di Giuseppe Gagliano –
È un discorso che segna una svolta, quello pronunciato da Emmanuel Macron davanti alle forze armate. Dal cuore dell’Hôtel de Brienne, il presidente francese ha parlato ai cittadini con toni che ricordano più la Guerra Fredda che la pace europea di cui la Francia è stata per decenni promotrice.
“Mai dal 1945 la libertà è stata tanto minacciata”, ha dichiarato, evocando scenari di guerra ad alta intensità e un futuro in cui la Francia potrebbe dover difendere il proprio territorio. Sul banco degli imputati c’è la Russia: ingerenze, cyberattacchi, operazioni ostili. Macron la descrive come un avversario strategico ormai certo, non più una minaccia ipotetica.
Per rispondere, il presidente promette un aumento del budget della difesa: 3,5 miliardi in più nel 2026 e altri 3 miliardi nel 2027, con l’obiettivo di raggiungere 64 miliardi di euro all’anno. Non sarà un investimento coperto dal debito, ma da “più attività e produzione”, ammonisce Macron, che invoca anche un “patriottismo economico” da parte delle imprese.
Ma non si tratta solo di numeri. Macron parla di resilienza tecnologica, di rafforzamento delle capacità nucleari, di droni e di guerra elettronica. E accenna a un servizio militare volontario rivisitato, per creare un “serbatoio mobilitabile” nella gioventù francese. Non è mobilitazione, ma qualcosa che le somiglia.
In sottofondo, un messaggio implicito all’Europa: la Francia vuole rimanere un pilastro della sicurezza continentale, ma chiede anche agli altri di seguire il passo. Per Macron, la minaccia russa è un catalizzatore per trasformare la Francia da “potenza di pace” a nazione in stato di allerta permanente.
Ma resta una domanda: la Francia sta davvero entrando in una nuova era di deterrenza o questa è una mossa politica per consolidare la leadership di Macron su un fronte interno sempre più diviso?












