Gaza. Israele accelera l’esodo, Bruxelles alza la pressione economica

di Giuseppe Gagliano –

Le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato l’apertura di una nuova via d’uscita da Gaza City per soli due giorni, lungo Salah al-Din Street, la principale arteria Nord-Sud dell’enclave. La misura appare come un tentativo di svuotare la città in vista di un’operazione di terra imminente. Centinaia di migliaia di palestinesi, già sfollati più volte, si trovano di fronte a un dilemma drammatico: restare sotto assedio o rischiare il trasferimento forzato verso un Sud devastato, privo di cibo, acqua e servizi essenziali. La decisione arriva mentre il bilancio delle vittime palestinesi supera le 65mila unità, e l’ONU avverte che la crisi umanitaria ha raggiunto il livello di carestia in diverse zone.
La presenza di carri armati israeliani ai margini di Gaza City e le testimonianze di nuovi bombardamenti indicano che l’offensiva di terra è ormai imminente. Israele punta a neutralizzare le ultime sacche di resistenza e a consolidare il controllo sull’area urbana più popolosa dell’enclave. Tuttavia, l’operazione rischia di trasformarsi in un conflitto casa per casa con costi altissimi in termini di vite civili e di immagine internazionale per Tel Aviv. La decisione di aprire corridoi umanitari per un tempo limitato può essere letta come mossa preventiva per ridurre le perdite tra i civili, ma anche come pressione psicologica per accelerare l’evacuazione.
Il 16 settembre, una commissione indipendente delle Nazioni Unite ha per la prima volta parlato apertamente di “genocidio” a Gaza, una definizione che Israele respinge ma che rischia di amplificare l’isolamento internazionale del Paese. La percezione che l’operazione sia punitiva e non solo difensiva spinge molti attori globali a chiedere un cessate il fuoco immediato. L’immagine di Israele come potenza in grado di difendersi ma anche di rispettare il diritto internazionale è oggi messa in discussione più che mai.
Sul fronte diplomatico, l’Unione Europea compie un passo inedito: propone di sospendere le agevolazioni tariffarie per oltre un terzo delle esportazioni israeliane, per un valore di circa 6 miliardi di euro. Si tratta di prodotti agricoli e alimentari ma anche di beni industriali che garantiscono all’economia israeliana un accesso privilegiato al mercato europeo. Bruxelles chiede inoltre il congelamento dei beni e il divieto di ingresso per i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, accusati di retorica estremista. La mossa, se approvata, avrebbe un impatto politico rilevante, rappresentando la più dura presa di posizione europea dall’inizio del conflitto.
Israele si trova stretto tra la necessità di proseguire le operazioni militari per garantire la sicurezza interna e il rischio di erosione del sostegno occidentale. L’UE, pur divisa al suo interno, segnala di non voler più restare spettatrice passiva. La pressione economica europea potrebbe diventare un fattore di calcolo strategico per il governo Netanyahu, specie se accompagnata da pressioni diplomatiche statunitensi. La domanda di fondo è se Israele possa permettersi un’operazione di terra lunga e sanguinosa senza compromettere i propri rapporti con i partner più importanti.
La guerra a Gaza è ormai un conflitto su più piani: militare, umanitario, diplomatico ed economico. Israele punta a chiudere la partita con Hamas, ma il prezzo di una vittoria totale potrebbe essere un isolamento crescente. L’apertura temporanea del corridoio di fuga e le proposte dell’UE mostrano che il tempo a disposizione per trovare un equilibrio tra obiettivi militari e accettabilità internazionale si sta esaurendo. Per Tel Aviv, la sfida è mantenere l’iniziativa sul campo senza perdere il sostegno dei suoi alleati strategici.