
di Giuseppe Gagliano –
Le Filippine e la Cina potrebbero avviare esplorazioni congiunte di petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale. Lo ha affermato il presidente filippino Ferdinand Marcos junior, secondo il quale i negoziati con Pechino avrebbero compiuto progressi sufficienti a rendere possibile un’intesa nonostante le persistenti dispute territoriali tra i due Paesi.
Per Manila la ricerca di nuove risorse energetiche è diventata prioritaria a causa del progressivo declino del giacimento di Malampaya, per anni fondamentale per la produzione elettrica nazionale. La diminuzione della produzione interna costringe infatti le Filippine a ricorrere maggiormente alle importazioni, esponendo il Paese alle oscillazioni dei prezzi internazionali.
Al centro dei negoziati potrebbe esserci il Banco di Reed, chiamato Banco Recto nelle Filippine, un’area potenzialmente ricca di idrocarburi che Manila considera parte della propria zona economica esclusiva. Pechino include invece quelle acque nelle proprie rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale.
La sentenza arbitrale internazionale del 2016 ha respinto le pretese storiche cinesi su gran parte del bacino, decisione che Pechino continua a non riconoscere. Un eventuale accordo dovrebbe quindi consentire lo sfruttamento delle risorse senza definire formalmente la sovranità sulle acque interessate, disciplinando investimenti, ricavi, sicurezza e gestione delle infrastrutture.
Per Manila il principale rischio politico consiste nell’evitare che la cooperazione venga interpretata come una rinuncia ai diritti rivendicati sulla base della sentenza del 2016. Pechino, parallelamente, difficilmente accetterebbe una formula che riconoscesse esplicitamente la giurisdizione filippina. Una soluzione potrebbe quindi prevedere un’intesa temporanea esclusivamente economica, rinviando la questione territoriale.
L’eventuale scoperta di riserve sfruttabili permetterebbe alle Filippine di ridurre le importazioni energetiche e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti, anche se sarebbero necessari anni prima dell’avvio della produzione commerciale. Servirebbero infatti piattaforme, condotte, infrastrutture costiere e consistenti investimenti.
Per la Cina l’intesa avrebbe invece un valore sia economico sia strategico. Pechino potrebbe ottenere accesso alle risorse e nuove opportunità per le proprie imprese, rafforzando contemporaneamente il proprio ruolo di interlocutore indispensabile nelle controversie regionali.
La possibile cooperazione energetica si inserisce tuttavia in un quadro caratterizzato da frequenti tensioni tra unità filippine e cinesi. Manila accusa da tempo la guardia costiera cinese e altre imbarcazioni di ostacolare le proprie attività nelle zone contese attraverso manovre pericolose e cannoni ad acqua. Marcos ha ribadito che qualsiasi collaborazione economica non comporterà una rinuncia ai diritti territoriali filippini.
Sul negoziato pesa anche il rapporto di alleanza tra Filippine e Stati Uniti. Manila ha ampliato negli ultimi anni la cooperazione militare con Washington e l’accesso americano alle proprie basi, una presenza che Pechino considera parte della strategia statunitense di contenimento della Cina nel Pacifico e attorno a Taiwan.
Un accordo limitato al Banco di Reed potrebbe quindi rappresentare la soluzione più praticabile, consentendo alle parti di sfruttare le risorse senza risolvere la controversia territoriale. Il fallimento dei colloqui potrebbe invece spingere Manila a procedere autonomamente o insieme a società di Paesi alleati, aumentando il rischio di nuovi confronti con la Cina.
L’esplorazione congiunta rappresenta così molto più di un’intesa energetica. Nel Mar Cinese Meridionale, dove si sovrappongono risorse, rotte commerciali e interessi militari, il negoziato mette alla prova la capacità delle Filippine di soddisfare le proprie esigenze energetiche senza compromettere le rivendicazioni territoriali e rafforzare ulteriormente l’influenza strategica di Pechino.











