
di Dario Rivolta * –
Più il tempo passa, più diventa evidente che Trump non è un pazzo incoerente ma un lucido criminale che persegue l’obiettivo che ha sempre dichiarato: fare l’America (ancora) grande e cioè dominante nel mondo. Costi quel che costi.
La guerra all’Iran, per quanto sia impopolare persino nel suo paese, è per lui un tassello indispensabile per garantire che gli Stati Uniti possano continuare a rimanere la prima e l’unica grande potenza mondiale. Come? Garantendosi la certezza di diventare il quasi monopolista dell’offerta di gas e petrolio per tutti i mercati.
Da quando si è sviluppato il metodo per ottenere entrambi dalle rocce sedimentarie chiamate scisti bituminosi, gli USA sono diventati il primo produttore mondiale e, checché si dica o si faccia in merito alla “transizione verde”, gas e petrolio resteranno per molti anni ancora la fonte di energia primaria per tutte le economie e per lo sviluppo industriale. Chi è in grado di imporne il prezzo e di controllarne l’accesso acquisisce verso i clienti, volenti o nolenti che siano, il potere di condizionarli in ogni loro decisione politica.
A tutt’oggi è l’OPEC, l’organismo che raggruppa molti dei più grandi produttori (ed è associato alla Russia), che fissa le quote di produzione e, di conseguenza, il prezzo pagato dai mercati. Chi produce ma non ne fa parte deve adattarsi o cercare di ritagliarsi uno spazio nel proprio mercato interno o presso clienti obbligati a comprare da loro. In questo caso, è comunque il riferimento ai prezzi decisi dall’OPEC a dettare le condizioni.
Un esempio di come si può obbligare un potenziale cliente ad abbandonare i fornitori tradizionali per acquistare da uno anziché da un altro lo vediamo in Europa che, trascinata nella trappola ucraina e anti-russa proprio dagli americani, ha interrotto forniture di gas e petrolio ai prezzi concordati molto favorevoli per poi comprare gli stessi prodotti dagli Stati Uniti e dai loro vassalli medio-orientali o norvegesi a prezzi maggiorati.
Oltre all’Europa, due grandi importatori di gas e petrolio e con produzione interna quasi assente o comunque di gran lunga insufficiente sono la Cina, il Giappone e l’India. Senza contare tutti quei Paesi minori che, pur con economie piccole, devono comunque approvvigionarsene (detto per pura informazione: una porta-container o una nave da crociera possono consumare da 300 a 800 tonnellate di carburante al giorno ciascuna, in barba ai desiderata del “risparmio energetico” green).
Occorre allora vedere chi sono attualmente i più grandi produttori di petrolio e gas e dove stanno le maggiori riserve utilizzate o ancora da utilizzare.
Ebbene, il più grande produttore petrolifero sono oggi gli Stati Uniti, seguiti, in ordine, da Arabia Saudita, Russia, Canada, Iraq, Cina e Brasile. Per il gas: Stati Uniti, Russia, Iran, Cina e Qatar. Quanto alle riserve conosciute i maggiori detentori sono: Venezuela, Arabia Saudita, Iran, Canada, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Russia. Tra le riserve presenti ma meno attualmente sfruttate: Venezuela, Iran e Iraq. A tutto ciò occorre aggiungere le possibilità nell’Artico che, se e quando utilizzate, potrebbero spostare molto in là il picco di produzione oggi stimato verso i cinquanta anni da oggi.
Visti questi dati diventa comprensibile che, se gli USA considerano la Cina il più grande e pericoloso concorrente per l’egemonia mondiale, poter controllare la maggior parte delle forniture energetiche verso quel Paese consentirà a Washington di avere, come si usa dire, il coltello dalla parte del manico.
Ecco allora che diventa chiara l’azione aggressiva contro il Venezuela. Non importava, ma già lo sapevamo, di che tipo fosse il regime a Caracas, bensì contava interrompere le forniture in corso a favore di Pechino e impadronirsene in barba a ogni pseudo “diritto internazionale”.
