
di Giuseppe Gagliano –
La base siciliana come cerniera operativa.
C’è un punto d’Italia che, nel Mediterraneo, pesa più di quanto si dica a Roma. È la stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia: piattaforma logistica e d’intelligence che, dalla risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre 2023, diventa un crocevia stabile di movimenti, tracciamenti, ricognizioni. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra “assistere” e “partecipare”. Perché chi controlla informazione, sorveglianza e corridoi di rifornimento incide sui tempi, sui bersagli, sull’efficacia e sulla durata delle operazioni.
Da Sigonella, secondo ricostruzioni e tracciamenti di analisti, entrano nel teatro voli di pattugliamento e ricognizione avanzata. I pattugliatori marittimi P-8A Poseidon della Marina statunitense e assetti britannici del 120mo Squadrone della Royal Air Force, dotati di sensori sofisticati e capacità antisommergibile e antinave, compiono missioni lungo le coste di Israele, Libano e Siria per identificare e sorvegliare obiettivi potenziali. È il lavoro preliminare che, in una guerra ad alta densità tecnologica, costruisce la lista dei bersagli e riduce il margine d’errore operativo, ma non cancella il rischio politico e morale quando il fuoco cade su aree densamente abitate.
A questa cornice si somma la presenza di velivoli senza pilota ad alta quota della famiglia Global Hawk e la comparsa, nel periodo considerato, di piattaforme come gli MQ-9 Reaper: un altro tassello della catena informativa che va dalla raccolta del dato alla sua trasformazione in coordinate operative. Anche quando non si riesce a verificare ogni dettaglio di decollo e atterraggio, il nodo politico resta: la rete che sostiene l’azione militare israeliana passa da infrastrutture alleate e Sigonella è una di quelle più “pronte all’uso”.
Il Joint Intelligence Center e la “fabbrica” dei bersagli.
Il punto cruciale è che Sigonella non è soltanto una pista. È un centro nervoso. Nel 2022 il Dipartimento della Difesa statunitense firma un contratto da 26,9 milioni di dollari per rinnovare e riconfigurare il Joint Intelligence Center ospitato nella base, con lavori affidati alla Conti Federal Services, società con sede in Florida, e conclusione prevista entro agosto 2024. Non è una semplice manutenzione: è un investimento sul cuore della filiera informativa.
Sul piano organizzativo, il dispositivo ruota attorno a una struttura di comando della Marina USA (Task Force e gruppi tattici interni) cui fanno capo reparti e piattaforme presenti a Sigonella: i pattugliatori P-8A e i grandi droni di sorveglianza. Tradotto: chi coordina, a Sigonella, non gestisce “voli” ma produce situational awareness, cioè la visione del campo. È questo che rende la base strategica: non trasporta solo cose, trasporta decisioni.
E qui compare il dettaglio che lega Sicilia e Israele con un filo industriale: la stessa Conti Federal Services risulta aver lavorato su progetti in basi militari israeliane, comprese quelle connesse ai velivoli di quinta generazione. La logica è lineare: modernizzi l’intelligence nella retrovia e, nello stesso tempo, migliori gli scali che accolgono gli strumenti dell’attacco. È la globalizzazione della guerra come commessa.
I voli “manned” e la dimensione dichiarata.
Accanto ai tracciamenti indipendenti, c’è la parte che le autorità statunitensi hanno ammesso pubblicamente: voli aerei con equipaggio, disarmati, sopra Gaza, e supporto di intelligence al “partner israeliano”. Anche qui la formula diplomatica è pulita, quasi neutra. Ma l’effetto operativo è concreto: la copertura informativa serve a sorvegliare, seguire, classificare; e in uno spazio urbano assediato, ogni incremento di capacità di identificazione diventa anche un incremento di potenza.
Il ponte aereo: Ramstein, Nevatim, Sigonella.
La guerra moderna si regge su scali e rotte, più che su proclami. Nel corridoio tra Ramstein e Nevatim, Sigonella appare come nodo tecnico ripetuto nei giorni 13, 14 e 15 ottobre 2023 per un C-17A Globemaster III dell’US Air Force (identificato da analisti con il codice di volo RCH794). Il C-17 è un trasporto strategico capace di portare carichi enormi: la sua presenza ripetuta in tre giorni consecutivi indica un flusso, non un episodio.
