
di Giuseppe Gagliano –
Nato nel dopoguerra di Gaza, il Consiglio della Pace voluto da Donald Trump a gennaio 2026 somiglia meno a un gesto umanitario e più a una prova generale. L’idea è semplice e spiazzante: sottrarre la gestione dei conflitti alle liturgie del multilateralismo e rimetterla nelle mani di una guida ristretta, selettiva, personale. Non è un incidente di percorso, è un tassello coerente di una strategia statunitense che tenta di ridisegnare il potere globale in una fase ancora instabile, dove l’ordine internazionale assomiglia sempre più a un equilibrio provvisorio.
Il Consiglio della Pace viene descritto come una sorta di Nazioni Unite parallele a guida americana. La differenza non sta solo nei tempi decisionali, ma nella filosofia: mentre il Consiglio di Sicurezza è bloccato dai veti e dall’equilibrio tra grandi potenze, qui si entra su invito e si decide sotto una presidenza diretta. È la politica estera come cabina di regia, non come assemblea.
Il punto più controverso è la regola del seggio permanente “a contributo”: un miliardo di dollari per sedersi stabilmente, altrimenti mandato triennale. È un criterio che sposta la legittimità dalla rappresentanza alla capacità finanziaria. Il paradosso è evidente: i Paesi più fragili, spesso quelli più colpiti da guerre e instabilità, rischiano di restare ai margini proprio dove si decide del loro futuro. Così la pace diventa un bene negoziabile, e la ricostruzione un campo in cui l’investimento può prevalere sul consenso.
La promessa è sostituire la burocrazia internazionale con un modello “operativo”: capitali privati, cantieri veloci, gestione aziendale. I sostenitori parlano di efficacia, i critici di mercificazione. Ma la sostanza è che la pace viene trattata come un progetto da mettere a reddito politico: si risolve ciò che è bloccato non perché si trova un’intesa più giusta, ma perché si rende conveniente un esito.
Scenario economico: se il criterio d’accesso è il denaro, il conflitto diventa una piattaforma di appalti, filiere, concessioni e controllo delle infrastrutture. Gaza, in questa lettura, non è solo un territorio da stabilizzare: è un banco di prova per un metodo esportabile, dove le risorse determinano il perimetro della politica.
La composizione del Consiglio chiarisce l’impostazione: non un equilibrio geografico universale, ma una rete di fiducia e mediatori pragmatici. Figure come Jared Kushner, Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio e Tony Blair rimandano a un’idea di trattativa diretta, più vicina alla gestione degli interessi che alla rappresentazione delle parti. L’assenza di diplomazie di carriera e di organismi internazionali non è una svista: è una scelta. La pace, qui, è un processo da amministrare, non un equilibrio da legittimare.
Sono stati invitati circa sessanta Paesi, con attori regionali cruciali come Egitto, Qatar, Turchia, Giordania e Italia. L’Ungheria di Viktor Orbán aderisce con entusiasmo, mentre diversi partner occidentali mostrano prudenza: temono che un canale alternativo indebolisca il diritto internazionale e trasformi le regole in eccezioni permanenti.
Il dibattito è netto. Da una parte chi sostiene che una guida forte e risorse ingenti possano sbloccare crisi croniche. Dall’altra chi legge un’impostazione neocoloniale: decisioni dall’alto, priorità economiche, scarsa partecipazione di chi vive il conflitto.
Colpisce un dettaglio politico: anche Israele ha manifestato riserve, lamentando scarsa coordinazione iniziale e l’ingresso di Paesi come Turchia e Qatar. Segno che il Consiglio, pur nato per superare i veti istituzionali, può creare nuove resistenze: non più veti scritti, ma diffidenze strategiche e frizioni tra attori chiave.
L’assenza più pesante resta quella dei soggetti direttamente coinvolti. Le componenti palestinesi risultano marginali o escluse dai meccanismi decisionali, rafforzando l’idea di una pace progettata dall’esterno. Senza consenso locale, gli accordi rischiano di essere fragili: reggono finché regge l’equilibrio di interessi che li ha prodotti, poi si sbriciolano.
Valutazione geopolitica e geoeconomica: il Consiglio della Pace sembra l’indicatore di un Occidente che prova a governare un mondo multipolare ma frammentato con strumenti selettivi, costruiti su alleanze variabili e convenienze economiche. È un modo per conservare centralità, non necessariamente per costruire stabilità condivisa.
Valutazione strategica militare: un modello che accorcia i tempi decisionali può accelerare la stabilizzazione di facciata, ma rischia di lasciare intatti i fattori che producono insicurezza. Se la pace viene “imposta” come cornice di ricostruzione, la sicurezza diventa un servizio da garantire e finanziare, non un patto politico da accettare. E quando la sicurezza non è un patto, diventa una sorveglianza: efficace nel breve, corrosiva nel lungo.
Trump ha già fatto capire che il Consiglio potrebbe diventare permanente e applicabile ad altre crisi, dall’Ucraina ai Balcani. È qui che la domanda diventa inevitabile: chi decide la pace, con quali criteri, e a nome di chi? Se la rapidità, il denaro e una leadership ristretta valgono più dell’inclusione, l’efficienza rischia di produrre instabilità. Il Consiglio della Pace, allora, non è tanto una soluzione quanto un segnale: nella transizione attuale, potere, sicurezza e pace vengono negoziati come parti dello stesso contratto. E il contratto, per definizione, lo scrive chi ha la penna in mano.











