Ecuador. Muovo stanziamento del Fmi da 600 milioni di dollari

di Giuseppe Gagliano –

Il nuovo stanziamento da 600 milioni di dollari del Fondo Monetario Internazionale per l’Ecuador non è un semplice versamento di cassa. È la conferma che Quito è entrata a pieno titolo nel modello classico di stabilizzazione: disciplina fiscale, taglio dei sussidi, razionalizzazione dello Stato, promessa di protezione dei più deboli e, in cambio, accesso a nuove linee di credito e, più avanti, ai mercati. Il Fondo ha elogiato il governo di Daniel Noboa per aver rispettato i parametri, ma è evidente che il prezzo politico di questo percorso si alza a ogni revisione. Il prestito arriva infatti dopo lo strappo più sensibile, quello sull’eliminazione del sussidio al gasolio, che ha fatto esplodere le piazze indigene e ha prodotto morti e centinaia di feriti. È il paradosso delle riforme neoliberali in America Latina: funzionano sui grafici del Fondo, ma rischiano di non reggere nelle strade.
Noboa ha scelto la via del rigore perché lo spazio era finito. Il Paese è dollarizzato, quindi non può svalutare. I prezzi del petrolio sono in calo e l’Ecuador non gode più di quella finestra di fortuna che in passato aveva permesso di finanziare spesa sociale con le rendite energetiche. Le riserve si assottigliavano, il bilancio 2026 andava presentato e il debito doveva continuare su una traiettoria discendente per evitare una nuova esclusione dai mercati. Da qui la combinazione di tagli: sussidi, ministeri ridotti da 20 a 14, sei segreterie eliminate, cinquemila dipendenti pubblici licenziati. Misure applaudite dal Fondo perché danno il segnale che Quito è disposta a fare ciò che molti governi latinoamericani, sotto pressione sociale, non fanno più.
Ma il problema non è tecnico, è politico. L’Ecuador non è un Paese qualsiasi: ha un movimento indigeno organizzato, abituato a bloccare il Paese quando le misure toccano carburante e alimenti. La rimozione del sussidio al gasolio ha colpito proprio lì: trasporti, agricoltura, distribuzione. Noboa ha promesso che il risparmio di 1,1 miliardi sarà destinato ai programmi sociali. È la classica compensazione suggerita dal FMI: togli una rendita generalizzata e crei bonus mirati per i più poveri. Ma questo funziona solo se la popolazione si fida. E la fiducia è il punto debole del governo: le proteste di settembre e l’alta conflittualità sociale mostrano che una parte del Paese percepisce il programma come imposto dall’esterno più che come un percorso nazionale di risanamento.
Sul piano geopolitico l’operazione ha un’altra lettura. In un momento in cui gli Stati Uniti cercano di rafforzare la loro presenza economica sulla costa pacifica latinoamericana, un Ecuador stabile, fiscalmente disciplinato e aperto agli investimenti è un tassello utile. Il FMI sta premiando non solo i numeri, ma anche l’allineamento politico: riforme della governance, lotta alla corruzione, apertura al settore privato, maggiore attrattività per i capitali stranieri. È lo stesso schema applicato in passato a Colombia e Perù. Quito, che ha bisogno di rientrare sui mercati dopo anni difficili, si presta volentieri. Anche perché a metà novembre si voterà su referendum delicati: riduzione del numero dei parlamentari, taglio ai finanziamenti pubblici dei partiti, possibile apertura a basi militari straniere, fino alla convocazione di una Costituente. Avere il sigillo del FMI in questo momento significa dire agli investitori e agli Stati Uniti che il Paese è sotto controllo.
Resta la dimensione geoeconomica. L’Ecuador sta cercando di riposizionarsi sulle esportazioni non petrolifere, e i dati citati dal Fondo mostrano che la diversificazione sta funzionando. Ma senza una rete energetica sovvenzionata i costi di produzione salgono e solo una parte del tessuto imprenditoriale riuscirà a reggere. È per questo che il FMI insiste su “consenso politico interno”. Non perché si sia fatto improvvisamente democratico, ma perché sa che senza pace sociale il programma salta e con esso la capacità di ripagare il debito. In altri termini: i 600 milioni sono ossigeno, ma non sono gratis. Obbligano Noboa a stare su un crinale strettissimo tra gli impegni con Washington e la piazza indigena che, a differenza dei mercati, non concede proroghe.
Se Quito riuscirà a tenere insieme disciplina fiscale e compensazione sociale, potrà davvero rientrare sui mercati con meno rischio sovrano. Se invece le proteste riprenderanno, il governo sarà costretto a rallentare le riforme e il FMI a irrigidire le condizioni. È il classico braccio di ferro latinoamericano tra ortodossia macroeconomica e legittimità popolare. Questa volta, però, si gioca in un Paese dollarizzato e con un Presidente che ha scelto di anticipare il conflitto invece di rinviarlo.