Che cosa sia stato movimentato resta avvolto nel non detto. E anche questo è un dato: il silenzio istituzionale, davanti a tracciamenti e domande giornalistiche, non è mera distrazione. È la scelta di non trasformare in problema pubblico ciò che, sul piano operativo, è già un fatto.
Munizionamento, consumi e ritorno dei depositi.
Un altro elemento che spiega la scala è il consumo di munizionamento. Nelle settimane successive, fonti israeliane hanno riconosciuto l’impiego di decine di migliaia di proiettili d’artiglieria; e circuiti informativi economico-militari hanno parlato di trasferimenti di munizioni statunitensi, inclusi proiettili da 155 millimetri e mortai da 120 millimetri. È una dinamica rivelatrice: munizioni preposizionate, spostate in Europa per altri teatri, poi “richiamate” per Gaza. La guerra decide la priorità e la logistica obbedisce.
In questo passaggio, Sigonella torna utile non solo come base di intelligence, ma come cerniera in una rete di scali che collegano depositi, aeroporti militari e basi operative israeliane. Il Mediterraneo diventa una piattaforma di transito, con l’Italia dentro.
Navi italiane: presenza, deterrenza, cornice alleata.
Il contributo non si esaurisce in aria. Dopo l’avvio dei bombardamenti, il ministro della Difesa dispone l’invio di unità navali nel Mediterraneo orientale. Nel periodo descritto risultano presenti assetti italiani: pattugliatore d’altura, fregate missilistiche, una nave anfibia con circa 550 fucilieri di marina del Reggimento San Marco, un’unità di supporto e rifornimento, un sottomarino della classe U-212, e una fregata inserita nel dispositivo di prontezza NATO.
Operano nello stesso spazio in cui si muovono gruppi navali statunitensi guidati da portaerei a propulsione nucleare. Qui la politica si vede nella geografia: non è solo “sicurezza marittima”, è segnalazione di schieramento. E, indirettamente, tutela di un quadrante dove energia e rotte valgono quanto i confini.
Cooperazione militare Italia-Israele: addestrare oggi, combattere domani.
La relazione bilaterale non nasce con Gaza. Nel marzo 2023 Netanyahu è a Roma, mentre la cooperazione militare tra i due Paesi poggia su un memorandum che, negli anni, ha coperto scambi di materiali, addestramento, cooperazione industriale. La cooperazione si misura nelle esercitazioni e negli scambi: Israele si addestra in Sardegna e in Italia; l’Italia forma e ospita, e a sua volta invia personale in Israele.
C’è poi il livello tecnico-operativo: incontri periodici tra vertici delle forze aeree (gli Airmen to Airmen Talks) per pianificare addestramento e programmi; visite a basi come Nevatim, Hatzerim e Tel Nof; contatti con l’industria aerospaziale israeliana, Israel Aerospace Industries. È la normalità delle alleanze, finché la normalità non diventa complicità percepita nel pieno di una guerra.
Nel luglio 2022, nel deserto del Negev, l’esercitazione Lightning Shield vede schierati a Nevatim quattro F-35 italiani accanto agli F-35 israeliani, con la presenza di un reparto di guerra elettronica e ricognizione che impiega jet d’intelligence Gulfstream. Nel 2021, con Blue Flag, si simulano scenari ad alta complessità con velivoli di quarta e quinta generazione: aria-aria, aria-terra, contrasto ai missili terra-aria, operazioni in “territorio nemico”. Sempre nel 2021, Blue Guardian e Falcon Strike mettono al centro anche l’impiego di droni, e la dimensione “senza pilota” come moltiplicatore di forza.
Qui entra un dettaglio che, nel testo originale, pesa per la sua concretezza: droni israeliani Hermes 450 e Hermes 900, progettati da Elbit Systems, capaci di lunghe permanenze in volo (ore e ore), impiegabili sia per raccolta informativa sia per attacco con missili. Sono piattaforme nate per “vedere” e, quando serve, per colpire. La guerra di Gaza non inventa questa dottrina: la applica.
San Marco, anfibi e interoperabilità navale.
C’è anche il capitolo meno raccontato: gli scambi tra marine e reparti anfibi. Visite di figure apicali israeliane a strutture italiane, sopralluoghi alla Brigata Marina e alle basi navali, osservazione di mezzi anfibi come gli AAV-7. Non è folklore militare: è interoperabilità, condivisione di procedure e, soprattutto, costruzione di fiducia operativa. In guerra, la fiducia è una risorsa.
