rende necessaria una forte cooperazione multilaterale per contrastare questa pratica.