
di Gianluca Vivacqua –
Un ex socialista arrivato al potere a 39 anni dopo essersi messo… in marcia (e averla guidata)! E no, non è una favola che inizia a Predappio ma piuttosto ad Amiens. Al centro di essa Emmanuel Macron, giovane economista con formazione gesuitica e studi filosofici alle spalle. Le elezioni presidenziali del 2017, il primo turno, il ballottaggio stravinto contro Marine Le Pen, la conquista dell’Eliseo… la favola diventa storia, ma ora anche la storia sta per finire. 2027, si chiude l’era macroniana: inizierà la leggenda? Se è vero che ogni presidente francese, in fondo, deve fare i conti con quella che potremmo chiamare una volontà di grandezza (il capo della Repubblica transalpina è pur sempre un imperatore in un diverso contesto istituzionale), a maggior ragione un Macron, nomen omen, non può sottrarsi a questo destino. Cosa ne pensa Simone Furzi, direttore dell’associazione di studi giuridico-politologici Centro per la Riforma dello Stato (CRS) ed esperto di sistemi politici e politica internazionale?
– Furzi, Sarkozy passerà alla storia come un Napoleoncino malriuscito; quale formula attende invece Macron?
“Prima di rispondere a questa domanda, è doverosa una premessa. Quasi tutti i presidenti francesi, in una maniera o nell’altra, finiscono per essere equiparati a dei piccoli Napoleoni, principalmente per due motivi.
Primariamente, in ragione del sistema semipresidenziale della République, che, in particolare con la riforma costituzionale del 1958, voluta da De Gaulle, ha dotato il Presidente di amplissimi poteri istituzionali, superiori, per intenderci, a quelli del Presidente degli Stati Uniti d’America. Tra questi, il potere di nomina del Primo ministro, di scioglimento del Parlamento e di legiferazione motu proprio per decreto, quando le istituzioni della Repubblica, l’indipendenza della nazione, del territorio o l’esecuzione degli impegni internazionali siano minacciati in maniera grave e immediata (art. 16 Cost).
E in secondo luogo, perché il parallelo storico risulta semplice ai commentatori, anche in ragione dell’allure de grandeur – coreografica e ben auto-rappresentata – che avvolge ogni inquilino dell’Eliseo.
Nel caso di Macron, c’è un dato originale da segnalare. All’inizio della sua carriera politica, si era più volte definito contrario alle leadership cesariste. Durante la campagna per le sue prime presidenziali, aveva adottato la cifra comunicativa di non apparire quasi mai nelle foto e nei video di incontro con i cittadini, preferendo mettere astanti e interlocutori alla luce dell’obiettivo. In coerenza con il pensiero espresso nei suoi scritti universitari giovanili (si legga in particolare: Emanuel Macron, “Les labyrinthes du politique: Que peut-on attendre pour 2012 et après?”, Esprit, 374(3/4), 2011, pp. 106-115) – realizzati quando era allievo e collaboratore del filosofo Paul Ricoeur – nei quali auspicava una politica proprio capace di superare il cesarismo, non limitata all’annuncio, in grado di ricostruire un rapporto col popolo e di assumere decisioni giuste seppur difficili, come – incredibile dictu – tassare i patrimoni più ricchi pur col rischio di una fuga di capitali (proposito, quest’ultimo, ben presto accantonato).
Ciononostante, nella pratica dei suoi mandati, Macron non si è sottratto alla tradizione del “Re repubblicano” e ha agito nel solco di questa rappresentazione, riprendendone gli stilemi classici. Si veda, ad esempio, la promenade dinanzi al Louvre nel 2017, dopo la sua prima elezione a Presidente, spesso affiancata a quella di Mitterand nel 1981. Rappresentazione classica innestata con innovazioni contemporanee, che potremmo definire pop, talvolta anche suo malgrado. Per restare alla cronaca recente, si pensi ai numerosi meme della sua immagine con occhiali da sole o ai video che hanno ripreso in chiave ironica e musicale un frammento del suo discorso a Davos 2026 (per intenderci, il tormentone “For sure”). Dal punto di vista dell’azione politica, ha certamente finito per accentrare molto sulla sua figura la responsabilità di governo, intestandosi alcune riforme controverse, come quella sulle pensioni, e prendendo alcuni rischi, come con la scelta di andare a elezioni anticipate nel 2024, dopo il fortissimo calo di consensi subito dalla sua coalizione, con contestuale avanzamento del Rassemblement National di Le Pen e Bardella, alle elezioni europee tenutesi un mese prima.
