
di Giuseppe Gagliano – –
A Gaza le trattative per un cessate-il-fuoco sembrano ormai appartenere al passato, nonostante a breve tregua per far passare gli aiuti umanitari. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump hanno rotto ogni residuo di diplomazia dichiarando che Hamas non vuole realmente un accordo. Parole pesanti, che suonano come la chiusura definitiva del tavolo negoziale, e che segnano una svolta pericolosa. Israele, afferma Netanyahu, esplora “opzioni alternative” per liberare gli ostaggi e smantellare il controllo di Hamas. Trump rincara: “Hamas vuole morire. Bisogna finire il lavoro”. È l’abbandono della strategia politica in favore dell’escalation militare.
Tutto questo accade mentre a Gaza si consuma una tragedia umanitaria senza precedenti. L’interruzione dei rifornimenti decisa da Israele a marzo, seguita da una parziale riapertura a maggio, ha lasciato 2,2 milioni di persone in condizioni di carestia. Gli aiuti umanitari non bastano e vengono ostacolati da restrizioni, logistiche e politiche. Le Nazioni Unite denunciano impedimenti sistemici alla distribuzione, mentre il governo israeliano accusa l’ONU di incompetenza o, peggio, di voler screditare Tel Aviv. E mentre l’esercito israeliano autorizza alcuni lanci aerei di aiuti da parte di Paesi stranieri, Hamas liquida il gesto come “propaganda”: non servono spettacoli nei cieli, ma corridoi umanitari stabili e camion ogni giorno.
Il 25 luglio Emmanuel Macron ha annunciato il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte della Francia. Una mossa di rottura, che ha isolato ulteriormente la posizione di Israele, e che ha spinto Regno Unito e Germania a richiedere un cessate il fuoco immediato, pur senza giungere a un riconoscimento formale. Trump ha bollato il gesto di Macron come “irrilevante”. Ma dietro l’irritazione americana si cela l’insofferenza per una nuova linea europea che, se consolidata, potrebbe togliere a Washington il monopolio sulla gestione del conflitto israelo-palestinese.
Il 24 luglio Israele e Stati Uniti si sono ritirati dai colloqui di Doha poche ore dopo la risposta di Hamas a una proposta di tregua. Nonostante i mediatori di Qatar ed Egitto abbiano parlato di progressi e definito le sospensioni “parte normale del processo”, le dichiarazioni israeliane e americane lasciano intendere una chiusura netta. Il piano prevedeva 60 giorni di tregua, l’ingresso di aiuti e il rilascio di ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Ma le divergenze su due punti chiave, cioè il ritiro dell’esercito israeliano e il futuro politico di Gaza, hanno bloccato tutto. L’estrema destra israeliana, con in testa il ministro Ben-Gvir, ha chiesto la sospensione totale degli aiuti e la conquista completa della Striscia.
La posizione americana, per quanto ambigua, appare netta: nessuna vera pressione su Israele, nessun passo verso una de-escalation. La Casa Bianca asseconda Tel Aviv, lasciando che l’operazione militare, ormai giunta al ventunesimo mese, continui senza freni. La dichiarazione di Trump secondo cui “Hamas vuole morire” suona come una legittimazione implicita della guerra totale. Il rischio è che l’assenza di un contenimento politico degeneri in una guerra permanente, con Gaza trasformata in una zona d’ombra fuori dal diritto internazionale.
La prosecuzione del conflitto avrà inevitabili effetti economici. I costi diretti dell’assedio e dell’occupazione militare sono enormi per Israele, mentre l’implosione di Gaza minaccia di destabilizzare la regione. L’Egitto, che confina con la Striscia, teme l’afflusso di rifugiati. La Giordania osserva con preoccupazione l’irrigidimento della posizione americana, che allontana ogni ipotesi di pace regionale. L’Arabia Saudita, impegnata in una delicata apertura verso Israele, potrebbe riconsiderare la normalizzazione. Intanto, l’Europa, stretta tra la solidarietà a Israele e la pressione dell’opinione pubblica interna, cerca una linea autonoma, ma senza reale forza negoziale.
Il fallimento dei negoziati, l’aggravarsi della crisi umanitaria e la crescente militarizzazione della risposta israeliana dimostrano l’assenza di una visione politica condivisa. Gaza non è solo una crisi umanitaria: è la cartina di tornasole dell’impotenza del sistema internazionale di fronte alla logica della forza. Con l’Occidente diviso, il Sud globale in fermento e le istituzioni multilaterali paralizzate, l’unico orizzonte all’orizzonte sembra essere quello dei “cadaveri ambulanti”, come li ha definiti un funzionario ONU. Un monito tragico, ma realistico, sul futuro che ci attende se la politica continuerà a cedere il passo alla guerra.











