
di Giuseppe Gagliano –
Israele ha annunciato l’uccisione di Mohammed Odeh, indicato come nuovo comandante dell’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza, in un raid aereo contro un edificio residenziale di Gaza City che, secondo fonti ospedaliere palestinesi, ha causato almeno tre morti e dodici feriti. L’operazione conferma che, nonostante il cessate-il-fuoco del 2025, la guerra nella Striscia non è realmente terminata ma si è trasformata in una campagna permanente di intelligence, eliminazioni mirate e pressione militare selettiva.
Secondo Israele, Odeh aveva assunto il comando delle Brigate Ezzedine al-Qassam appena una settimana fa, dopo la morte del precedente leader Ezzedine al-Haddad. La rapidità con cui sarebbe stato individuato e colpito mostra che l’apparato informativo israeliano continua a mantenere una forte capacità di penetrazione all’interno di Gaza, nonostante la devastazione del territorio e la clandestinità delle strutture di Hamas.
L’operazione rientra nella strategia israeliana di “decapitazione” sistematica della leadership del movimento palestinese. Negli ultimi mesi sono stati eliminati diversi dirigenti e comandanti di Hamas, nel tentativo di interrompere la continuità del comando militare e impedire al gruppo di riorganizzarsi durante la tregua. Per il governo israeliano, l’obiettivo resta quello di dimostrare che gli attacchi del 7 ottobre 2023 non resteranno impuniti e che nessun dirigente di Hamas può considerarsi al sicuro.
Per il premier Benjamin Netanyahu, il raid rappresenta anche un messaggio politico interno. Il governo israeliano vuole mostrare alla propria opinione pubblica e ai settori più intransigenti della destra che gli accordi diplomatici e la pressione internazionale non limiteranno la libertà d’azione militare dello Stato ebraico.
L’operazione però rischia di indebolire ulteriormente il fragile equilibrio costruito attorno al piano promosso dagli Stati Uniti. Washington continua a sostenere il cessate-il-fuoco e un percorso di stabilizzazione della Striscia, ma le operazioni mirate israeliane mantengono alta la tensione e alimentano le accuse palestinesi secondo cui la guerra prosegue sotto altre forme.
La situazione umanitaria nella Striscia resta drammatica. Gran parte della popolazione vive ancora in condizioni precarie tra edifici distrutti, campi improvvisati e infrastrutture collassate. In questo contesto, ogni raid rafforza nell’opinione pubblica palestinese la percezione che il cessate-il-fuoco non garantisca alcuna reale sicurezza.
Resta inoltre aperta la questione del futuro politico e amministrativo di Gaza. Israele punta a impedire che Hamas possa ricostruire le proprie strutture, ma al momento non esiste una soluzione condivisa su chi dovrebbe governare la Striscia. Senza un accordo politico stabile, anche la ricostruzione economica resta bloccata.
L’uccisione di Mohammed Odeh rappresenta quindi un successo tattico per Israele, ma conferma anche che il conflitto continua a muoversi in una zona grigia tra tregua e guerra aperta, senza una prospettiva politica capace di chiudere definitivamente la crisi.