Ormai manca poco più di un anno alla scadenza del suo secondo e ultimo mandato presidenziale, il tempo dei bilanci si avvicina, ma, vista la moltitudine di eventi occorsi in questo ultimo decennio, che hanno mutato e stanno mutando radicalmente l’ordine (o il disordine) globale, risulta difficile prevedere come potrà essere ricordato Macron. Probabilmente la sua parabola politica non avrà un esito doloroso come quella di Sarkozy, raggiunto il 25 settembre scorso da una condanna penale in primo grado per associazione a delinquere legata al presunto tentativo di ottenere finanziamenti illeciti dal regime di Muammar Gheddafi durante la campagna elettorale del 2007. Condanna che ha previsto per l’ex presidente francese (prima volta nella storia del paese) un periodo di detenzione, inizialmente carcerario e poi domiciliare. Macron potrebbe essere ricordato invece per molti altri motivi. Come il Presidente che ha affrontato una serie concatenata di crisi, dalla pandemia alla guerra sempre più mondiale (con i pezzi, citati da Papa Francesco, in drammatica progressiva ricomposizione). Come il Presidente che ha esteso la protezione dell’ombrello atomico francese all’intero continente europeo, oppure quello che ha assistito al dissolvimento del progetto eurounionista. O, magari, più semplicemente, come l’ennesimo Presidente che non è riuscito a invertire il declino dell’influenza della Francia nel mondo, la quale, ironia della sorte, aveva raggiunto il suo apice nella storia moderna proprio con Napoleone”.
– Quale pensa possa essere stato il maggior successo di Macron all’Eliseo, o il culmine del suo operato come successore di De Gaulle?
“Credo che il traguardo più rimarchevole finora raggiunto concerna la promozione dei diritti civili e in particolare l’inserimento in Costituzione della “libertà garantita alla donna di fare ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza” (primo paese al mondo), precisamente all’art. 34, nella formulazione “La loi détermine les conditions dans lesquelles s’exerce la liberté garantie à la femme d’avoir recours à une interruption volontaire de grossesse”. Un atto dal forte valore simbolico più che normativo, essendo il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza già garantito dal 1975 in una legge poi confluita nel Code de la santé publique, e certamente non messo in discussione in Francia, tanto che il Parlamento riunito in Congresso a Versailles ha approvato il 4 marzo 2024 la modifica costituzionale con una larghissima maggioranza di 780 voti favorevoli contro 72 contrari.
Risulta più difficile individuare successi in campo economico. Giusto per citare alcuni parametri fondamentali, se la crescita del PIL è stata più o meno costante tra l’1% e il 2% (con esclusione del periodo durante e subito dopo il Covid), e la disoccupazione è scesa dal 10% all’8% rispetto al 2016, il tasso di povertà è invece salito al massimo dal 1996, raggiungendo, secondo le ultime rilevazioni dell’Institut national de la statistique et des études économiques (INSEE), il 15,4% (9,8 milioni di persone). Va precisato, il tutto in un contesto internazionale non certo favorevole.
I progetti di modernizzazione, di stampo primariamente liberista, del mercato del lavoro e dell’industria, o quelli, tiepidi, in risposta all’emergenza ambientale, legati alla cosiddetta transizione energetica, non sono in realtà approdati a grandi interventi modificativi, generando al contempo una forte contestazione sociale. Basti pensare al movimento dei Gilets jaunes, nato nel 2018 in risposta proprio a quest’ultimo ordine di provvedimenti, tra i ceti bassi e medio-bassi, soprattutto rurali. Oppure alla lunghe proteste, capaci di rimandare, poi di sospendere fino al 2028, la tanto declamata e già citata riforma delle pensioni, contribuendo ad alimentare, tra l’altro, la prolungata crisi politica che ha visto l’alternarsi, per via di mozioni di sfiducia, di quattro Primi ministri, dal voto di giugno 2024: Attal, Barnier, Bayrou e, l’ora in carica, Lecornu.
