Egitto. Perché i responsabili della morte di Regeni non salteranno mai fuori

di Giuseppe Gagliano –

Restano complessi i rapporti dell’Egitto con il nostro paese, ed il fatto che Patrik Zaki rimanga in carcere non deve sorprendere come non deve sorprendere l’insabbiamento e i continui depistaggi delle autorità egiziane relativamente a Giulio Regeni.
Esiste infatti una drammatica continuità tra l’Egitto di Nasser e quello attuale ed è una continuità all’insegna della corruzione, della dittatura e del dispotismo militare. Quando iniziò la guerra dei Sei giorni, svoltasi nel giugno del 1967, la propaganda politica e militare egiziana fu così pervasiva e capillare da indurre molti civili e ufficiali dell’esercito egiziano a credere che l’Egitto avesse l’esercito più temibile del Medio Oriente e che nel giro di breve tempo l’esercito israeliano sarebbe stato sconfitto. Quando, al contrario, l’opinione pubblica egiziana apprese della clamorosa sconfitta dell’esercito egiziano solo pochi si resero conto della realtà effettiva del loro paese. Una realtà in cui la corruzione dilagava, in cui vi erano gerarchi incompetenti e generali asserviti al potere. Già ai tempi di Nasser ogni dissenso veniva represso e chiunque si permettesse di attaccare pubblicamente il presidente veniva immediatamente messo agli arresti. Solo chi ignora la storia dell’Egitto di questi ultimi cinquant’anni può illudersi che l’attuale dittatura di Abdel Fatah al-Sisi sia un evento incidentale ed occasionale. Già con il golpe del 1952 la violazione dei diritti personali fu una costante: il presidente Nasser dimostrò, al di là della propaganda del regime, di essere soltanto un autocrate accentratore che utilizzò l’ideologia del panarabismo socialista solo per consolidare il suo potere autoritario, impedendo qualunque tipo di opposizione sia laica che religiosa. Non a caso vennero aboliti anche i partiti. L’ascesa al potere del generale al-Sisi non solo non ha cambiato la situazione, ma addirittura presenta caratteri ancora più deteriori: qualunque tipo di opposizione viene preventivamente bloccata sui media, che di fatto sono al servizio degli apparati di polizia. Nel regime attuale gli oppositori subiscono arresti, torture e persino uccisioni sommarie, ovvero possono essere tranquillamente vittime del potere arbitrario delle autorità civili e militari che godono invece della massima impunità. In un regime autocratico come quello egiziano l’ascesa sociale si fonda solo sulla fedeltà indiscussa verso i superiori. L’importante è eliminare il dissenso, è obbedire alle gerarchie senza se e senza ma, come coraggiosamente testimonia uno dei più strenui oppositori dell’attuale regime e cioè lo scrittore egiziano Ala al-Aswani, oggi in esilio negli Usa, nel saggio autobiografico “La dittatura. Racconto di una sindrome“ (Feltrinelli, 2020). Proprio per questo coloro che hanno eliminato Giulio Regeni non verranno mai consegnati alle autorità, dal momento che sono le stesse forze che hanno consentito all’attuale presidente di prendere il potere dopo il colpo di stato del 2013 e che lo legittimano quotidianamente. D’altronde come potrebbero i paesi europei, e in particolare l’Italia, pretendere che venga fatta giustizia quando sono proprio questi paesi che sostengono economicamente l’Egitto sia attraverso l’esportazione di armi sia attraverso l’export petrolifero? Risulta quindi non solo ipocrita ma anche imprudente da parte di alcune autorità politiche europee, come quelle italiane e francesi, rivendicare il rispetto dei diritti umani e criticare la loro violazione nei paesi asiatici. Se le istituzioni politiche europee volessero impostare le loro relazioni bilaterali con l’Egitto all’insegna della realpolitik, evitino condanne di natura morale nei confronti di altri regimi.