Gaza. Hamas accetta un cessate il fuoco di 60 giorni: tregua fragile, equilibri instabili

di Giuseppe Gagliano –

Hamas ha annunciato di aver accettato una proposta di cessate il fuoco di 60 giorni con Israele, mediata da Egitto e Qatar con il sostegno degli Stati Uniti. L’intesa prevede il rilascio di metà degli ostaggi ancora detenuti a Gaza e, in cambio, la liberazione da parte di Israele di un numero significativo di prigionieri palestinesi. Secondo fonti vicine ai negoziati, la tregua dovrebbe articolarsi in due fasi: una prima liberazione di dieci ostaggi israeliani e di alcuni cadaveri, seguita dal rilascio dei prigionieri rimasti e da un negoziato immediato per un accordo più ampio che ponga fine al conflitto.
L’accettazione palestinese è stata confermata pubblicamente, ma da parte israeliana, al momento, non è giunta una risposta ufficiale. L’ipotesi di una sospensione delle operazioni militari, tuttavia, è stata registrata dai mediatori come un segnale di apertura.
Il contesto resta però incandescente. Israele ha pianificato un’operazione di terra su Gaza City, definita da Netanyahu l’ultimo grande bastione urbano di Hamas. Il 18 agosto i carri armati israeliani sono entrati nel sobborgo di Sabra, accompagnati da bulldozer, a testimonianza della determinazione militare. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha parlato di “punto di svolta” nel conflitto, con l’intenzione di intensificare gli attacchi su Gaza City.
Ma dentro Israele cresce anche la pressione per un accordo. Migliaia di persone hanno manifestato a Tel Aviv e in altre città, chiedendo il ritorno dei restanti ostaggi e la fine di una guerra che, secondo i sondaggi, sta logorando consenso e coesione interna.
Sul terreno il dramma della popolazione palestinese si aggrava. Migliaia di civili hanno lasciato le zone orientali di Gaza City, bombardate senza sosta, per rifugiarsi verso ovest e sud. Le agenzie umanitarie denunciano una carestia imminente e livelli di malnutrizione già critici. Un’incursione su vasta scala rischierebbe di provocare centinaia di migliaia di nuovi sfollati, molti dei quali già costretti a spostarsi più volte dall’inizio del conflitto.
Anche a Gaza, tuttavia, emergono segnali di insofferenza verso Hamas: diversi civili hanno chiesto al movimento islamista di intensificare i negoziati per fermare l’offensiva israeliana, segno che il logoramento colpisce entrambe le popolazioni.
La tregua di 60 giorni non è una soluzione definitiva, ma apre una finestra di opportunità. Se confermata, permetterebbe di trattare la liberazione degli ostaggi e stabilire garanzie internazionali per una pace più duratura. Resta però il nodo centrale: Israele chiede il disarmo di Hamas e l’espulsione dei suoi leader da Gaza, condizioni respinte categoricamente dal movimento finché non verrà riconosciuto uno Stato palestinese.
Gli Stati Uniti, attraverso il loro inviato speciale, hanno presentato un piano simile già in passato, approvato da Israele ma rimasto senza seguito. Oggi, grazie all’impegno di Qatar ed Egitto, la proposta torna sul tavolo con maggiore concretezza. Tuttavia, la distanza tra le parti su questioni come il ritiro israeliano da Gaza e la gestione degli aiuti umanitari resta enorme.
L’accordo temporaneo riflette non solo le dinamiche militari, ma anche gli interessi regionali e globali. Per il Cairo e Doha, la mediazione rappresenta un’occasione per riaffermare un ruolo di primo piano nello scenario mediorientale. Per Washington, è il tentativo di evitare che il conflitto si trasformi in una guerra regionale più ampia, con il rischio di destabilizzare il Mediterraneo orientale e i mercati energetici.
Dal punto di vista economico, il prolungarsi della guerra ha già aggravato i costi per Israele e frenato la fragile ripresa di Gaza. Ogni giorno di tregua riduce i rischi di una escalation incontrollata che inciderebbe sulle rotte commerciali e sull’equilibrio energetico mondiale.
Il cessateil-fuoco di 60 giorni, se accolto da Israele, rappresenterebbe la prima vera pausa significativa in quasi due anni di conflitto. Non garantisce la pace, né risolve le questioni di fondo, ma potrebbe trasformarsi in un trampolino verso un accordo politico più solido.
Molto dipenderà dalla capacità dei mediatori di trasformare una tregua fragile in un processo negoziale strutturato, e dalla volontà di Hamas e Israele di bilanciare pressioni interne e imperativi strategici. Nel frattempo, la popolazione civile, stremata e senza vie di fuga, resta il vero ostaggio di una guerra che continua a piegare vite e speranze.