di Giuseppe Gagliano –
La diffusione da parte di Hamas di un video che mostra due ostaggi israeliani a Gaza City non è solo un atto di propaganda. È un tassello di una guerra che ormai si combatte su più piani: militare, politico, psicologico e mediatico. Le immagini di Guy Gilboa-Dalal e Alon Ohel, ripresi in superficie tra le macerie della città, hanno l’obiettivo di scuotere l’opinione pubblica israeliana e alimentare la pressione sul governo di Tel Aviv.
Per Hamas logorare il fronte interno israeliano è tanto importante quanto resistere ai bombardamenti. Per Israele, invece, il dilemma è evidente: intensificare l’offensiva rischiando la vita degli ostaggi, o rallentare l’operazione esponendosi all’accusa di debolezza.
Le Forze di Difesa Israeliane rivendicano il controllo di circa il 40% di Gaza City, ma la conquista completa appare lontana. L’offensiva, che ha già provocato migliaia di vittime civili e lo sfollamento di quasi un milione di palestinesi, si traduce in un costo militare e politico elevatissimo.
L’esercito stesso ammette di non avere informazioni precise sulla localizzazione degli ostaggi. Proseguire l’avanzata significa aumentare il rischio di ucciderli accidentalmente, alimentando ulteriormente la frattura con le famiglie e con la società israeliana. Per Hamas, invece, la presenza degli ostaggi in zone bombardate diventa un’arma tattica: ogni raid che mette a repentaglio la loro vita indebolisce la legittimità del governo israeliano.
Il video diffuso da Hamas è un messaggio diretto al popolo israeliano: “La guerra non vi riporterà i vostri cari, ma le trattative sì”. È un tentativo di sfruttare le divisioni interne, amplificate dalle manifestazioni di massa che chiedono un cessate il fuoco in cambio della liberazione dei prigionieri.
Questa dinamica rischia di mettere in crisi il rapporto tra l’esecutivo e le famiglie degli ostaggi, che denunciano un governo più interessato alla vittoria militare che al salvataggio dei cittadini. È qui che Hamas gioca la sua carta più potente: trasformare ogni immagine e ogni parola in leva politica contro Israele.
Sul fronte palestinese, la situazione è altrettanto instabile. L’Autorità Nazionale Palestinese, già screditata e priva di reale influenza su Gaza dal 2007, rischia ora il collasso economico. Le entrate fiscali trattenute da Israele, combinate con le misure punitive dell’amministrazione Trump, come il divieto di visto a Mahmoud Abbas e al suo staff, mettono Ramallah in ginocchio.
Un eventuale crollo dell’ANP avrebbe conseguenze devastanti: favorirebbe l’espansione di Hamas in Cisgiordania, indebolirebbe i tentativi internazionali di promuovere una soluzione a due Stati e alimenterebbe un’escalation di violenza. Non è un caso che l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, abbia avvertito che il collasso dell’economia palestinese sarebbe “una sconfitta per tutti”.
Il conflitto non resta confinato a Gaza. Il rischio di collasso dell’ANP minaccia la stabilità di tutta la Cisgiordania, con ripercussioni su Israele stesso, che dipende in parte dalla cooperazione di Ramallah per la gestione della sicurezza.
Sul piano regionale, Arabia Saudita, Egitto e Giordania osservano con crescente preoccupazione: la destabilizzazione dell’ANP renderebbe ancora più difficile contenere la pressione di Hamas e, soprattutto, quella dell’Iran, che alimenta il sostegno ai movimenti radicali palestinesi.
In parallelo, il logoramento del commercio e degli scambi causato dalla guerra danneggia anche le economie arabe che avevano scommesso sulla normalizzazione con Israele. Il conflitto rischia quindi di compromettere i progetti di cooperazione economica emersi con gli Accordi di Abramo.
Il video degli ostaggi non è che un episodio, ma illumina una verità più ampia: la guerra non è solo militare, è una partita di logoramento politico e psicologico. Hamas punta a resistere abbastanza a lungo da trasformare il conflitto in una crisi regionale e in una frattura insanabile dentro Israele.
Tel Aviv, dal canto suo, vuole dimostrare che nessuna pressione interna o esterna potrà impedirle di sradicare Hamas da Gaza. Il prezzo, però, si misura in vite umane, in ostaggi che diventano pedine di una guerra senza soluzioni a breve termine e in un equilibrio regionale sempre più fragile.