Armi e industria: cifre, opacità, mercato.
Nel quinquennio 2016-2020 l’Italia autorizza esportazioni militari verso Israele per un valore superiore ai 90 milioni di euro, includendo categorie che vanno da sistemi d’addestramento e strumenti di tiro a segmenti più sensibili. Parallelamente, l’Italia acquista da aziende israeliane materiali per circa 150 milioni. La questione non è solo “quanto”, ma “come”: le relazioni governative spesso non dettagliano i tipi specifici di materiali per singolo Paese, e questa opacità riduce il controllo democratico.
Sul piano industriale, il simbolo resta la vendita degli addestratori M-346 prodotti da Leonardo: un affare che rafforza legami industriali e addestrativi e consolida la presenza italiana nel mercato bellico, mentre il contesto politico rende ogni transazione più esplosiva.
Il nodo politico: alleanza o cobelligeranza?
Economicamente, un conflitto lungo alimenta tre dinamiche: aumenta la domanda di munizioni e logistica; rende essenziali le infrastrutture di intelligence; e stabilizza rendite e profitti lungo l’asse industria-difesa. Per un Paese come l’Italia, ospitare e abilitare significa essere dentro una filiera: quindi più influente, ma anche più esposto, più vulnerabile a conseguenze reputazionali, giuridiche e diplomatiche.
Militarmente, la funzione è quella di retrovia avanzata: sorveglianza, coordinamento, supporto e presenza. Geopoliticamente, lo schieramento consolida l’allineamento con Washington e Tel Aviv nel Mediterraneo allargato, ma restringe lo spazio di manovra verso il mondo arabo e aumenta il rischio di essere trascinati in escalation regionali che, da Gaza, possono toccare Libano, Siria, Mar Rosso.
Alla fine resta la domanda che definisce tutto: quanta parte di questo dispositivo è l’automatismo dell’alleanza e quanta è scelta politica consapevole? Perché spesso la linea tra sostegno e partecipazione non la traccia un comunicato. La traccia una pista. La traccia un centro di intelligence. La traccia una sosta tecnica che, ripetuta, diventa abitudine.
Leonardo in Israele, la scorciatoia dell’innovazione.
Se la guerra è fatta di piste, navi e velivoli, il suo carburante vero è l’innovazione. Ed è qui che la collaborazione “civile” diventa il pezzo più scivoloso del mosaico: quello che non fa rumore, ma decide capacità, vantaggi, tempi, superiorità informativa. Nel febbraio 2023 Leonardo ha annunciato due accordi in Israele che, letti insieme, descrivono una strategia precisa: entrare nel cuore dell’ecosistema tecnologico israeliano e trasformarlo in una filiera stabile per i settori più sensibili del proprio portafoglio.
Il primo accordo è con la Israel Innovation Authority, agenzia pubblica che sostiene tecnicamente e finanziariamente progetti innovativi promossi da nuove imprese, aziende, multinazionali e università israeliane e internazionali. Il secondo è con Ramot, società di trasferimento tecnologico legata all’Università di Tel Aviv, per la valorizzazione di attività di ricerca e della proprietà intellettuale dell’ateneo, descritto con una massa critica notevole di ricercatori. È un passaggio che va capito senza infingimenti: non si parla di cultura scientifica in astratto, ma di accesso regolato a brevetti, prototipi, competenze e reti di ricerca che, nei settori a “doppio uso”, possono passare rapidamente dal laboratorio all’impiego militare.
Leonardo spiega che queste intese sono sostenute e coordinate dall’ambasciata d’Italia in Israele, con il contributo dell’ambasciata d’Israele in Italia e della Missione economica israeliana a Milano. Anche questo non è un dettaglio: significa che la cooperazione tecnologica non è lasciata al caso o al mercato, ma viene accompagnata, facilitata, protetta politicamente. L’obiettivo dichiarato è potenziare lo “scouting” e lo sviluppo di nuove imprese facendo leva su un ecosistema nazionale israeliano descritto come densissimo: migliaia di nuove imprese, centinaia di fondi di capitale di rischio, una rete di acceleratori e incubatori. L’elenco, nella comunicazione aziendale, serve a una cosa: far capire che lì la tecnologia non è un settore, è un metodo di governo e di potenza.
La fabbrica triennale delle nuove imprese e il ponte con l’accademia italiana.
