Gaza. L’Egitto addestra la polizia palestinese per il dopo guerra

di Giuseppe Gagliano –

Da mesi, lontano dai riflettori, il Cairo porta avanti un programma sistematico di addestramento per centinaia di agenti palestinesi destinati a garantire la sicurezza e l’amministrazione di Gaza nel dopo guerra. Si tratta di un’operazione che affonda le radici nel 1993, quando alla Conferenza dei donatori di Oslo Egitto e Giordania firmarono un’intesa per formare migliaia di poliziotti palestinesi. Oggi però il contesto è radicalmente mutato: Gaza è uscita devastata dal conflitto iniziato nell’ottobre 2023, e la questione della governance non è un esercizio accademico, ma il perno stesso di un nuovo equilibrio regionale.
Il contingente attuale, 300 uomini tutti affiliati ad al-Fatah e fedeli a Mahmoud Abbas, è stato selezionato con criteri politici stringenti. L’Egitto ha escluso fedelissimi di Mohammed Dahlan, temendo di irritare Ramallah e di compromettere il sostegno saudita. La formazione avviene in parte al Cairo, in parte in Giordania, con la speranza di ottenere fondi dal Golfo. Qui emerge il primo nodo strategico: la formazione non è solo tecnica, ma costruisce una catena di lealtà politiche che il Cairo potrà usare come leva.
A marzo l’Egitto ha presentato un piano organico: riportare l’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza, formare la polizia congiuntamente con la Giordania, e ottenere un avallo politico-finanziario internazionale. Il progetto prevede anche l’eventuale dispiegamento di forze ONU di protezione o di peacekeeping, a Gaza e in Cisgiordania, in un percorso più ampio verso la creazione di uno Stato palestinese. Ma la realtà si è dimostrata meno entusiasta: dal Golfo, soprattutto da Arabia Saudita ed Emirati, è arrivato un secco “prima il disarmo di Hamas, poi il denaro”.
Secondo l’analista Aly el-Raggal, il vero obiettivo del Cairo è radicare la propria presenza di sicurezza dentro Gaza, trasformandola in un moltiplicatore di influenza politica, sociale e diplomatica. Per l’Egitto, ridimensionato su altri fronti mediorientali, la Striscia è un’occasione per tornare protagonista. Controllare la sicurezza di Gaza significa anche controllare le relazioni tra l’enclave e Israele, filtrare i canali con l’Autorità Palestinese, e gestire i flussi economici che seguiranno la ricostruzione.
La partita non è solo militare o diplomatica: il dopoguerra aprirà un ciclo di grandi investimenti infrastrutturali e umanitari, dove la gestione della sicurezza sarà la condizione per partecipare alla spartizione dei contratti e delle forniture. L’Egitto, con la sua posizione geografica e il controllo del valico di Rafah, può diventare il “gatekeeper” della ricostruzione, trattenendo per sé una parte dei benefici e garantendo l’accesso solo a partner graditi.
Il vero scoglio resta Hamas. Disarmarlo o allontanarlo dalla Striscia è una condizione che il Cairo non può imporre da solo e che rischia di riaccendere le ostilità. Senza una soluzione credibile, il progetto egiziano rischia di rimanere incompiuto, limitandosi a creare forze di polizia addestrate ma prive di reale potere sul territorio.
Il piano egiziano per Gaza è una mossa che intreccia sicurezza, politica e economia. È il tentativo di riprendersi un ruolo di mediatore e arbitro in un contesto in cui le grandi potenze regionali , cioè Arabia Saudita, Emirati, Israele e Iran, competono per influenza. Se il Cairo riuscirà a imporsi come garante della stabilità postbellica, potrà trasformare Gaza in un punto di forza strategico. Ma se il nodo Hamas e la mancanza di sostegno finanziario dal Golfo resteranno irrisolti, il progetto rischia di trasformarsi in un’illusione diplomatica.