
di Giuseppe Gagliano –
L’intensificazione della cooperazione tra Filippine e Giappone conferma il consolidamento di una rete di alleanze regionali che punta a bilanciare l’espansione dell’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. L’incontro tra il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. e la premier giapponese Sanae Takaichi rappresenta un ulteriore passo verso una maggiore integrazione politica e strategica tra due Paesi che condividono crescenti preoccupazioni per le attività di Pechino nelle acque contese dell’Asia orientale.
Al centro del dialogo vi è anche la delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive, una questione che va ben oltre gli aspetti giuridici e riguarda direttamente il controllo delle rotte marittime e la sicurezza regionale. Le aree interessate si collocano infatti lungo la cosiddetta “prima catena di isole”, il sistema geografico che dal Giappone attraversa Taiwan e raggiunge le Filippine, considerato fondamentale dagli Stati Uniti e dai loro alleati per monitorare i movimenti della marina cinese nel Pacifico occidentale.
Pechino guarda con crescente preoccupazione a questi sviluppi. La leadership cinese interpreta il rafforzamento dei rapporti tra Tokyo e Manila come parte di una strategia più ampia volta a contenere la proiezione marittima della Cina e a limitare la sua libertà di manovra nelle aree considerate strategiche per la sicurezza nazionale.
Dal punto di vista militare, la collaborazione tra i due Paesi rafforza un dispositivo regionale che vede il Giappone fornire capacità tecnologiche avanzate e le Filippine offrire una posizione geografica cruciale lungo gli accessi meridionali al Mar Cinese meridionale e allo Stretto di Taiwan. In caso di crisi, questa rete potrebbe agevolare le operazioni di sorveglianza, supporto logistico e coordinamento con le forze statunitensi.
La questione non riguarda però soltanto la sicurezza. Il Mar Cinese meridionale rappresenta una delle principali arterie del commercio mondiale, attraversata ogni anno da enormi volumi di merci, energia e componenti industriali. La stabilità di queste rotte è essenziale per le economie di tutta l’Asia orientale e per il commercio globale.
Per il Giappone, garantire la libertà di navigazione significa tutelare la sicurezza delle proprie importazioni energetiche e delle catene produttive. Le Filippine, dal canto loro, mirano a consolidare il controllo delle proprie acque e delle risorse marine presenti nelle aree contese. Gli Stati Uniti vedono invece nella cooperazione regionale uno strumento per preservare l’equilibrio strategico costruito nel Pacifico dopo la Seconda guerra mondiale.
Le tensioni coinvolgono indirettamente anche altre aree sensibili, come le isole Senkaku e l’arcipelago delle Ryukyu, compresa Okinawa, che continuano a rappresentare punti di frizione potenziale tra Cina e Giappone. Pur senza rivendicazioni ufficiali, Pechino utilizza periodicamente questi temi come leva diplomatica per esercitare pressione su Tokyo.
La crescente cooperazione tra Manila e Tokyo evidenzia una tendenza più ampia: l’Asia orientale si sta progressivamente organizzando in blocchi strategici contrapposti. Da una parte la Cina, intenzionata a espandere la propria influenza marittima e regionale; dall’altra gli Stati Uniti e i loro alleati, determinati a impedirne l’egemonia nell’Indo-Pacifico.
Il rafforzamento dell’asse tra Filippine e Giappone conferma che il confronto geopolitico del XXI secolo non si gioca soltanto sul terreno economico e tecnologico, ma anche sul controllo delle rotte marittime, degli stretti e degli arcipelaghi che collegano il Pacifico all’Asia continentale. In questo scenario, il mare si conferma uno dei principali teatri della competizione globale tra le grandi potenze.