Sul piano internazionale, Macron ha cercato di rivivificare il ruolo della Francia all’estero, anche iniziando un percorso di riconciliazione con molti Stati africani, che passasse per il riconoscimento dei crimini francesi durante il colonialismo e nella fase post-coloniale. L’atto più significativo è stato l’incontro a Kigali del 27 maggio 2021 con il Presidente ruandese Kagame, nel quale Macron ha riconosciuto le responsabilità della Francia nel genocidio del 1994 contro i Tutsi in Ruanda (in merito avevo intervistato Honorine Mujyambere, allora Presidente dell’associazione Ibuka Italia, che riunisce ruandesi e italiani). L’incontro seguiva di due mesi la pubblicazione del rapporto della Commissione Duclert, voluta dal Presidente francese nel 2019, proprio per indagare su tali responsabilità, e avvenuta insieme a quella del rapporto commissionato dal suo omologo ruandese allo studio legale statunitense Levy-Firestone-Muse.
A ogni modo, Macron ha cercato di mantenere la presenza francese nel continente africano, per lo più nell’area centro-occidentale, sia come partner economico privilegiato (ricordiamo che 14 Stati adoperano ancora il Franco CFA, dove l’acronimo stava fino al 1960 per “Colonie Francesi d’Africa”, poi mutato in “Comunità Francese d’Africa”) che militare, in particolare nelle missioni di contrasto al terrorismo jihadista. L’influenza francese in Africa però si è inesorabilmente ridotta a vantaggio principalmente della Cina, dal punto di vista economico, e di Russia e Turchia dal punto di vista della presenza militare. Tra il 2022 e il 2025, alcuni paesi (Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad), a seguito di colpi di Stato che hanno cambiato le leadership interne, si sono radicalmente distaccati da Parigi, e hanno allontanato i contingenti francesi presenti sui loro territori, mentre altri (Repubblica Centrafricana, Senegal e Costa d’Avorio) ne hanno amichevolmente concordato il ritiro.
Al di là dell’Africa, la Francia mantiene, però, ancora i suoi possedimenti d’Oltremare, che si estendono tra il Mar dei Caraibi, l’Oceano Pacifico e quello Indiano, divisi con specifiche prerogative costituzionali tra: cinque Regioni (Guadalupa, Guyana francese, Martinica, Riunione, Mayotte); cinque Collettività (Polinesia francese, Saint-Barthélemy, Saint-Martin, Saint-Pierre e Miquelon, Wallis e Futuna); un Territorio (Terre Australi e Antartiche Francesi). A questi si aggiunge la Nuova Caledonia, collettività sui generis, con forti mire indipendentiste, benché i tre referendum per l’indipendenza tenutisi tra il 2018 e il 2021 non abbiano avuto successo. Quest’ultima è stata attraversata nel 2024 da violenti disordini in seguito a un riforma elettorale promossa dal Parlamento francese, che hanno portato, nel luglio 2025, il Governo di Parigi ad annunciare un nuovo accordo con il Governo locale per la creazione di uno Stato in Nuova Caledonia, che continuerebbe tuttavia a far parte della nazione francese. Proposta non poco contestata e dall’esito incerto, ulteriore motivo di preoccupazione per l’Eliseo.
Insomma, sicuramente non un quadro confortante per Macron, che può trovare parziale consolazione, per quel che vale, attraverso i successi francesi nei grandi eventi sportivi”.
– Il Macron 1 e il Macron 2: quali le principali differenze?