Inoltre, era e resta imprescindibile il fatto che ogni transazione di gas e petrolio si debba svolgere in dollari, garantendo così la supremazia di quella valuta negli scambi mondiali e quindi consentendo agli USA di continuare a emettere dollari a sbafo.
L’Arabia Saudita è un problema minore perché i mezzi per condizionarla sono numerosi e il regime, pur con qualche velleità di indipendenza, non può permettersi di passare una “linea rossa”. L’Iraq è particolarmente instabile, corrotto e corruttibile e resta così un problema minore.
Con la Russia Trump persegue da tempo un qualche accordo che, apparentemente, riguarda la guerra in Ucraina ma, in realtà, ha obiettivi molto più vasti. Che Mosca sia attualmente legata a Pechino a doppio filo è poco importante, poiché tutti sanno che tra i due Paesi non c’è, né è mai esistito, un rapporto d’amore ma solo di convenienza contingente, suscettibile di cambiare secondo le circostanze.
Ciò su cui gli americani non possono transigere è che sia fatta salva la loro egemonia sull’Europa e che la Russia lo accetti. Il Canada ha anch’esso qualche velleità di sganciarsi dalle prepotenze statunitensi soprattutto dopo le sparate trumpiane, ma non è nemmeno una tigre di carta visto che la sua economia è legata a doppio filo con quella del più grande e possente Paese che lo confina a sud.
Tra i grandi produttori e con le maggiori riserve resta l’Iran e da qui si capisce il vero perché di questa guerra. Teheran, oltre alla retorica governativa anti-americana e anti-israeliana, a causa delle sanzioni si è pericolosamente avvicinata alla Cina a cui vende gas e petrolio con pagamenti in yuan e non in dollari.
Se fosse ufficialmente riammessa sul mercato internazionale potrebbe sconvolgere tutti gli attuali equilibri di mercato e le sue potenzialità produttive potrebbero garantire le forniture di energia a tutti i potenziali concorrenti degli Stati Uniti.
Ecco dunque la “necessità” di cambiare il regime degli ayatollah per sostituirlo con qualcuno più disponibile a fare ciò che si è ottenuto con il Venezuela, anche mettendo subito la produzione (e la vendita) gas-petrolifera sotto la tutela degli “amici” americani.
Pechino ha ben chiara la situazione e, seppur in modo più discreto di quanto gli occidentali hanno fatto con l’Ucraina contro la Russia, sta aiutando l’Iran in questa nuova guerra che finisce, come l’altra, per essere una guerra per procura.
Poco importa se con i bombardamenti a tappeto si distruggono tutte le infrastrutture economiche del Paese e si massacrano centinaia di cittadini “desiderosi di democrazia”. Se gli americani riusciranno nel loro intento, cosa peraltro niente affatto sicura, poco importa persino se in futuro l’Iran si costruirà centrali atomiche e persino la bomba: ciò che conta è che tutto avvenga sotto la “giusta” tutela.
D’altra parte l’amico Israele già ne possiede e a Washington nessuno ne è preoccupato.
A proposito di Israele, occorrerebbe domandarsi quanto, nelle stragi che stanno continuando a commettere a Gaza e in Libano, conti la volontà di garantirsi la propria sicurezza e quanto invece il delirante desiderio di fare quella “Grande Israele” che i forsennati fanatici religiosi ritengono loro promessa dal loro dio.
Come sempre, quando si scatena una qualunque guerra è necessario convincere le varie opinioni pubbliche e i propri soldati mandati al macello di averlo fatto per nobili motivi, siano essi “l’esportazione della democrazia”, la “tutela dei diritti umani” o altre motivazioni benemerite e umanitarie di alcun genere.
La verità è che, dietro le necessarie propagande dispensate in abbondanza da tutti i fronti, i motivi sono sempre economici e di potenza. Se qualcuno ancora ne dubitasse, vada a controllare con quali Paesi e con quali regimi chi vanta i propri “sacri valori” mantiene le migliori e più profonde relazioni. A partire dagli amici degli Stati Uniti, ma senza dimenticare anche con chi la nostra Europa ha ottimi rapporti.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.











