
di Giuseppe Gagliano –
A Gaza la guerra non si misura più soltanto con le bombe, i morti e gli edifici distrutti. Sempre più spesso si misura con un sacco di farina, con una fila davanti a un camion di aiuti, con bambini denutriti e famiglie costrette a sopravvivere con pane secco ed erbe raccolte nei campi. La fame è diventata parte integrante del conflitto e il crollo del sistema alimentare rappresenta ormai uno degli aspetti più drammatici della crisi nella Striscia.
Il rapporto “Starving Gaza”, pubblicato nel marzo 2026 da Lee Mordechai e Liat Kozma, descrive due anni e mezzo di guerra attraverso la lente della privazione alimentare. Secondo lo studio, almeno 463 persone sarebbero morte per fame, molte delle quali bambini, in un contesto segnato dal collasso delle infrastrutture civili, dalla distruzione dei mercati e dal blocco degli aiuti.
Prima del 7 ottobre 2023 Gaza dipendeva già in larga misura dalle importazioni e dagli aiuti internazionali. Dopo l’attacco di Hamas e la risposta militare israeliana, il controllo degli ingressi nella Striscia si è trasformato in uno strumento decisivo di pressione politica e militare. Nei primi giorni del conflitto Israele impose un blocco totale di elettricità, carburante, acqua e cibo, mentre diversi esponenti del governo israeliano presentarono pubblicamente il blocco degli aiuti come leva per colpire Hamas e ottenere la liberazione degli ostaggi.
Il rapporto sottolinea come il numero dei camion umanitari non basti a descrivere la realtà della crisi. Un camion autorizzato non significa automaticamente cibo distribuito alla popolazione. I convogli devono affrontare controlli, strade distrutte, saccheggi, ritardi burocratici e posti di blocco militari prima di raggiungere le aree civili.
La cronologia degli aiuti mostra forti oscillazioni. Nell’ottobre 2023 entrarono soltanto 241 camion in totale. Tra novembre 2023 e gennaio 2025 la media fu di circa 163 camion al giorno, considerata comunque insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione. Durante il cessate il fuoco del gennaio 2025 gli ingressi salirono fino a circa 600 camion quotidiani, ma dal 2 marzo al 18 maggio 2025 Gaza tornò sotto blocco totale per 79 giorni consecutivi, senza alcun convoglio umanitario. Successivamente gli aiuti ripresero, ma con volumi ancora lontani dalle necessità reali.
Nel frattempo i prezzi dei beni essenziali sono esplosi. Un sacco di farina da 25 chili è passato da circa 47 shekel a oltre 1.500. L’olio di girasole è aumentato di oltre sette volte, mentre il gas da cucina è diventato quasi introvabile in diverse zone della Striscia. La scarsità di cibo ha alimentato mercato nero, corruzione e controllo criminale delle distribuzioni.
Anche la dieta della popolazione si è drasticamente impoverita. Secondo i dati del Programma Alimentare Mondiale, le proteine animali, i latticini, la frutta e molti alimenti base sono progressivamente scomparsi. In diversi periodi la sopravvivenza quotidiana si è ridotta a farina, legumi in scatola e acqua disponibile a intermittenza.
Sul piano strategico, il rapporto sostiene che la privazione alimentare sia stata utilizzata come forma di pressione collettiva contro l’ambiente umano in cui opera Hamas. Tuttavia gli autori evidenziano che questa strategia rischia di produrre effetti opposti: aumento del risentimento, radicalizzazione delle nuove generazioni e crescente isolamento internazionale di Israele.
La crisi alimentare di Gaza ha assunto anche una forte dimensione geopolitica. Le accuse rivolte dalla Corte penale internazionale al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant hanno riportato al centro il tema dell’uso della fame come metodo di guerra. Intanto numerosi Paesi del Sud globale accusano l’Occidente di applicare criteri differenti sui diritti umani a seconda degli alleati coinvolti.
Secondo il rapporto, anche un eventuale cessate il fuoco stabile non risolverebbe rapidamente la situazione. Gaza dovrà ricostruire infrastrutture, mercati, reti idriche ed elettriche, sistemi agricoli e meccanismi di distribuzione quasi completamente distrutti dalla guerra.
Il documento conclude che la fame nella Striscia non rappresenta soltanto una conseguenza del conflitto, ma il simbolo del fallimento dell’ordine umanitario internazionale. Gaza, sostengono gli autori, rischia di diventare il precedente di una nuova epoca nella quale la fame torna a essere accettata come strumento di pressione militare e politica.











