di Giuseppe Gagliano –
Abu Dhabi sta utilizzando i proventi degli idrocarburi per costruire una presenza internazionale nel settore dei minerali critici, acquisendo miniere e sviluppando attività commerciali e logistiche dall’Africa all’Asia. International Resources Holding, controllata del conglomerato IHC, ha consolidato la propria presenza nel rame dello Zambia, nello stagno della Repubblica Democratica del Congo e nell’esplorazione mineraria in Pakistan, affiancando a queste operazioni nuovi progetti industriali.
La strategia è strettamente collegata al sistema economico dello sceicco Tahnoon bin Zayed, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati e presidente di IHC. Il conglomerato opera in settori che comprendono finanza, intelligenza artificiale, infrastrutture, sanità, agricoltura e risorse minerarie, rendendo sempre più sottile il confine tra investimenti commerciali e strategia nazionale.
Una delle principali operazioni di IRH ha riguardato il complesso minerario Mopani, in Zambia, dove il gruppo ha investito 1,1 miliardi di dollari per acquisire il 51 per cento delle attività, con l’obiettivo di portare la produzione di rame oltre le 200mila tonnellate annue entro cinque anni. Il tentativo di acquisire anche la miniera di Lubambe non è invece riuscito e il sito è passato alla cinese JCHX, confermando la crescente competizione con gli operatori di Pechino.
IRH ha inoltre acquisito il 56 per cento di Alphamin Resources, proprietaria della miniera di Bisie, nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei principali giacimenti mondiali di stagno. Parallelamente Abu Dhabi punta a diventare un centro internazionale per il commercio del rame, controllando non soltanto l’estrazione ma anche acquisto, trasporto, finanziamento e vendita delle materie prime.
La distanza dalla Cina rimane comunque considerevole. Pechino conserva una posizione dominante soprattutto nella lavorazione e raffinazione di numerosi minerali critici e dispone di una rete di miniere, infrastrutture e impianti industriali costruita attraverso decenni di investimenti internazionali.
Gli Emirati puntano quindi non tanto a sostituire la Cina, quanto a diventare un intermediario strategico tra Africa, Asia, Stati Uniti ed Europa. La cooperazione con Washington nei settori dei minerali critici, dell’energia, della logistica e delle tecnologie avanzate conferma l’interesse statunitense verso la diversificazione delle catene di approvvigionamento.
La strategia ha anche una dimensione legata alla sicurezza. Rame, stagno, litio, nichel e terre rare sono indispensabili non soltanto per la transizione energetica, ma anche per radar, satelliti, velivoli senza pilota, sistemi di comunicazione, munizioni di precisione, centri dati e intelligenza artificiale. Il controllo delle materie prime diventa quindi parte integrante della politica di potenza.
Restano tuttavia importanti rischi. Alcuni investimenti si trovano in aree caratterizzate da instabilità e presenza di gruppi armati, come il Nord Kivu congolese e il Belucistan pakistano. A questi si aggiungono la volatilità dei prezzi e le richieste dei Paesi produttori di ottenere maggiore lavorazione locale, occupazione qualificata e ricavi fiscali.
Abu Dhabi non è ancora nelle condizioni di contendere alla Cina il predominio mondiale sui minerali critici, ma sta costruendo una rete capace di ridurne la dipendenza e aumentare il peso geopolitico degli Emirati. La sfida sarà trasformare le acquisizioni minerarie in una filiera industriale e commerciale integrata, facendo delle materie prime uno degli strumenti della politica estera emiratina.



