Gaza. La Colombia sospende l’esportazione di carbone verso Israele

di Giuseppe Gagliano –

Nel momento in cui i riflettori internazionali sono puntati sulla Striscia di Gaza e la diplomazia globale si divide tra condanne, silenzi e ambiguità, il presidente colombiano Gustavo Petro ha scelto una strada poco battuta ma ad alto impatto simbolico e politico: sospendere l’esportazione di carbone verso Israele. La misura, sancita da un decreto esecutivo dell’agosto 2024, affonda le sue radici in una concezione militante del diritto internazionale, che Petro interpreta come vincolante anche al di là dei trattati commerciali in vigore. È una mossa che intreccia morale, politica e strategia, ma che solleva questioni complesse su tutti i piani: economico, militare e geopolitico.
La Colombia è uno dei maggiori esportatori di carbone termico al mondo. Solo nei primi sei mesi del 2025, il settore ha generato entrate per oltre 11,7 miliardi di dollari. Israele, pur non essendo il principale partner commerciale, assorbe circa il 5% delle esportazioni, equivalenti a oltre 3 milioni di tonnellate di carbone. In condizioni normali, questi numeri non farebbero notizia, ma nel contesto attuale diventano l’oggetto di una battaglia che va oltre il mercato. Petro ha accusato due multinazionali – la statunitense Drummond e la svizzera Glencore – di aver violato il decreto e continuato le forniture verso Israele, trasformando una questione commerciale in un caso politico.
L’Associazione Colombiana del Settore Minerario ha reagito con forza, parlando di potenziale fuga di investitori e rischio per la tenuta del bilancio nazionale. Israele, secondo l’ACM, contribuisce ogni anno con circa 650mila dollari in tasse e royalties legate al carbone. Il divieto imposto da Petro potrebbe dunque danneggiare uno dei pochi settori che garantiscono una liquidità stabile allo Stato, proprio mentre il Paese affronta sfide interne legate alla sicurezza, alla riforma agraria e all’instabilità regionale.
La scelta di Petro non è solo economica, ma strategica. Il carbone esportato dalla Colombia alimenta in parte l’infrastruttura energetica israeliana. È noto che Israele, sebbene tecnologicamente avanzato, mantiene una significativa dipendenza da combustibili fossili per alcune sue centrali elettriche. In questo quadro il blocco colombiano, se davvero pienamente attuato, colpisce non solo i consumi civili ma potenzialmente anche quelli militari.
Petro ha definito l’esportazione di carbone come “complicità con crimini contro l’umanità”. È un’accusa pesante, che si inserisce in un contesto in cui le forniture energetiche diventano parte del teatro bellico. Interrompere l’energia, anche solo in parte, significa incidere sulle capacità logistiche e operative di uno Stato in guerra. In questo senso, la Colombia compie una scelta inusuale per un Paese non direttamente coinvolto nel conflitto: utilizza le proprie leve commerciali come strumento di pressione strategica. Il paragone con le sanzioni occidentali contro la Russia, nel contesto del conflitto in Ucraina, non è peregrino.
La Colombia di Petro si propone come portabandiera di un Sud globale che cerca voce e identità autonoma nei teatri della politica internazionale. Sospendere le esportazioni di carbone verso Israele significa porsi controcorrente rispetto a molte potenze occidentali, che continuano a fornire armi, tecnologia o supporto diplomatico a Tel Aviv. Non è un caso che il decreto sia stato annunciato poche settimane dopo la rottura ufficiale delle relazioni diplomatiche tra Bogotá e Israele, avvenuta nel maggio 2024. La scelta del governo colombiano si muove lungo un doppio binario: costruzione di una reputazione internazionalista fondata sui diritti umani e marcatura identitaria su scala globale.
Ma la realtà è più articolata. L’export colombiano verso Israele continua, in parte, grazie a clausole di salvaguardia inserite nel decreto: contratti preesistenti, autorizzazioni doganali già emesse, aspettative giuridiche consolidate. Un’ombra di ambiguità si allunga sulla tenuta giuridica della misura, tanto che una fonte del Ministero del Commercio ha ammesso, sotto anonimato, che non esisteva ancora un ordine esecutivo vincolante già operativo. Di fatto Petro ha usato il palco del Congresso come cassa di risonanza politica per un provvedimento ancora in evoluzione.
Nel frattempo, a Bogotá, si è tenuta la riunione del cosiddetto “Gruppo dell’Aja”, che ha proposto sei misure per bloccare la fornitura di armi e finanziamenti a Israele. È il segnale di una convergenza regionale che cerca di opporsi, con strumenti di soft power e moral suasion, alla guerra a Gaza. Petro non è isolato, ma interpreta un sentimento diffuso in settori dell’America Latina che da tempo contestano la militarizzazione delle relazioni internazionali e la disuguaglianza nei trattamenti riservati agli attori globali.
In questa partita, la Colombia gioca con armi non convenzionali: principi etici, clausole del diritto internazionale, strumenti dell’OMC. Ma resta da vedere se sarà in grado di reggere l’urto di una controffensiva diplomatica, economica o giuridica. Se il gesto di Petro sarà letto come un precedente, o come un’iniziativa isolata destinata a svanire con il cambio di governo.
La geopolitica del carbone, oggi, non è più una questione di molecole e contratti. È diventata un terreno di confronto ideologico e strategico. E la Colombia di Petro ha scelto, per ora, di stare dalla parte del conflitto, ma non con le armi. Con il carbone spento.