di Giuseppe Gagliano –
Nella macchina dell’intelligence francese, alla vigilia della guerra in Ucraina, circolava una sensazione corrosiva: l’Eliseo ragionava con una bussola tutta sua, più politica che informativa. Il segnale più evidente fu il Piano nazionale di orientamento dell’intelligence del 2018, un documento “segretissimo” che, nel bilanciamento delle minacce, tendeva a considerare Russia meno sistemica della Cina. Il punto non è discutere col senno di poi: nel 2018 non esisteva ancora lo spartiacque del 2022. Il punto è l’effetto istituzionale di quella gerarchia: se il vertice scrive che la priorità è altrove, una parte dell’apparato si adatta, e l’inerzia diventa dottrina.
Il caso Sergei Skripal e di sua figlia Yulia Skripal, colpiti nel marzo 2018 nel Regno Unito da ufficiali del GRU, fece esplodere proteste in mezzo mondo. Ma a Parigi la reazione pubblica apparve più trattenuta di quella di altri governi occidentali, e dentro i servizi la valutazione della minaccia russa rimase oggetto di frizione, non di sintesi.
Nel frattempo, in alcuni uffici di Balard, sede del quartier generale delle forze armate, comparivano simboli e ammiccamenti a una “Grande Russia” immaginata come argine identitario. La narrazione del Cremlino sulla difesa del cristianesimo si innestava su un antiamericanismo antico, capace di trasformare ogni allarme proveniente da Stati Uniti in sospetto, e ogni sospetto in alibi.
Per questo, quando il ministro Sébastien Lecornu nel marzo 2025 dichiarò alla radio France Inter che nessun agente della DGSE e nessun ufficiale di stato maggiore poteva più negare la minaccia russa, la frase suonò anche come una bonifica tardiva: il dopo-guerra che prova a ripulire il prima, mentre le incrostazioni restano.
Dentro la comunità dell’intelligence, il conflitto di lettura era netto. Da un lato figure come Thierry Matta, cresciute nella cultura del controspionaggio sovietico e convinte che Mosca fosse la minaccia cardinale. Dall’altro diplomatici e specialisti dell’antiterrorismo, abituati a canali di cooperazione con i russi e quindi più inclini a una linea accomodante. In questo gioco di pesi, perfino la direzione della DGSI, guidata da Laurent Nuñez, si muoveva tra protezione del territorio e guerra di influenza.
La pandemia, poi, indebolì i rituali del dialogo: meno incontri, meno contatti, meno “gesti”. La figura di Claire Landais, alla guida del SGDSN, ne uscì ridimensionata quando nel 2020 non venne ricevuta dal suo omologo Nikolai Patrushev. In diplomazia dei servizi, anche l’umiliazione è informazione: dice chi decide e chi concede.
Nell’autunno 2021, i servizi americani e britannici avvertono gli alleati europei della possibilità concreta di un intervento russo. Da metà gennaio 2022 gli allarmi diventano più precisi. Eppure, a Parigi l’attenzione si sposta dal contenuto alla sorgente: il timore è che Washington “costruisca” una crisi per ricompattarsi, e che voglia impedire un’architettura di sicurezza europea con Mosca.
In un circuito informale che riuniva funzionari di vari Paesi, la linea francese resta cauta: informazioni “interessanti”, ma non definitive. E Berlino, appesantita dall’ansia energetica, tende a seguirla.
Qui sta il vizio: confondere il controllo della fonte con la negazione del dato. L’ossessione diventa quasi romanzesca: la Casa Bianca ha una fonte dentro il Cremlino? Si inseguono aneddoti su capacità di penetrazione, su riunioni tra MI6 e CIA, su infiltrazioni nel Consiglio di sicurezza russo. Ma mentre si discute l’origine, la realtà si prepara.
La conversazione del 22 febbraio tra Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky lo rivela con crudezza: il presidente francese cerca conferme ai propri dubbi; il leader ucraino risponde che lo ripetono da settimane. Dialogo tra sordi, non tra alleati.
Quando parte l’offensiva, l’Eliseo barcolla: la strategia di de-escalation si è schiantata contro un calcolo russo che non teme l’isolamento. Nel comparto militare, la risposta operativa non è uniforme: chi pianifica e comanda entra prima a pieno regime, ma la macchina analitica paga vent’anni di focus su altri teatri. Il risultato è un trauma professionale: non tanto “non lo sapevamo”, quanto “non abbiamo voluto crederci fino in fondo”.
C’è poi il lato economico, che in Europa pesa quanto i carri armati. Il timore tedesco di una frattura nelle forniture di gas racconta una dipendenza che paralizza. E mentre Parigi si accorge di aver perso la scommessa politica, scopre anche un paradosso interno: oligarchi e capitali russi non stanno solo nei luoghi simbolo del denaro facile, ma anche sulla Costa Azzurra. Il caso Roman Abramovich è la punta visibile di una domanda più scomoda: quanto la vulnerabilità finanziaria ha addolcito lo sguardo strategico?
La lezione è doppia. Primo: se l’Europa vuole autonomia, deve costruirla su analisi condivise, non su intuizioni presidenziali o riflessi ideologici. Secondo: la geoeconomia non è un capitolo separato, è la condizione di possibilità della politica estera. La dipendenza energetica, l’attrazione dei capitali, la permeabilità alle narrazioni ostili: tutto questo decide quanto dura una linea, prima di piegarsi.
E infine c’è il punto più amaro, tipico dei sistemi chiusi: il “complesso del dittatore”, quando i servizi smettono di contraddire il potere e iniziano a servirgli conferme. Se accade a Mosca, non è detto che l’Occidente ne sia immune. In intelligence, l’errore più costoso non è sbagliare previsione: è smettere di accettare la realtà quando bussa alla porta.
















