EAU. Marcia delle bandiere a Gerusalemme, convocato l’ambasciatore israeliano

di Giuseppe Gagliano

Gli Emirati Arabi Uniti, che solo pochi anni fa avevano normalizzato le relazioni con Israele attraverso gli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, hanno convocato ufficialmente l’ambasciatore israeliano ad Abu Dhabi. Il motivo? La Marcia delle bandiere svoltasi il 26 maggio a Gerusalemme Est, evento che secondo il governo emiratino ha assunto i contorni di una “campagna estremista sistematica” contro i palestinesi.
Il messaggio è inequivocabile: il Ministero degli Esteri degli Emirati denuncia apertamente le “offensive violazioni” avvenute nei pressi della moschea di al-Aqsa e nel quartiere musulmano della Città Vecchia. Le immagini di aggressioni, insulti, sputi contro donne velate, saccheggi e incursioni nelle abitazioni private hanno fatto il giro del mondo. E soprattutto hanno irritato un alleato che, da tempo, sperava di usare il dialogo con Israele come leva strategica nel grande scacchiere arabo.
L’atto diplomatico di Abu Dhabi arriva in un contesto geopolitico delicato. Gli Emirati, fautori di una politica di apertura e di stabilizzazione nella regione, sembrano ora costretti a rivedere il proprio approccio. Il bilancio della Marcia delle bandiere, promossa dal Comune di Gerusalemme per commemorare l’occupazione della parte est della città durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, è disastroso: slogan razzisti, minacce di annessione di Gaza, provocazioni violente che hanno risvegliato i peggiori fantasmi dell’espansionismo ebraico in Terra Santa.
Il paragone tra “Gerusalemme 1967” e “Gaza 2025” su alcuni striscioni portati dai manifestanti non è passato inosservato. Non si tratta più di una semplice celebrazione, ma di un messaggio politico diretto: l’annessione non è un tabù, la rimozione del popolo palestinese neppure.
Le dichiarazioni emiratine trovano eco a Riad e ad Amman. L’Arabia Saudita, attraverso la sua agenzia ufficiale, ha definito l’irruzione del ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, nel complesso di Al-Aqsa come una violazione grave e intenzionale del diritto internazionale. La Giordania, custode storica dei luoghi santi islamici, è stata richiamata apertamente da Abu Dhabi come attore legittimo a cui Israele dovrebbe rendere conto.
Ben Gvir non si è limitato a visitare il sito: ha affermato che la preghiera ebraica, incluse le prostrazioni rituali, è ora permessa. Un gesto che frantuma lo status quo vigente dal 1967, secondo cui i non musulmani possono accedere al complesso solo in orari definiti e senza manifestazioni religiose visibili. La dichiarazione ha provocato una risposta ambigua del primo ministro Netanyahu, che ha ufficialmente dichiarato di non voler modificare le regole, salvo poi presiedere una riunione di gabinetto proprio a Silwan, quartiere simbolico dell’occupazione.
Le parole dell’avvocato israeliano Danny Seidemann sono profetiche: “piromania politica”. Ogni gesto in Gerusalemme Est, in particolare nei pressi di al-Aqsa, è un atto ad altissimo rischio simbolico. La Marcia delle bandiere è stata spesso l’innesco di escalation: basti ricordare la guerra lampo del maggio 2021 tra Hamas e Israele, nata proprio da una simile combinazione di provocazioni. Oggi, con Gaza ancora in ginocchio, lo scenario è ancora più esplosivo.
Non è un caso che il richiamo emiratino all’ambasciatore sia arrivato in contemporanea con altre voci di condanna, inclusa quella del ministro italiano Antonio Tajani, che ha definito l’offensiva israeliana “inaccettabile”. Intanto, si moltiplicano gli attacchi dell’aviazione israeliana nello Yemen, mentre la CPI valuta mandati di arresto per Ben Gvir e Smotrich, sospettati di crimini contro l’umanità.
Gerusalemme non è soltanto una città, ma il cuore pulsante della narrativa identitaria di tre religioni, e il campo di battaglia della politica simbolica tra Israele e mondo arabo. La commistione di religione, nazionalismo e occupazione produce un’escalation costante, in cui ogni provocazione si trasforma in detonatore geopolitico. L’ambizione israeliana di mostrare dominio totale sulla città si scontra con il bisogno arabo-musulmano di preservare almeno simbolicamente la dignità dei luoghi santi.
Per gli Emirati la convocazione dell’ambasciatore non è solo una formalità diplomatica. È un messaggio strategico: la normalizzazione ha dei limiti. Il prezzo del silenzio di fronte all’estremismo non è più sostenibile. E se la coalizione di pace arabo-israeliana vuole sopravvivere, dovrà passare da Gerusalemme.