di Giuseppe Gagliano –
L’attacco con droni contro la centrale nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti, segna una nuova soglia nella crisi del Golfo. Non si è trattato soltanto di un episodio militare, ma di un messaggio politico diretto contro una delle infrastrutture più sensibili e simboliche della modernizzazione emiratina.
Le autorità di Abu Dhabi hanno parlato di attacco terroristico non provocato, mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha confermato l’assenza di feriti e di rilascio radiologico. Il regolatore nucleare emiratino ha assicurato il normale funzionamento dell’impianto, ma il significato strategico dell’azione resta rilevante: per la prima volta Barakah entra direttamente nella geografia della guerra regionale.
La centrale non è un’infrastruttura qualsiasi. È il primo impianto nucleare del mondo arabo, costruito con il sostegno della Corea del Sud, costato circa venti miliardi di dollari ed entrato in funzione nel 2020. Può fornire una quota importante del fabbisogno elettrico degli Emirati ed è insieme progetto energetico, simbolo tecnologico e manifesto politico della potenza emiratina.
Il drone che ha colpito ai margini dell’impianto incrina l’immagine di uno Stato moderno, sicuro e connesso ai mercati globali. Abu Dhabi ha costruito negli ultimi anni una narrazione di efficienza, stabilità e innovazione, ma l’attacco mostra che anche il cuore tecnologico degli Emirati resta vulnerabile alla guerra per procura che attraversa il Medio Oriente.
Il contesto regionale rende l’episodio ancora più delicato. L’Iran e le milizie filo-iraniane attive in Iraq hanno già dimostrato la capacità di usare droni e missili contro obiettivi nel Golfo. Secondo le ricostruzioni, tre droni sarebbero entrati nello spazio emiratino attraversando il confine occidentale con l’Arabia Saudita; due sarebbero stati intercettati, mentre uno avrebbe provocato un incendio.
La questione centrale non riguarda soltanto chi abbia materialmente lanciato i velivoli, ma la struttura della minaccia. Teheran dispone di una rete regionale di alleati, gruppi armati e milizie che consente di esercitare pressione senza assumere sempre una responsabilità diretta. È la logica della guerra indiretta: colpire, intimidire e destabilizzare senza arrivare formalmente a un conflitto aperto.
Colpire vicino a Barakah significa inviare un messaggio non solo agli Emirati, ma anche a Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e mercati internazionali. Il segnale è chiaro: se il Golfo diventa piattaforma della pressione contro l’Iran, anche le sue infrastrutture civili strategiche possono entrare nel campo di battaglia.
L’attacco mostra inoltre la centralità dei droni nella guerra contemporanea. Economici, flessibili e difficili da intercettare in ogni circostanza, possono aggirare difese sofisticate e costringere gli Stati bersaglio a impiegare sistemi costosi per neutralizzare minacce relativamente leggere. Gli Emirati dispongono di capacità avanzate, ma nessuna difesa è impermeabile contro traiettorie ibride, lanci da zone grigie e attacchi a bassa quota.
L’impatto economico dell’episodio potrebbe superare il danno materiale. Barakah è un pilastro della strategia energetica emiratina e un attacco contro l’impianto può aumentare i costi assicurativi, raffreddare alcuni investimenti e alimentare dubbi sulla sicurezza delle infrastrutture critiche del Golfo. Per Abu Dhabi, la fiducia nella stabilità è una risorsa strategica quanto il petrolio, la finanza e la logistica.
L’episodio si inserisce anche nella più ampia vulnerabilità degli Emirati, impegnati a ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz attraverso oleodotti, terminali alternativi e nuove rotte energetiche. Ma Barakah dimostra che il rischio non è più soltanto marittimo. Porti, centrali, aeroporti, reti elettriche, data center e zone industriali possono diventare bersagli in una guerra regionale sempre più sistemica.
Per Abu Dhabi il dilemma strategico è evidente. Gli Emirati hanno rafforzato i rapporti con Stati Uniti e Israele, mantenendo però canali pragmatici con Iran, Russia, Cina e Asia. Questo protagonismo ha aumentato il peso internazionale del Paese, ma anche la sua esposizione. L’attacco a Barakah ricorda che ogni ambizione geopolitica comporta costi di sicurezza.
Il dato più inquietante non è ciò che è accaduto, ma ciò che sarebbe potuto accadere. Non ci sono stati feriti né rilascio radiologico, ma una centrale nucleare civile non è un obiettivo ordinario. Ogni attacco di questo tipo abbassa una soglia psicologica e avvicina la regione a scenari di escalation più pericolosi.
Il Golfo non è più la retrovia sicura delle crisi mediorientali. Gli attacchi contro infrastrutture saudite, le tensioni su Hormuz, la guerra nello Yemen e ora il colpo vicino a Barakah mostrano che le monarchie della regione sono parte diretta della competizione militare e politica in corso.
Barakah, che in arabo significa benedizione, rischia ora di diventare un monito. Nel Medio Oriente delle guerre non dichiarate, anche le infrastrutture costruite per alimentare il futuro possono trasformarsi in bersagli del presente.












