Etiopia. Addis Abeba contro Asmara: il mare come ossessione, la guerra come rischio

di Giuseppe Gagliano –

Se guardi la cartina, capisci subito perché Etiopia ed Eritrea sono tornate a guardarsi come nemici. L’Etiopia è una potenza demografica e una economia africana di prima fascia, ma vive senza sbocco sul mare. Abiy Ahmed ha trasformato questo dato geografico in una questione politica: recuperare un accesso diretto al Mar Rosso, meglio se attraverso la costa eritrea. Ufficialmente Addis Abeba nega piani di invasione. Ma, nel momento in cui il primo ministro mette in discussione la sovranità altrui e parla di “diritto” al mare, ad Asmara la frase suona come una minaccia esistenziale, soprattutto su Assab, che per l’Eritrea non è solo un porto: è la garanzia di essere uno Stato pienamente sovrano.
All’inizio del 2024 l’Etiopia ha provato la via laterale: memorandum con il Somaliland per usare Berbera, con una concessione di oltre dodici miglia di costa in affitto per cinquant’anni a favore della marina etiope. In cambio, Addis Abeba ha ventilato il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente. Per Mogadiscio è stata una dichiarazione di guerra politica: violazione di sovranità, “atto di aggressione”, promessa di reagire con tutti i mezzi legali. Anche l’Unione Europea ha criticato l’intesa chiedendo rispetto dell’unità e dell’integrità territoriale somala. Il punto vero, però, è un altro: se un grande Paese decide che può ridisegnare le mappe con un porto in affitto e un riconoscimento diplomatico, tutta l’area del Corno d’Africa capisce che il confine tra diplomazia e coercizione si è fatto sottile.
L’Eritrea diventa indipendente nel 1993 con un accordo amichevole con le nuove autorità etiopi. In un primo tempo Addis Abeba continua a usare Assab come principale porto commerciale. Poi arriva la frattura: il conflitto di confine del 1998-2000 per Badme, una guerra feroce, da trincea, con oltre centomila soldati uccisi. Nel 2000 si ferma tutto, una commissione sostenuta dalle Nazioni Unite assegna Badme all’Eritrea, ma la decisione non viene applicata. Le relazioni restano congelate fino al 2018, quando Abiy sale al potere e riapre il dialogo: accordo di pace a Gedda, confini riaperti per un periodo breve, gesti pubblici di amicizia.
Nel 2020 scoppia la guerra nel Tigray tra governo federale e TPLF. L’Eritrea entra in campo a fianco di Addis Abeba: per Asmara il TPLF è una minaccia storica, un nemico al confine. La guerra finisce con l’accordo di Pretoria del novembre 2022. E proprio lì nasce la nuova frattura: Asmara vive quella tregua come un tradimento, perché consente al TPLF di mantenere una forma di controllo politico sul Tigray. L’Eritrea avrebbe voluto condizioni molto più dure, tali da smantellare i tigrini. Non accade. Il rancore si deposita, poi diventa strategia.
Nella seconda metà del 2023 Abiy insiste sul tema: l’Etiopia deve recuperare il “patrimonio” marittimo e le tradizioni sul Mar Rosso. Per Asmara è una pressione diretta su Assab. Non serve un piano d’invasione scritto: basta la narrazione, perché in politica di sicurezza le narrazioni sono già preparazione.
Nel 2024 il Tigray entra in crisi: un gruppo dirigente del TPLF estromette Getachew Reda, giudicato troppo vicino ad Addis Abeba. Il TPLF, in modo paradossale, costruisce un rapporto con l’Eritrea, suo ex nemico, puntando anche al controllo del territorio e delle risorse, comprese le riserve aurifere. Asmara, dal canto suo, vede l’utilità di un Tigray meno allineato al governo federale: meglio un cuscinetto che una frontiera diretta con un’Etiopia ostile.
Nel frattempo Addis Abeba accusa in modo credibile l’Eritrea di sostenere gli insorti in Amhara, gli stessi che durante la guerra del Tigray avevano combattuto a fianco dei soldati eritrei. È la classica salita di livello: dal litigio politico al conflitto per procura. E quando cresce la guerra per procura, cresce anche il rischio che un incidente diventi casus belli.
La guerra in Sudan peggiora tutto e crea schieramenti. Asmara si colloca tra le capitali che sostengono l’esercito sudanese contro le Forze di Supporto Rapido. L’Etiopia si dichiara neutrale, ma viene considerata vicina alle Forze di Supporto Rapido anche per i rapporti di Abiy con gli Emirati Arabi Uniti, principale sponsor di quei paramilitari. C’è un dettaglio che pesa come piombo: la costruzione di un campo di addestramento nella remota Benishangul-Gumuz, vicino al confine sudanese, per preparare migliaia di combattenti delle Forze di Supporto Rapido. In parallelo, unità tigrine avrebbero combattuto contro quelle forze a fianco dell’esercito sudanese. Risultato: alleanze incrociate, rancori locali, sponsor esterni. Il Corno d’Africa diventa un sistema di vasi comunicanti: se scoppia una guerra tra Etiopia ed Eritrea, può saldarsi con il Sudan e trascinare anche attori del Golfo, per interessi portuali, rotte e proiezione di influenza.
L’ipotesi più probabile non è l’invasione pianificata, ma l’errore di calcolo. Una scaramuccia al confine, un raid attribuito a milizie, un attacco “non rivendicato”, un’escalation di ritorsioni. È la dinamica tipica quando due Stati hanno già attivato pedine interne e quando ciascuno pensa che l’altro stia preparando il peggio. L’Etiopia, più grande e più potente, può essere tentata da avventurismo militare contro un vicino più piccolo. Ma il precedente del 1998-2000 ricorda cosa significa trasformare una disputa di confine in guerra totale: una macchina che divora uomini e risorse e che poi non torna facilmente sotto controllo.
Il punto economico è semplice: per Addis Abeba un accesso diretto al mare riduce dipendenze logistiche, costi di trasporto, vulnerabilità delle filiere. Ma la scorciatoia militare sarebbe una catastrofe: taglierebbe rotte, spaventerebbe investimenti, comprimerebbe entrate fiscali e trasformerebbe il Corno d’Africa in una zona ad alto rischio per commercio e assicurazioni marittime nel quadrante del Mar Rosso. Per l’Eritrea, una guerra significherebbe militarizzazione permanente e isolamento più profondo. Per i Paesi vicini, significherebbe ondate di profughi, nuove economie di guerra, e la certezza che il conflitto sudanese non resterebbe più “solo” sudanese.
Questa crisi non è un fatto bilaterale. Il Mar Rosso è una delle arterie del commercio globale, e il Corno d’Africa è il perno tra Mediterraneo allargato, Golfo e Africa orientale. Per questo ogni tensione lì si riempie di attori esterni: Paesi del Golfo in cerca di influenza e profondità strategica, potenze extra-africane che proteggono rotte e basi, e mediatori che spesso cercano stabilità ma anche vantaggi. La vera domanda, oggi, è se Etiopia ed Eritrea scelgano una politica di de-escalation reale o se continuino a muoversi come se la guerra fosse solo una possibilità remota. Nel Corno d’Africa, di solito, la guerra arriva quando tutti erano convinti di poterla evitare.