Egitto. Tensioni con Israele per Gaza: Netanyahu minaccia il taglio al gas

di Giuseppe Gagliano –

Il recente irrigidirsi delle posizioni israeliane sul dossier Gaza ha messo in allarme l’Egitto. Le minacce di Benjamin Netanyahu di legare la continuità delle forniture di gas all’apertura del Sinai ai profughi palestinesi hanno toccato quella che per il Cairo è una linea rossa invalicabile: nessuno sfollamento forzato da Gaza in territorio egiziano. Di fronte a questo ricatto, la leadership di Abdel Fattah al-Sisi ha scelto di reagire non solo sul piano diplomatico, ma anche sul fronte più sensibile: l’energia.
Attualmente circa il 10% del fabbisogno energetico egiziano arriva da Israele, con forniture attraverso i giacimenti di Leviathan e Tamar. Una quota apparentemente marginale, ma che diventa cruciale nei mesi estivi, quando la domanda nazionale raggiunge i 7 miliardi di piedi cubi al giorno a fronte di una produzione interna in calo, ferma a 4,4 miliardi. Questo squilibrio ha reso l’Egitto vulnerabile, proprio mentre intendeva affermarsi come hub energetico regionale grazie alle sue infrastrutture di liquefazione e ai progetti di esportazione verso l’Europa.
Il vertice del 7 settembre tra al-Sisi, il premier Madbouly e il ministro del Petrolio Karim Badawi ha segnato un cambio di passo: l’Egitto non vuole piegarsi alle pressioni di Tel Aviv e punta a un piano strategico al 2040 che combini aumento della produzione nazionale, diversificazione delle forniture e sviluppo delle rinnovabili. L’opzione più immediata è rappresentata dal GNL, con contatti avviati con Qatar e Algeria e con trader globali come Hartree, Vitol e Aramco. Sono già in discussione contratti a lungo termine e l’uso di unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione. Parallelamente, il Cairo ha accelerato la cooperazione con Cipro, puntando a integrare i giacimenti ciprioti nelle proprie infrastrutture.
Dietro questa strategia si nasconde un disegno più ampio: sottrarre all’energia la funzione di strumento politico. Israele ha tentato di trasformare l’accordo del 2019 (rinnovato fino al 2040) in una leva per ottenere concessioni sul piano politico e territoriale. Ma la risposta di Sisi, che ha bollato lo sfollamento palestinese come “assurdità” e “linea rossa”, indica che il Cairo non è disposto a subordinare la propria sovranità energetica a pressioni esterne. Non è un caso che i vertici egiziani abbiano parlato di “illusione” riferendosi a Netanyahu: interrompere l’accordo significherebbe non solo conseguenze politiche, ma anche un colpo economico all’intero settore energetico israeliano, che ha trovato nell’Egitto il suo principale sbocco infrastrutturale.
La questione energetica non può essere disgiunta dal quadro militare. Un Sinai destabilizzato dall’afflusso di profughi palestinesi aprirebbe la strada a nuove insorgenze jihadiste, minacciando non solo la sicurezza egiziana ma anche gli interessi israeliani. Per questo, l’Egitto ha tutto l’interesse a difendere la propria posizione con fermezza, pur rafforzando la cooperazione con i partner europei e mediterranei. La prospettiva di un asse energetico Cairo–Nicosia–Atene, integrato nei corridoi infrastrutturali europei, rappresenta una risposta concreta tanto al ricatto israeliano quanto alla necessità europea di diversificazione dal gas russo.
A completare il quadro c’è la volontà egiziana di ridurre la dipendenza dal gas sviluppando le rinnovabili. Il maxi-progetto solare di Benban e le nuove iniziative sull’eolico sono tasselli di un mosaico che mira a trasformare l’Egitto da importatore fragile a esportatore integrato, capace di garantire sicurezza interna e attrattività esterna. In questa prospettiva, le tensioni con Israele potrebbero persino accelerare un processo che, nel medio-lungo termine, può ridisegnare gli equilibri energetici del Mediterraneo orientale.
Il messaggio di Sisi è chiaro: il Cairo non accetterà che il gas diventi moneta di scambio per questioni di sicurezza nazionale. L’Egitto intende riaffermarsi come attore autonomo, rafforzando la propria resilienza interna e ampliando le alleanze regionali. Una mossa che, oltre a proteggere il Sinai dal rischio destabilizzazione, colloca il Paese in un ruolo centrale nelle nuove dinamiche geopolitiche del Mediterraneo.