Francia. La perdita dell’Africa e l’equilibrio del continente

di Giuseppe Gagliano

La progressiva uscita della Francia da gran parte dell’Africa francofona segna la fine di un sistema politico, economico e militare costruito nel dopoguerra e rimasto per decenni uno dei principali strumenti di influenza di Parigi. La chiusura delle basi militari nel Sahel e il deterioramento dei rapporti con numerosi governi africani rappresentano il risultato di un lungo processo di erosione iniziato negli anni Novanta e accelerato dagli errori strategici compiuti negli ultimi decenni.
Secondo l’analisi del colonnello Peer de Jong e del giornalista Frédéric Lejeal, la Francia non è stata semplicemente sostituita da nuovi concorrenti come Russia, Cina, Turchia o Paesi del Golfo, ma ha progressivamente perso credibilità agli occhi delle élite e delle opinioni pubbliche africane. La fine del sistema costruito attorno ai rapporti privilegiati tra Parigi e le classi dirigenti africane ha aperto la strada a una nuova stagione di competizione internazionale.
Il genocidio ruandese del 1994 rappresentò una delle prime fratture profonde. Le polemiche sull’operazione Turquoise compromisero l’immagine della Francia come potenza stabilizzatrice, alimentando dubbi sulla sua capacità di agire come arbitro imparziale nelle crisi regionali. A questo si aggiunse la controversa gestione del franco CFA, percepito da molti africani come simbolo di una sovranità economica incompleta.
L’errore strategico più grave viene però individuato nell’intervento occidentale in Libia del 2011. La caduta del regime di Muammar Gheddafi contribuì alla destabilizzazione del Sahel, favorendo la diffusione di gruppi armati, traffici illegali e insurrezioni che avrebbero investito Mali, Niger e Burkina Faso.
L’operazione Serval del 2013 ottenne inizialmente importanti successi militari contro i gruppi jihadisti in Mali, ma la successiva missione Barkhane non riuscì a trasformare i risultati tattici in una stabilizzazione duratura. L’insicurezza continuò a diffondersi e la presenza francese finì per essere percepita da una parte crescente della popolazione come inefficace e ingombrante.
I colpi di Stato che hanno interessato Mali, Burkina Faso e Niger hanno accelerato il ridimensionamento francese. La chiusura o il ridimensionamento delle basi militari in diversi Paesi africani ha segnato la fine di una profondità strategica che per decenni aveva garantito a Parigi capacità di intervento e influenza politica sul continente.
A beneficiare di questo vuoto sono stati soprattutto Russia e Cina. Mosca ha puntato sulla cooperazione militare, sull’addestramento e sulla sicurezza dei regimi, mentre Pechino ha consolidato la propria presenza attraverso investimenti infrastrutturali, prestiti, commercio e grandi progetti logistici. Parallelamente, Turchia, Stati Uniti e Paesi del Golfo hanno ampliato il proprio ruolo in numerosi settori strategici.
L’Africa è oggi uno dei principali terreni della competizione globale per risorse, infrastrutture, energia, porti e materie prime critiche. In questo contesto, i governi africani dispongono di una capacità di scelta molto più ampia rispetto al passato e non considerano più la Francia un interlocutore privilegiato o inevitabile.
Per Parigi la sfida consiste ora nel costruire relazioni fondate su interessi reciproci e piena sovranità degli interlocutori africani. La stagione della cosiddetta Françafrique appare conclusa e la Francia è chiamata a confrontarsi con una realtà nuova: non gode più di un diritto di precedenza sul continente e deve competere con altri attori per mantenere la propria influenza.