Gaza. Naim: quando scrivere resta l’ultimo rifugio per restare vivi sotto le bombe

Intervista al giovane scrittore Naim Abu Saif, fuggito dall'orrore di Gaza a Torino: ‘le cifre sono importanti, ma non hanno un battito, non trasmettono il dolore ne' la speranza'.

di Mohamed Ben Abdallah

عربي

Naim non ha mai cercato di diventare uno scrittore famoso, né un autore destinato a un pubblico europeo. Cercava soltanto un modo per restare umano. È nato nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, dove la sua infanzia si è formata tra case addossate l’una all’altra e una privazione costante, e dove suo padre è stato ucciso dall’esercito israeliano durante la Seconda Intifada, lasciando un vuoto che né il tempo né la distanza sono riusciti a colmare. Ha studiato giornalismo a Gaza, ma ha presto capito che la notizia, da sola, non basta a raccontare ciò che le persone vivono sotto i bombardamenti. Durante l’ultima guerra che ha investito la Striscia, tra la perdita dei propri cari e la distruzione di villaggi e città, ha trovato nella letteratura un linguaggio più sincero dei numeri e più capace di raggiungere i cuori. Così è nato il suo libro “L’ultimo respiro di Gaza” (Another Coffee Stories Editore, 2025): non un mero resoconto dei fatti, ma come una testimonianza viva, scritta mentre la guerra era ancora in corso e sui palestinesi di Gaza cadevano le bombe israeliane.
Dopo essere riuscito a lasciare Gaza grazie a una borsa di studio, Naim è arrivato in Italia, dove oggi frequenta l’Università di Torino, portando con sé la memoria del campo, il peso del lutto e la responsabilità di trasmettere la voce di Gaza a un pubblico geograficamente lontano, ma non necessariamente distante dal punto di vista umano.
Nell’intervista Naim racconta il suo percorso tra giornalismo e letteratura, tra il campo profughi e un esilio temporaneo, tra la scrittura come forma di resistenza e come necessità di sopravvivenza.

– Chi era Naim prima di giungere a Torino?
“Ero un ragazzo del campo profughi di Jabalia, un bambino che osservava la vita tra case distrutte e strade strette. Lì, tra muri che resistevano, ho imparato il significato della pazienza e della sofferenza, e ho capito che la parola può essere più incisiva delle pietre”..

– In che modo il campo di Jabalia e la tua infanzia a Gaza hanno segnato la tua percezione dell’ingiustizia in quanto palestinese?
“L’ingiustizia era parte integrante della quotidianità, per cui la parola era l’unico mezzo per comunicare e resistere. Dal campo di Jabalia ho imparato che la scrittura non è un lusso, ma un dovere e un modo per restare umani in mezzo alle macerie”.

– In che modo la morte di tuo padre durante la Seconda Intifada ha influenzato il tuo rapporto con la causa palestinese?
“La morte di mio padre mi ha cambiato per sempre. Non ho più guardato il mondo con gli stessi occhi e ho capito che il silenzio non era un’opzione. La scrittura è diventata per me un’estensione della sua voce, della sua presenza che ho perso, un modo per preservare la memoria. Quando scrivo, sento di abbracciare una parte della sua presenza, e che le parole possono colmare il vuoto che ha lasciato”.

– Hai scelto la via del giornalismo, ma dalla notizia sei passato al racconto. Perché?
“La notizia racconta ciò che è accaduto, ma la letteratura riesce a trasmettere ciò che l’essere umano prova: il terrore, la paura, la speranza, l’amore… La letteratura dà vita alla mera conta dei morti che leggiamo sui giornali. Questo aspetto è importante perché le storie individuali arrivano al cuore prima che alla mente. I numeri sono importanti, ma non hanno un battito, non trasmettono il dolore ne’ la speranza. Scrivere mentre cadono le bombe… ogni giorno era una sfida. Ma era l’unico modo per restare lucido, per avere la forza di testimoniare, per dimostrare a me stesso che la vita non era ancora finita”.

– Cosa non sei riuscito a scrivere, a comunicare della guerra di Gaza?
“Scrivere del lutto che colpisce gli affetti, che annichilisce le famiglie è difficile, ma necessario. Trasformare il dolore in parole permette di comunicare la sofferenza senza viverla direttamente, e quindi di far conoscere il dramma. Col tempo, col passare le giornate tra fughe, bombardamenti, distruzione e morte il mio modo di scrivere è cambiato, sono diventato più diretto, meno ornamentale”.

– Cosa rappresenta oggi per te il campo di Jabalia dopo tutta la distruzione?
“Jabalia è la mia radice, i ricordi non possono essere cancellati. Non è solo un luogo, ma uno spirito che vive in ogni parola che scrivo. Il libro è infatti voluto per salvare la memoria, per chi ha perso la propria casa o i propri cari”.

– Com’è stato il momento di lasciare Gaza?
“È stato un misto di gioia per la salvezza e senso di colpa: gratitudine verso chi mi ha aiutato e paura di lasciare la mia terra alle spalle. Giunto in Italia iniziato a vedere il mondo da una prospettiva più ampia, ma sento una responsabilità maggiore nel trasmettere la voce di Gaza, non solo come una tragedia, ma come vita e volontà di resistenza”.

– Come ha reagito il lettore europeo al tuo libro?
“È stato sorprendente e commovente. Non mi aspettavo una tale profondità di empatia, ma non vorrei che la sofferenza del mio popolo resti alla fine un semplice prodotto culturale. Mi si permetta un ringraziamento alla casa editrice e al suo team, che mi hanno permesso di pubblicare la mia storia e di lasciare Gaza”.

– Un giorno vorrai tornare a Gaza?
“Il ritorno è necessario sul piano spirituale, perché il presente lo rende difficile sul piano fisico. La scrittura porta Gaza a ogni lettore, ovunque si trovi. Il mio timore è che un domani il mondo dimentichi. Dimentichi che a Gaza le persone vivono, amano, sognano, e non sono solo vittime”.