di Giuseppe Gagliano –
Israele ha un piano per Gaza. Lo chiama “città umanitaria”: una zona nella parte meridionale della Striscia, costruita sulle rovine di Rafah, dove verranno ammassati oltre 600mila palestinesi sfollati. Ma dietro la retorica si nasconde un progetto che, se attuato, rischierebbe di trasformarsi in un gigantesco campo di prigionia a cielo aperto.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha chiarito che la popolazione non potrà lasciare l’area. Parallelamente il governo di Benjamin Netanyahu sta lavorando con gli Stati Uniti per un piano di “emigrazione assistita”, che preveda il trasferimento dei palestinesi verso altri Paesi. Al momento però nessuno Stato ha manifestato la volontà di accogliere i profughi.
Le organizzazioni internazionali hanno espresso forti riserve, accusando Israele di voler imporre una sorta di pulizia etnica silenziosa. Michael Sfard, avvocato israeliano per i diritti umani, ha definito il piano di Katz come un “trasferimento forzato in preparazione alla deportazione”, che secondo il diritto internazionale rientra nei crimini di guerra.
Anche il ministro degli Esteri britannico, David Lammy, ha espresso una netta opposizione, sottolineando che “non si tratta di un contesto serio in cui la popolazione di Gaza possa ottenere gli aiuti e il sostegno di cui ha bisogno in questo momento”.
Secondo quanto trapelato, la gestione della “città umanitaria” sarebbe affidata a organizzazioni internazionali, mentre le Forze di Difesa Israeliane (IDF) la circonderebbero a distanza. Tuttavia, la maggior parte delle ONG rifiuta di partecipare a un progetto che rischia di legittimare il contenimento forzato della popolazione palestinese.
Nel frattempo centinaia di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di avvicinarsi ai siti di distribuzione degli aiuti gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta da Stati Uniti e Israele. Hamas ha denunciato il piano come un ulteriore tentativo di “pulizia etnica” e ha promesso di resistere con ogni mezzo.
La comunità internazionale, pur esprimendo preoccupazione, resta inerte. Le voci di dissenso vengono soffocate da un contesto geopolitico in cui la questione palestinese sembra aver perso centralità.












