di Giuseppe Gagliano –
Gli Stati Uniti hanno bloccato, per la sesta volta, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un cessate-il-fuoco immediato e incondizionato a Gaza, il rilascio degli ostaggi e la fine delle restrizioni agli aiuti umanitari. Il testo era stato sostenuto da 14 Paesi su 15, segno di un consenso internazionale quasi unanime. Ma l’amministrazione Trump ha scelto di esercitare il veto, riaffermando il ruolo di garante diplomatico di Israele anche a costo di isolarsi sul piano multilaterale.
La carestia a Gaza, ormai confermata dall’Integrated Food Security Phase Classification, rappresenta uno dei peggiori disastri umanitari del nostro tempo. La dichiarazione dell’ambasciatrice danese all’ONU ha dato voce alla frustrazione di gran parte della comunità internazionale, sottolineando come l’operazione militare israeliana stia aggravando la sofferenza dei civili. Il veto USA appare quindi non solo un gesto politico, ma anche un atto che rallenta possibili interventi di soccorso coordinati.
L’ambasciatore USA ha ribadito che la guerra potrebbe finire “oggi stesso” se Hamas liberasse gli ostaggi e depone le armi, scaricando integralmente su Hamas la responsabilità del conflitto. È una posizione coerente con la dottrina Trump, che privilegia la deterrenza militare e la pressione psicologica. Al contempo, la Casa Bianca ha annunciato l’imminente incontro tra Netanyahu e Trump, a conferma che il sostegno a Israele è parte di una strategia di rafforzamento dell’asse politico-militare tra Washington e Tel Aviv.
La scelta americana ha un significato che va oltre il teatro mediorientale. È un segnale ai rivali globali, cioè Russia e Cina, che gli Stati Uniti non intendono lasciarsi dettare l’agenda dalle maggioranze ONU. Si tratta anche di un messaggio agli alleati: nella crisi di Gaza, la linea è tracciata a Washington e il consenso internazionale non prevale sulla priorità strategica di proteggere Israele.
In Europa il veto rischia di alimentare divisioni. Diversi Stati membri dell’UE avevano appoggiato la risoluzione, spinti dalla necessità di ridurre le tensioni e contenere l’instabilità regionale che alimenta flussi migratori e rischi terroristici. La scelta USA potrebbe rendere più difficile la costruzione di una politica estera europea coerente e spingere alcuni Paesi a cercare canali di mediazione autonomi, anche in dialogo con potenze come l’Egitto o il Qatar.
Le dichiarazioni del ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, che ha definito Gaza una “bonanza immobiliare” da spartire con Washington, gettano una luce inquietante sulla prospettiva postbellica. Qui emergono interessi economici strategici: controllo del territorio, accesso al litorale mediterraneo, potenziali progetti infrastrutturali finanziati da capitali occidentali e del Golfo. La guerra, in questa chiave, non è solo conflitto militare ma preludio a una redistribuzione del valore fondiario e delle risorse.
Per la prima volta, un gruppo di senatori USA ha presentato una risoluzione per il riconoscimento di uno Stato palestinese smilitarizzato. Il sostegno è bipartisan ma la maggioranza repubblicana alla Camera rende improbabile l’approvazione. Tuttavia, il segnale politico è forte: anche negli Stati Uniti cresce la pressione per bilanciare l’appoggio a Israele con un percorso credibile di soluzione a due Stati.
Il veto americano mantiene lo status quo e garantisce a Israele tempo per continuare le operazioni militari. Ma il costo politico è alto: crescente isolamento diplomatico, tensioni con l’Europa, perdita di credibilità come mediatore imparziale. Washington gioca una partita di lungo periodo: preservare la supremazia militare israeliana e al contempo ridefinire l’ordine regionale secondo i propri interessi. Resta da capire se questa strategia potrà portare stabilità o se, al contrario, alimenterà una spirale di conflitti destinata a durare.












