Filippine. Duterte sarà processato all’Aia

di Simone Frusciante

I giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno confermato lo scorso 23 aprile le accuse di crimini contro l’umanità nei confronti dell’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duterte nell’ambito della guerra alla droga. Secondo la commissione incaricata di esprimersi in merito, esistono “ragioni fondate” per credere che l’ex leader sia da ritenersi responsabile di migliaia di omicidi extragiudiziali compiuti per suo ordine da polizia e “squadroni della morte” quando Duterte era sindaco di Davao, e ancora durante il suo mandato come Capo di Stato dal 2016 al 2022.
Le indagini hanno riguardato i legami esistenti tra Duterte e migliaia di omicidi di presunti spacciatori e consumatori di droga dagli anni ’90 fino alla presidenza. La giurisdizione della CPI si applica solo al periodo in cui le Filippine aderivano allo Statuto di Roma, dal 1° novembre 2011 al 16 marzo 2019, il giorno prima che lo stesso Duterte ne annunciasse il ritiro. Questo periodo include tre anni della presidenza, in cui la guerra alla droga raggiunse il picco massimo. La Corte Suprema delle Filippine decretò nel 2021 che, nonostante il ritiro dallo Statuto, Manila era vincolata dall’obbligo di cooperare con la CPI in relazione agli anni in cui ne era stata parte.
Il governo guidato dal Presidente Ferdinand Marcos jr., dal canto suo, adottò una posizione di non cooperazione nei confronti della CPI, ma, allo stesso tempo, dichiarò che avrebbe consegnato Duterte se egli fosse stato incriminato, citando il proprio obbligo verso l’Interpol, di cui le Filippine sono un membro. La CPI emise il mandato di arresto il 7 marzo 2025 e contattò l’Interpol per eseguirlo. L’11 marzo, in un’operazione congiunta compiuta dalla polizia nazionale filippina e dall’Interpol, Duterte venne arrestato e condotto all’Aia. Il governo di Manila sottolineò che esso aveva coordinato l’arresto non con la CPI, di cui non riconosceva la giurisdizione, bensì con l’Interpol.
Nella decisione di cinquanta pagine, i giudici hanno riferito di aver riscontrato evidenze in base alle quali Duterte avrebbe “sviluppato, disseminato e implementato” una politica “tesa a neutralizzare i presunti criminali”. Le stime delle vittime della guerra alla droga nel solo periodo della presidenza di Duterte variano da 6.000, secondo quanto è emerso dai rapporti della polizia filippina, fino a 30.000, come denunciato da molteplici organizzazioni per i diritti umani. I procuratori hanno dichiarato che “la decisione rappresenta un risultato significativo” come parte degli sforzi “per far sì che venga fatta giustizia”. Profonda soddisfazione è stata espressa anche dalle famiglie delle vittime.
Duterte ha scelto di non essere presente in aula alla lettura della decisione, così come aveva deciso di disertare anche tutte le udienze precedenti, essendosi avvalso del proprio diritto a non comparire. Nel mese di marzo, i giudici avevano altresì stabilito che egli potesse sostenere il processo, dopo che erano state sollevate preoccupazioni circa la sua salute, anche in ragione dell’età avanzata, poiché Duterte ha più di 80 anni. Non è stata ancora ufficializzata una data per l’inizio del processo, ma esso si preannuncia già come un evento di portata storica, in quanto Duterte sarà il primo leader filippino e asiatico a essere processato di fronte alla CPI dell’Aia.
Le reazioni politiche alla vicenda dell’ex Presidente Duterte sono state diverse. Da un lato, l’attuale Capo di Stato Ferdinand Marcos jr. ha manifestato “rammarico” per l’arresto, asserendo però che il governo non potesse fare diversamente e smentendo qualsiasi ipotesi di “persecuzione politica”; dall’altro, la Vicepresidente Sara Duterte, figlia di Rodrigo, ha fortemente criticato l’amministrazione, arrivando a parlare di “rapimento di Stato” e denunciando l’arresto del padre come una “violazione della sovranità nazionale” e un “insulto all’intero popolo filippino”.
Gli eventi riguardanti Rodrigo Duterte si inseriscono in una spirale di crescenti tensioni tra Marcos jr. e Sara Duterte. Pur essendo stati alleati alle elezioni del 2022, tra i due è presto giunta una frattura insanabile, dovuta a contrasti che sono gradualmente peggiorati nel tempo. Duterte jr., dopo aver rotto con il Presidente, ha lanciato una campagna diffamatoria nei suoi confronti, attaccandolo a tutto campo, e rivolgendo persino minacce di morte a lui e alla sua famiglia, convinta a sua volta che fosse in atto un complotto contro di lei orchestrato da Marcos per ucciderla.
Nel febbraio scorso, Marcos è riuscito a superare tre mozioni di impeachment, presentate dagli alleati di Duterte, i quali hanno accusato il Presidente di corruzione, appropriazione indebita e violazioni della Costituzione per aver consentito l’arresto dell’ex leader, facendo sì che egli fosse condotto di fronte alla Corte dell’Aia. Neanche Sara Duterte è immune da rischi; nel 2025 ella era stata sottoposta a impeachment dal Parlamento filippino, ma la misura era stata revocata alcuni mesi dopo dalla Corte Suprema, che aveva menzionato difetti procedurali.
Ciononostante, sono state avviate nuove iniziative che potrebbero costarle non solo la destituzione dalla carica, ma anche l’esclusione perpetua dalla politica. Sara Duterte, sulla quale pendono accuse di corruzione, utilizzo indebito di fondi pubblici, nonché di aver cospirato per uccidere Marcos e aver esortato il popolo alla rivolta, ha negato qualsiasi responsabilità e affermato che lo scopo sia quello di impedire la sua partecipazione alle prossime elezioni del 2028, in cui lei sarebbe tra i principali candidati alla presidenza. Con la faida tra i vertici dello Stato che non accenna a placarsi, le Filippine rischiano di affrontare un lungo periodo di instabilità politica.