Gaza. Al-Mawasi, la tregua tradita e la politica del colpo in più

di Giuseppe Gagliano

Nel luogo dell’attacco aereo israeliano del 31 gennaio su Al-Mawasi, nel sud della Striscia di Gaza, c’era un cavallo morto. Il corpo era già scheletrico: fame, fatica, lavori pesanti. La bomba, paradossalmente, ha chiuso una vita che sembrava soltanto sopravvivere. Quando gli esseri umani patiscono, le bestie da soma pagano spesso un prezzo ancora più alto. Attorno, le tende degli sfollati diventavano brandelli fumanti. Decine di migliaia di persone si erano ammassate lì perché avevano creduto a due promesse: che esistesse un cessate-il-fuoco e che quella fosse un’area sicura. Due promesse smentite nello stesso istante.
Le immagini che arrivavano da Gaza erano quelle di sempre, eppure ogni volta più insopportabili: una donna mutilata su una barella, un neonato con il volto sfigurato a cui si tentava una ventilazione manuale forse inutile, corpi a terra e una madre che piange davanti a un cadavere avvolto in un lenzuolo povero, sfilacciato.
Già prima del 31 gennaio, ad Al-Mawasi, sette membri di una famiglia erano stati uccisi e definiti “terroristi” da Israele. Poi il bilancio è salito ad almeno 32 morti, tra cui sei bambini. Uno dei bombardamenti più letali da quando la tregua è entrata in vigore. Secondo il ministero della salute palestinese della Striscia, Israele avrebbe ucciso 523 persone dall’inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre: un dato che, comunque lo si discuta, dice una cosa semplice, e cioè che la tregua è diventata un involucro, non una regola.
La tempistica non sembra casuale. Israele ha sostenuto che l’attacco sia stato una risposta a una violazione del cessate il fuoco da parte di Hamas. Ma qui il punto non è la propaganda reciproca: è il meccanismo. Se ogni episodio viene usato per legittimare un’ulteriore escalation, la “risposta” diventa un lasciapassare permanente. Ed è difficile ignorare la coincidenza tra la strage del 31 gennaio e l’apertura del valico di Rafah Crossing prevista per il giorno successivo, passaggio che dovrebbe segnare un nuovo inizio e l’avvio di una seconda fase dell’intesa statunitense.
Non si tratta più soltanto della vendetta, che dal 7 ottobre non si è mai spenta. L’obiettivo politico sembra più ambizioso: impedire che un percorso negoziale si trasformi in un vincolo reale, e riportare la guerra al centro, perché la guerra è l’unico terreno in cui certi equilibri interni reggono.
Su Haaretz il giornalista Amos Harel ha descritto la linea del governo di Benjamin Netanyahu come una scommessa: far naufragare la tregua e ottenere dagli Stati Uniti il via libera per “riconquistare” Gaza. Se questa lettura è corretta, allora il nodo non è tattico ma strategico: la tregua non deve funzionare, deve semplicemente prendere tempo, logorare l’avversario e preparare il colpo successivo.
Sul piano militare, colpire un’area di tende e sfollati non modifica la geografia del potere sul terreno, ma modifica la psicologia collettiva: spinge la popolazione nella paura, riduce la fiducia in ogni meccanismo di protezione e rende più fragile qualunque architettura di controllo. È una logica di deterrenza rovesciata: non dissuade il combattente, punisce il contesto umano in cui il combattente si muove. E, così facendo, alimenta nuove spirali di reclutamento, odio, isolamento.
Nel frattempo, la guerra continua a divorare risorse: ricostruzione impedita, aiuti umanitari rallentati, infrastrutture annichilite, spostamenti forzati che rendono l’economia locale un deserto. A valle, crescono i costi politici ed economici anche per chi sostiene lo sforzo bellico: la dipendenza da forniture, munizioni, coperture diplomatiche. Eppure, mentre a Gaza si muore nelle tende, nel resto del mondo continuano a scorrere pubblicità e normalità: la promessa di benessere domestico, la “vasca idromassaggio” come chicca dell’inverno. La distanza morale diventa parte del conflitto.
Qui entra in campo Donald Trump e il tema più delicato: non un “piano di pace” come formula, ma una licenza politica. Se la Casa Bianca concede spazio di manovra totale a Israele, la guerra si prolunga e l’area si stabilizza soltanto in apparenza, perché la destabilizzazione reale viene esportata: nelle relazioni con l’Egitto, nella gestione di Rafah, nella credibilità degli Stati Uniti come garante, nella pressione sulle capitali europee, nei mercati dell’energia e nelle rotte commerciali che attraversano il Mediterraneo e il Mar Rosso.
La tragedia è che, anche quando l’azzardo è evidente, la politica spesso chiede “più forza” come un giocatore che, avendo perso, rilancia per recuperare. Ma quanta forza si può usare contro una Striscia già devastata senza trasformare l’obiettivo militare in un disastro strategico? E quanta legittimità può consumare Israele, anche tra i suoi alleati, prima che la guerra diventi un problema non solo morale, ma di sicurezza regionale permanente?
In questa cornice Al-Mawasi non è soltanto un luogo: è un messaggio. Dice che la tregua, se non è garantita e verificata, diventa una parola vuota. E che la guerra, quando non trova un argine politico, finisce per chiedere sempre la stessa cosa: un’altra strage, un altro giorno, un altro “colpo necessario”.