Questa strategia si innesta in un’infrastruttura già predisposta: il programma triennale Business Innovation Factory, avviato il 24 gennaio 2023 da Leonardo insieme a LVenture Group, società di partecipazioni con sede a Roma, controllata in parte dall’Università Luiss Guido Carli. L’obiettivo è sostenere ogni anno una decina di nuove imprese capaci di ampliare servizi digitali e soluzioni innovative nei settori di interesse strategico del gruppo, a partire dalla sicurezza informatica.
Qui il punto politico non è quante imprese vengano selezionate, ma la struttura: università, società di investimento e industria della difesa si incastrano nello stesso meccanismo. L’università fornisce legittimazione, competenze e reti; il capitale di rischio fornisce velocità e selezione; l’industria militare fornisce mercato, commesse e “uso finale” delle tecnologie. È un modello che riduce al minimo gli attriti etici: tutto sembra ricerca, impresa, crescita. Ma a decidere dove finisce il risultato, spesso, è chi controlla la domanda più ricca e più stabile: difesa, sicurezza, spazio, informazione militare.
Fondazione Med-Or e il perimetro “culturale” della sicurezza.
Il passaggio successivo è ancora più rivelatore perché sposta l’attenzione dal prodotto alla dottrina. Il 7 marzo 2023 la Fondazione Leonardo Med-Or, istituita dalla holding, firma un memorandum con l’Institute for National Security Studies, centro studi su difesa e sicurezza affiliato all’Università di Tel Aviv. L’accordo mira ad avviare progetti di ricerca congiunti su geopolitica e sicurezza nel Mediterraneo allargato, con un programma che comprende eventi e seminari in Italia e Israele, scambi tra ricercatori, e soprattutto borse di studio finanziate dalla fondazione per studenti israeliani destinati a corsi di master presso università italiane.
Qui si vede il salto di qualità: non è più soltanto tecnologia. È la costruzione di un ambiente di senso comune, una comunità di esperti, una circolazione di quadri e analisti che, nel tempo, diventa infrastruttura culturale della politica di sicurezza. E quando questa infrastruttura è legata a una grande industria della difesa, il confine tra ricerca indipendente e indirizzo strategico si fa inevitabilmente più fragile.
La Fondazione Med-Or, nata nel 2021, viene descritta con l’ambizione di unire competenze industriali e mondo accademico per rafforzare legami e partenariati internazionali nel Mediterraneo allargato fino a Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso, e oltre verso Medio ed Estremo Oriente. I campi indicati come prioritari includono strategia, sicurezza, spazio e difesa. La sua guida politica e il suo profilo istituzionale non sono neutri: la presidenza è affidata a Marco Minniti; nel consiglio siedono figure manageriali del gruppo; nel comitato scientifico compaiono docenti universitari e numerosi rettori e rettrici di università pubbliche italiane. A questo si aggiunge un consiglio internazionale di alto livello, dove viene citata anche la presenza di David Meidan, figura con un passato nei servizi israeliani e in strutture di raccolta informativa militare, poi proiettata nel mondo dell’alta tecnologia.
Il significato, in termini politici, è netto: la cooperazione non si limita a forniture e addestramento, ma si estende a una piattaforma di produzione di idee, relazioni, percorsi formativi. È il modo più efficace per rendere “normale” ciò che, in tempi di guerra e accuse gravissime, diventa oggetto di conflitto morale e reputazionale.
Il centro studi e la dottrina della forza sproporzionata.
La scelta dell’Institute for National Security Studies pesa anche per la sua storia. Nato nel 1977 come centro di studi strategici dell’Università di Tel Aviv, l’istituto ha prodotto analisi per le autorità israeliane su terrorismo, conflitti a bassa intensità, spese militari, guerra informatica. Organizza incontri e conferenze con la partecipazione di leader politici e vertici militari, e dedica un’attenzione particolare ai temi di sicurezza digitale e informazione. Tra le figure citate alla sua guida compaiono ex generali con ruoli apicali nell’intelligence militare israeliana.
Nel testo che mi hai fornito compare anche un elemento politico-ideologico pesante: il richiamo alla cosiddetta dottrina di Dahiya, associata all’uso di forza sproporzionata e alla distruzione di infrastrutture civili, formalizzata alla vigilia dell’operazione contro Gaza del 2008-2009 attraverso un lavoro firmato da un ufficiale riservista. Inserire un partner di questo tipo in un rapporto strutturato con una fondazione legata a un grande produttore di sistemi d’arma non è un fatto neutro: significa accettare che la dimensione dottrinale, non solo quella tecnologica, diventi terreno di cooperazione e scambio.