“Anche qui, ci sono molti profili da analizzare. In primo luogo, Macron si presentava alle prime elezioni presidenziali come l’homo novus della politica francese (nonostante dal 2024 al 2016 fosse stato già ministro dell’Economia, dell’industria e del digitale nel Governo Valls, sotto la presidenza Hollande), sull’onda lunga di quella terza via di rinnovamento partita da Blair, e che in Europa trovava in quegli anni molti rappresentanti, tra cui, a suo modo, anche Matteo Renzi in Italia. Alle presidenziali del 2017, Macron ottenne il 24% dei consensi al primo turno e al ballottaggio superò Marine Le Pen conquistando il 66,06% dei voti validi; il secondo margine più ampio dopo quello di Jacques Chirac su Jean-Marie Le Pen (82,21%). Alle elezioni legislative tenutesi un mese dopo, il suo movimento La République En Marche! (o, più semplicemente, En Marche) – centrista e liberale, dalla conformazione che, con le parole del politologo tedesco-statunitense Otto Kirchheimer, potremmo definire “partito pigliatutti” – riuscì a scompaginare il collaudato sistema francese, svuotando le fila del Partito Socialista e raccogliendo molti voti anche tra i gollisti, tanto da raggiungere da solo la larga maggioranza di 308 su 577 all’Assemblea nazionale.
Nel 2022, a causa principalmente delle questioni di politica interna precedentemente descritte, il quadro era già fortemente cambiato e la sua immagine trionfante in buona parte sbiadita. Nelle elezioni presidenziali, con affluenza in leggero calo (dal 74,56% al 71,99% al ballottaggio), ebbe ancora la meglio su Marine Le Pen, seppure con un margine decisamente minore (58,54% contro 41,46%). Ma alle seguenti elezioni parlamentari En Marche dimezzò i suoi seggi a 157. Nel 2024, lo abbiamo già detto, dopo l’insuccesso alle elezioni europee, Macron sciolse il Parlamento e convocò legislative anticipate, dove però, nonostante l’accordo al secondo turno con le Nouveau Front Populaire (alleanza tra varie forze della sinistra, dai sociali alla Union de La France Insoumise di Mélenchon) per arginare l’onda crescente della destra del Rassemblement National, il partito del presidente, rinominato Renaissance, ha ottenuto solo 92 seggi. L’accordo alle urne, si è poi presto sciolto in Parlamento, generando le susseguenti crisi di Governo, già citate, e costringendo il capo dell’Eliseo alla coabitazione con un Parlamento in maggioranza a lui non favorevole. Oggi Macron appare, agli occhi di una larga parte dell’opinione pubblica, indebolito, stanco, pervicacemente attaccato al suo ruolo, eppure incapace di assolvere in pieno ai compiti che da esso deriverebbero. Lui dal canto suo non pare voler dare segni di cedimento, persegue nella sua idea di politica, che prova a rilanciare, anche in considerazione della drammatica situazione globale in cui si trova a operare. E qui passiamo a un altro fondamentale punto.
Tra il primo e il secondo mandato di Macron, è accaduto un evento che ha modificato drasticamente l’asse geopolitico mondiale: l’invasione russa in Ucraina, iniziata il 22 febbraio del 2022, due mesi prima della sua rielezione a Presidente. Gli Stati europei, che avevano da poco affrontato la pandemia e si erano giù confrontati con la prima presidenza Trump, sono stati travolti da una crisi bellica, forse inattesa, che ha mutato il loro status economico e la loro prospettiva politica. Da un lato, infatti, il crescere dell’inflazione, la diminuzione del commercio e, soprattutto, l’innalzarsi del costo degli idrocarburi, hanno colpito tutte le economie europee, in particolare quella del suo cuore pulsante, la Germania. Dall’altro lato, lo scontro aperto con la Russia e l’innesco di una crescente tensione internazionale, poi ulteriormente acuitasi coi conflitti esplosi negli ultimi anni, in particolare in Asia Occidentale, ha messo letteralmente l’Europa sul piede di guerra.
