Gaza. Trattative in frantumi: Hamas alza il prezzo della pace, Israele prepara l’inferno

di Giuseppe Gagliano –

Il fragile equilibrio diplomatico che per mesi ha cercato di tenere in piedi un corridoio negoziale tra Israele e Hamas è crollato. Il 18 aprile, con parole dure e senza spazio per ambiguità, Khalil al-Hayya, leader di Hamas a Gaza, ha annunciato che il movimento islamista non accetterà più accordi intermedi. Una linea rossa tracciata sul terreno di un conflitto che da mesi ha superato ogni soglia di disumanità.
Dietro il rifiuto di Hamas si cela un cambiamento radicale nella postura del gruppo: nessuna tregua temporanea, nessuno scambio parziale. Solo un “pacchetto completo”, che includa la fine della guerra, il ritiro delle truppe israeliane, il rilascio dei prigionieri palestinesi e la ricostruzione di Gaza. Una richiesta che Israele, oggi più che mai incamminato sulla strada dell’annientamento totale del movimento islamista, considera inaccettabile.
Le accuse di al-Hayya non sono nuove: Netanyahu, secondo Hamas, utilizzerebbe ogni trattativa parziale come copertura per portare avanti una guerra di “sterminio e fame”. Ma il fatto che ora Hamas dichiari apertamente di non voler più partecipare a questo schema negoziale segna una rottura netta. Una rottura che i mediatori egiziani non sono riusciti a evitare, né nell’ultimo round negoziale del 4 aprile al Cairo né nei tentativi successivi.
La reazione degli Stati Uniti non si è fatta attendere. Il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, James Hewitt, ha ribadito senza giri di parole la posizione dell’amministrazione Trump: “rilascio degli ostaggi o inferno”. L’inviato speciale Adam Boehler ha poi dichiarato che la guerra finirebbe immediatamente se Hamas consegnasse tutti i prigionieri. La diplomazia americana continua dunque a muoversi su un terreno condizionato esclusivamente dagli interessi israeliani, senza concessioni di neutralità.
Israele aveva proposto un cessate il fuoco di 45 giorni in cambio del rilascio di alcuni ostaggi, la liberazione di oltre 1.200 detenuti palestinesi e l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Ma Hamas ha bollato l’offerta come “inaccettabile”, indicando come ostacolo principale la richiesta israeliana di disarmo del gruppo. Una proposta quindi che, secondo i leader palestinesi, suona più come ultimatum che come compromesso.
Sul fronte interno israeliano, il clima politico è ancora più cupo. Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha invocato esplicitamente l’apertura delle porte dell’inferno su Hamas, promuovendo la piena occupazione della Striscia e l’attuazione del “piano Trump” per la deportazione volontaria della popolazione gazawa. Dichiarazioni che odorano di pulizia etnica e di guerra senza limiti.
Ancor più incendiario il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che ha chiesto la prosecuzione del conflitto fino alla resa incondizionata di Hamas, definito “nazista”. Nessun accordo, nessuna tregua, nessun aiuto: una guerra totale, fino all’ultimo uomo.
Nel frattempo, Hamas ha annunciato di aver perso i contatti con i miliziani che tenevano in ostaggio Edan Alexander, soldato israeliano e cittadino americano. In un video successivo, il gruppo ha minacciato che gli ostaggi uccisi dai bombardamenti israeliani torneranno in sacchi neri. Un’escalation della guerra psicologica che mette a rischio ogni spiraglio negoziale.
Nella sola giornata del 18 aprile, i raid israeliani hanno ucciso almeno 50 palestinesi, tra cui donne e bambini. Una scuola ONU a Jabalia è stata colpita da un missile che, secondo Israele, mirava a un comando di Hamas. Ma anche qui, il confine tra obiettivi militari e stragi civili continua ad assottigliarsi fino a scomparire.