Filippine. Il Red-Tagging come arma di Stato

di Tommaso Franco –

Può un Paese guidare la stabilità dell’ASEAN se al suo interno criminalizza il dissenso?
Le Filippine si trovano a un bivio storico. Mentre il Paese mira a diventare un hub economico strategico e si prepara ad assumere la Presidenza dell’ASEAN nel 2026, la sua credibilità internazionale è offuscata dal Red-Tagging. Questa pratica governativa consiste nel criminalizzare attivisti, giornalisti e sindacalisti, etichettandoli pubblicamente come “comunisti” o “terroristi”. Fondata negli anni ’60 dal regime di Ferdinand Marcos Sr. per annientare la minaccia della New People’s Army (NPA), questa tattica militare si è oggi trasformata in un meccanismo di repressione sistematica. Il rischio è che il Red-Tagging possa compromettere la reputazione democratica di Manila proprio alla vigilia del suo debutto alla guida del gigante del Sud-est asiatico.

Tra delitto e sbarre: la sentenza che non libera Frenchie Mae Cumpio.
Per anni, il Red-Tagging è stato utilizzato in una sorta di vuoto normativo. Nel maggio 2024, la Corte Suprema delle Filippine ha emesso una sentenza storica, definendo questa pratica una violazione della vita, della libertà e della sicurezza. Eppure, il sistema vive il paradosso di Frenchie Mae Cumpio, la più giovane giornalista al mondo, arrestata nel 2020 per possesso illegale di armi e finanziamento al terrorismo. Accusa, quest’ultima, che nel gennaio 2026 le è valsa la condanna a una pena tra i 12 e i 18 anni di carcere. Come evidenziato da Radio Free Asia, il suo processo non è solo una vicenda giudiziaria, ma un banco di prova per l’intera democrazia filippina: senza la liberazione di chi scrive la verità, diventano poco credibili le promesse di stabilità interna fatte all’ASEAN.

Leadership o controllo? La sfida di Manila alla guida dell’ASEAN.
L’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) è il blocco politico-economico che unisce dieci nazioni del Sud-est asiatico in nome della stabilità e del libero mercato, ma la presidenza delle Filippine nel 2026 solleva profondi interrogativi etici. Può un Paese farsi garante della sicurezza regionale se trasforma i propri cittadini in bersagli? Mentre Manila si presenta sul palcoscenico globale con l’inclusivo slogan “Navigating Our Future, Together”, l’azione del suo apparato statale racconta una realtà diametralmente opposta, fatta di repressione e controllo sociale. La vera leadership regionale non si misura dalla capacità di imporre il silenzio con la forza, ma dalla volontà di proteggere lo spazio democratico. Affinché l’ASEAN possa davvero progredire, è necessario che Manila riconosca che la stabilità duratura si fonda sul rispetto del dissenso e sulla fine definitiva di un sistema che equipara la critica sociale al terrorismo.

2026: l’ultima chiamata per la democrazia filippina.
Il governo di Marcos Jr. si trova davanti a un aut aut: la sentenza della Corte suprema contro il Red-Tagging rimarrà una vittoria di carta o diventerà uno scudo per la società civile? Recentemente, esperti delle Nazioni Unite e organizzazioni come Amnesty International hanno sottolineato che, nonostante la svolta della Corte, la cultura della repressione non è ancora stata smantellata. Il cammino verso la presidenza ASEAN richiede un atto di coraggio: smettere di guardare al dissenso come a una minaccia e riconoscerlo come il cuore pulsante di una nazione sana. Il futuro delle Filippine nell’ASEAN dipenderà dalla capacità di Manila di passare dalle parole ai fatti: trasformare una sentenza storica in una tutela reale.