Dalla tecnologia alla fornitura: l’Italia che compra capacità israeliane.
Sul piano delle acquisizioni, il quadro che riporti è ancora più concreto. L’Aeronautica italiana ha acquistato due velivoli di sorveglianza e allarme basati sulla piattaforma Gulfstream G550 e sviluppati con contributo industriale israeliano, per una commessa indicata in 550 milioni di dollari comprensiva di supporto e logistica. È una scelta che sposta capacità di comando e controllo, cioè la possibilità di “vedere” e coordinare, verso un modello tecnologico in cui Israele è fornitore chiave.
Poi c’è il capitolo missilistico: la seconda fase del programma per l’acquisizione di lanciatori e missili Spike Long Range, con consegne previste entro fine 2029 e una spesa complessiva che nel tuo testo arriva a 426 milioni di euro. Il dato politico qui è duplice: da un lato si consolida la dipendenza da un fornitore estero in un segmento cruciale; dall’altro si normalizza l’idea che sistemi “provati” nelle guerre israeliane diventino standard anche per l’arsenale italiano, con l’argomento implicito dell’efficacia.
Il pacchetto non si ferma ai missili. Citi forniture di munizioni israeliane per mezzi corazzati italiani, e la selezione di Elbit Systems per munizionamento multiuso ad alta capacità esplosiva e perforante. Citi anche accordi tecnici su veicoli blindati, confrontando piattaforme italiane e israeliane, e progetti di studio congiunto che aprono la strada a integrazioni e sviluppi futuri. E infine, sul lato delle forze speciali, riporti l’acquisto di armi leggere e, soprattutto, di munizioni “vaganti”, sistemi a guida remota che funzionano come droni usa e getta armati, con un contratto passato attraverso un’azienda attiva in Europa e una società israeliana che fornisce addestramento e manutenzione. Anche qui la logica è chiara: non è solo comprare un oggetto, è importare una dottrina d’impiego.
Lo spazio come moltiplicatore: la costellazione italo-israeliana.
Il capitolo spaziale è forse il più rivelatore perché mette insieme tre livelli: industria, Stato e intelligence. Nel luglio 2021 ISI-ImageSat International ed e-GEOS firmano un accordo strategico per offrire dati da una “costellazione virtuale” di osservazione terrestre. e-GEOS è controllata in maggioranza da Telespazio, società legata a Leonardo e a un grande gruppo europeo, e in minoranza dall’Agenzia spaziale italiana. ISI-ImageSat ha base a Tel Aviv ed è legata alla gestione di sistemi satellitari per esigenze militari israeliane e clienti internazionali; nasce, nel tuo testo, connessa alla commercializzazione di satelliti spia e alla filiera industriale aerospaziale israeliana sotto supervisione del ministero della Difesa di Israele.
La costellazione descritta è composta da satelliti radar italiani a doppio uso e satelliti ottici israeliani della famiglia EROS. Il punto qui non è la retorica del “doppio uso”: è che la raccolta e l’analisi di immagini ad alta risoluzione diventano un servizio che alimenta sicurezza, controllo, operazioni e pianificazione. Nel dicembre 2022 viene citato il lancio del primo EROS C3 della nuova generazione, con costo rilevante e capacità di fornire immagini a colori ad alta risoluzione, e viene sottolineato il legame progettuale con un satellite in servizio alla Difesa italiana. La narrativa è quella della riservatezza e della protezione dei dati: cioè, dell’uso per organizzazioni di difesa e intelligence.
Il senso politico del blocco fondazioni-università.
Messo in fila, questo insieme racconta un passaggio che spesso si finge di non vedere: la cooperazione non è più solo tra eserciti. È tra sistemi-Paese. Industria della difesa, ministeri, fondazioni, università, centri studi, capitale di rischio, programmi di incubazione, filiere spaziali. È una struttura che permette continuità anche quando la politica dovrebbe rendere conto di ciò che accade sul campo. Ed è proprio per questo che la collaborazione con fondazioni e università non è “un capitolo a parte”: è il modo più efficace per stabilizzare la relazione, renderla resistente alle crisi, e trasformare il legame militare in un legame culturale e tecnologico di lungo periodo.