La Francia, seppur meno colpita di altri importanti paesi vicini dal rincaro delle fonti fossili, forte della sua maggiore indipendenza energetica, ha comunque patito le scosse dell’ineluttabile crisi pluriforme globale, a cui ha reagito con tattiche altalenanti. In una prima fase, sia prima che dopo lo scoppio della guerra, infatti, Macron è stato il più attivo nel mantenere un canale diplomatico con il Cremlino, ribadendo più volte la necessità di giungere a una soluzione diplomatica, che mirasse anche a ricostruire un rapporto pacifico con la Russia. Con l’incancrenirsi del conflitto, poi, ha invece cercato di intestarsi la guida del fronte europeo, ponendosi alla testa del cosiddetto “gruppo dei volenterosi” assieme al Primo ministro britannico Starmer, e adombrando più volte la possibilità di un intervento diretto sul campo di soldati francesi, o più in generale europei, principalmente come forze di garanzia della sicurezza dell’Ucraina, una volta cessato il fuoco, al confine dei territori contesi. Tutto ciò, tornando in alcune occasioni a proporre la necessità di instaurare un dialogo come Europa unita con la Russia. È possibile supporre che questa alternanza di posizioni, possa essere dovuta alla necessità di mostrare una certa autonomia della Francia e un suo maggiore peso nella formulazione delle politiche del fronte occidentale, dove la guida degli Stati Uniti si è fatta (ancora) più marcata durante gli ultimi anni. Prima con la presidenza Biden, interessata a rivitalizzare, primariamente a uso della crisi ucraina, una NATO, che, nella famosa intervista a The Economist del 7 novembre 2019, Macron aveva definito “in stato di morte cerebrale”. Poi con la seconda presidenza Trump, durante la quale il tycoon sta mettendo brutalmente in chiaro l’ordine di gerarchia all’interno della costellazione atlantica, che vede gli USA al vertice e i satelliti europei (ed orientali) in veste di clientes, sovente persino ingrati, a suo dire. Posizione assai scomoda per la Francia, ancora portatrice di un’alta considerazione di sé, complice la sua storia, i residui possedimenti oltremarini, il fatto di essere l’unica potenza nucleare del continente e di avere una trascurabile presenza di militari statunitensi sul suo territorio (contrariamente ai propri vicini europei). Probabilmente la diffidenza e l’alterità culturale nei confronti degli USA non è la stessa di De Gaulle (che nel 1966 fece financo uscire la Francia dal comando integrato della NATO, in cui è rientrata nel 2009 con Sarkozy), ma anche Macron non ha disdegnato di segnare la distanza valoriale con i cugini d’oltreoceano, in maniera esplicita e articolata in un’altra celebre intervista a Le Grand Continent del 16 novembre 2020.
Chissà se le (alquanto contenute, seppur puntute) critiche al presidente Trump, le norme volte a limitare il potere dilagante delle Big Tech (molto contrastate dalla Silicon Valley) o la recente proposta, fatta durante un discorso dalla base sottomarina di Île Longuedi, di estendere la protezione atomica francese a tutta l’Europa (in una forma non ancora chiara) non siano un altro modo per segnalare l’eccezionalità della Francia e, forse, immaginare un futuro con maggiore libertà di decisione e di movimento, in cui sarà meno stringente la presa di Washington.
Difficile a dirsi, in generale, e, ancor di più, con Macron, che, come abbiamo potuto constatare, è un personaggio politico senza dubbio complesso e difficile da sondare nel profondo. Dopotutto, lo abbiamo già ricordato, è stato allievo di Paul Ricoeur, filosofo propenso al sincretismo, che nei suoi studi ha abbracciato l’esistenzialismo di Marcel, la fenomenologia di Husserl, l’ermeneutica dei testi biblici, passando dalla filosofia morale, a quella del diritto, della politica e della storia. Macron non poteva che ereditare, almeno in parte, la prismatica forma mentis del suo maestro. Non è un caso che la sua stessa biografia ci racconti un percorso variegato. Da giovane ricercatore universitario, attraverso l’ENA entra nella pubblica amministrazione come ispettore delle finanze, per poi passare al mondo delle banche d’affari e infine a fare il suo ingresso in politica, inizialmente, dalla porta del Partito socialista, come ministro, poi, sotto altra personale insegna, come presidente.
Difficile pronosticare, a fortiori nei marosi del presente, cosa farà dismesse le vesti del “Re repubblicano”. Speriamo che, per allora, vi sia ancora un mondo non del tutto funestato, in cui poter immaginare un futuro. Ma questo lo sanno solo le Moire olimpiche, che non abitano i luoghi dell’umano, e che nemmeno Emmanuel Macron può consultare tra le sontuose colonne del Pantheon di Sainte-Geneviève”.











