di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore del 59mo anniversario dell’indipendenza guyanese, la Comunità Caraibica (CARICOM) ha riaffermato con forza il proprio sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale della Guyana. Ma dietro l’abbraccio diplomatico si cela molto più di una semplice dichiarazione formale: si intravede una regione in fermento, un’economia emergente che cerca un proprio spazio nel teatro geopolitico globale e, soprattutto, un conflitto mai sopito che minaccia di travolgere gli equilibri sudamericani.
Il messaggio ufficiale, inviato dalla segretaria generale della CARICOM Carla Barnett al presidente guyanese Irfaan Ali, è stato per molti versi una celebrazione del “modello Guyana”. Un’economia propulsa dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi offshore la cui crescita, secondo il Fondo Monetario Internazionale, è tra le più rapide al mondo, è stata accolta come un segnale di riscatto regionale. A differenza di altri Paesi produttori, Georgetown ha cercato di accompagnare l’espansione economica con politiche ambientali e con una forte partecipazione alle dinamiche multilaterali.
Barnett ha posto l’accento sull’attivismo internazionale della Guyana, oggi membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e sulla sua capacità di portare “la voce dei Caraibi” nei principali consessi internazionali. Un ruolo che acquisisce maggior valore se si considera l’instabilità cronica che affligge Haiti, dossier in cui Georgetown è diventata interlocutrice rispettata, e le fragilità democratiche che scuotono il continente.
All’interno della stessa CARICOM, la Guyana gioca un ruolo strategico: ospita la sede della segreteria generale, coordina dossier cruciali come la sicurezza alimentare e l’agricoltura regionale, ed è al centro del piano collettivo che mira a ridurre del 25% la dipendenza dalle importazioni alimentari entro il 2030. Sotto la guida del presidente Ali, Georgetown ha inoltre dato nuovo impulso al soft power caraibico, promuovendo lo sport come vettore d’integrazione regionale.
Ma nessuna celebrazione può prescindere dal conflitto che riemerge ciclicamente dalle sabbie dell’Essequibo. Una regione ricca di risorse, cioè petrolio, oro, minerali, che costituisce due terzi del territorio guyanese, ma che il Venezuela rivendica da decenni, rispolverando una lettura storica coloniale risalente ai tempi dell’impero spagnolo.
L’anniversario dell’indipendenza guyanese è coinciso, quest’anno, con le elezioni presidenziali in Venezuela, durante le quali Nicolás Maduro ha nuovamente agitato la bandiera dell’Essequibo per rinsaldare il fronte interno. Dopo la contestata rielezione, il leader bolivariano ha annunciato l’elezione, ritenuta illegittima da Georgetown, di un “governatore dell’Essequibo”, preludio alla proclamazione di un 24esimo Stato venezuelano denominato “Guyana Essequiba”.
Una provocazione che il presidente Ali ha respinto con fermezza, definendola una chiara violazione della sovranità nazionale e una minaccia all’intera architettura regionale. Le tensioni sono ormai giunte al punto in cui la diplomazia rischia di essere travolta dall’ideologia e dai calcoli elettorali.
Il sostegno della CARICOM, sebbene compatto, resta privo di una reale capacità deterrente sul piano militare o diplomatico. Il comunicato di Barnett si chiude con un auspicio: che la Guyana continui la sua ascesa come attore regionale responsabile e rispettato. Ma la partita in gioco va ben oltre i confini della diplomazia celebrativa.
Il Venezuela non è solo una potenza regionale decaduta: è anche un Paese in crisi che cerca nella retorica del revanscismo territoriale un’arma per legittimarsi internamente e guadagnare margini nel caos geopolitico dell’emisfero. La Guyana, d’altro canto, è la cartina di tornasole di una nuova geografia del potere: petrolio, sostenibilità, cooperazione sud-sud, protagonismo caraibico.
Il dossier Essequibo, dunque, non è un semplice contenzioso bilaterale. È lo specchio di una regione che si confronta con le vecchie ferite coloniali e le nuove sfide della sovranità, tra nazionalismi petroliferi e aspirazioni globali.












