
di C. Alessandro Mauceri –
Viviamo nell’epoca delle grandi dichiarazioni e dei discorsi solenni. Spesso però a queste promesse non seguono i fatti. Le analisi condotte inoltre, se lette solo superficialmente, non spiegano quale sia la situazione reale. Gli esempi non mancano. Tutti i leader globali invocano la pace, ma la spesa militare cresce come non accadeva da decenni. Molti proclamano l’urgenza di una presunta transizione ecologica, ma le emissioni di CO₂ continuano ad aumentare e, spesso, gli impegni per l’ambiente finiscono nel dimenticatoio oppure vengono rinviati o ridimensionati, come dimostrano gli sviluppi in Europa e negli Stati Uniti. Si afferma che sanità, scuola e welfare rappresentano i pilastri della coesione sociale, ma milioni di persone continuano a fare i conti con servizi insufficienti e disuguaglianze sempre più profonde. La distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo è diventata l’emblema del nostro tempo.
Anche la lotta contro la fame nel mondo rappresenta un esempio di questa contraddizione. Recentemente è stato pubblicato il rapporto State of Food Security and Nutrition in the World (SOFI), elaborato dalle agenzie delle Nazioni Unite. Il documento presenta un quadro nel complesso positivo: per il terzo anno consecutivo il numero delle persone che soffrono la fame è diminuito. Nel 2025 sarebbero circa 645 milioni le persone denutrite, pari al 7,8% della popolazione mondiale, oltre quaranta milioni in meno rispetto al 2022. Un dato incoraggiante, che dimostra come gli interventi pubblici abbiano prodotto risultati concreti.
Esistono tuttavia aspetti di cui si parla molto meno. Gli stessi autori del rapporto invitano a non cedere a un eccessivo ottimismo. I miglioramenti riguardano soprattutto alcune aree dell’Asia e dell’America Latina. Nei Paesi da decenni, se non da secoli, colpiti da crisi devastanti, come quelli dell’Africa subsahariana, la fame continua invece a crescere e milioni di persone restano intrappolate in un intreccio di povertà, conflitti e cambiamenti climatici. In altre parole, proprio dove il problema è più grave i progressi sono più lenti. Una contraddizione che diventa ancora più evidente se si sposta lo sguardo verso i Paesi più ricchi.
Da un lato, centinaia di milioni di persone non riescono ad alimentarsi in modo adeguato. Anche nei Paesi industrializzati i livelli di povertà multidimensionale e di povertà estrema mostrano tendenze preoccupanti: in Italia la povertà coinvolge oltre cinque milioni di persone, tra cui più di 1,3 milioni di minori. Dall’altro lato, lungo tutta la filiera agroalimentare continuano a essere sprecate enormi quantità di cibo: nei campi, nell’industria, nella distribuzione, nella ristorazione e nelle abitazioni dei consumatori. È il segnale di una cultura del rispetto del cibo ancora insufficiente.
Secondo il Cross Country Report dell’Osservatorio Waste Watcher International, ogni anno nel mondo vengono sprecati circa 1,5 miliardi di tonnellate di alimenti, pari a circa un terzo della produzione alimentare globale. Oltre la metà degli sprechi si concentra nella vendita al dettaglio, nella ristorazione e nelle famiglie, mentre la parte restante si verifica nelle fasi di produzione e raccolta. Si tratta di un fenomeno che interessa anche i Paesi sviluppati: in Italia vengono sprecati mediamente oltre mezzo chilo di alimenti per persona ogni settimana. È vero che rispetto a dieci anni fa la situazione è migliorata, ma il Paese continua a collocarsi tra quelli europei con livelli di spreco domestico ancora elevati.
Qualunque sia il punto della filiera in cui si verifica, lo spreco alimentare comporta un enorme consumo inutile di risorse. Finiscono nella spazzatura ettari di terreni coltivati, migliaia di litri d’acqua, energia e lavoro umano, con pesanti conseguenze ambientali dovute anche ai trasporti e alle emissioni di gas serra generate inutilmente.
Il paradosso è evidente: da una parte si celebra la riduzione della fame nel mondo, dall’altra si continuano a disperdere risorse che potrebbero contribuire in modo significativo a ridurre la denutrizione, oltre ad alleggerire la pressione sui sistemi alimentari, sull’ambiente e sui bilanci delle famiglie.
Come ha sottolineato il vicedirettore generale della FAO, Maurizio Martina, «serve certamente una maggiore consapevolezza, ma servono anche cambiamenti strutturali nel sistema, oltre che nell’atteggiamento dei singoli individui». Martina evidenzia inoltre la necessità di intervenire non solo sullo spreco, ma anche sulle perdite alimentari, investendo nelle infrastrutture di stoccaggio e nella catena del freddo, soprattutto nei Paesi più fragili. Un sistema di conservazione efficiente garantisce infatti un approvvigionamento più stabile, contribuisce a contenere i prezzi e rafforza la sicurezza alimentare delle comunità. «Perdite e sprechi alimentari sono due facce della stessa medaglia», conclude.
Lo spreco alimentare non rappresenta soltanto una questione etica: è uno dei simboli più evidenti dell’incoerenza del nostro modello di sviluppo.
Il problema del nostro tempo non è la mancanza di idee, programmi o dichiarazioni. Il vero limite è la difficoltà di trasformare le parole in azioni concrete, coerenti e condivise. La pace si costruisce attraverso le politiche, la sostenibilità attraverso i comportamenti quotidiani e la lotta contro la fame non dipende soltanto dalla quantità di cibo prodotta, ma soprattutto da come scegliamo di distribuirlo, consumarlo e non sprecarlo. Non con le armi.
Se davvero si volesse misurare il grado di civiltà di una società, forse bisognerebbe smettere di contare le promesse e iniziare a eliminare le contraddizioni che i cittadini sono costretti ad accettare.











