Gb. Coinvolgimento dell’intelligence con la Cia nelle torture per l’11 settembre: ‘nessuna irregolarità’

di Giuseppe Gagliano

Dopo due anni di indagini, il tribunale speciale britannico per i poteri investigativi (IPT) ha concluso che le agenzie di intelligence del Regno Unito, cioè MI5, MI6, GCHQ e la sezione informativa del Ministero della Difesa, non hanno violato la legge nella cooperazione con la CIA durante il programma di detenzioni e torture seguito all’11 settembre. Un verdetto atteso e controverso, che chiude un capitolo giudiziario ma riapre quello morale di un Paese che, pur non essendo stato formalmente complice, non può dirsi innocente.
L’IPT, presieduto da Lord Justice Singh e Lord Boyd of Duncansby, ha esaminato per la prima volta documenti e testimonianze riservate sul coinvolgimento britannico nelle operazioni segrete della CIA, inclusi i “siti neri” in Afghanistan, Polonia, Lituania, Romania e Marocco. I querelanti, due sauditi detenuti a Guantanamo Bay, Mustafa al-Hawsawi e Abd al-Rahim al-Nashiri, sostenevano che Londra avesse fornito domande o intelligence utilizzate sotto tortura, oltre ad aver consentito il transito di voli CIA attraverso aeroporti britannici. Tuttavia, la parte civile non ha potuto accedere alle prove classificate: una limitazione che ha spinto diverse ONG a denunciare la mancanza di trasparenza e il rischio di un verdetto “parziale”.
Il tribunale ha stabilito che ricevere informazioni ottenute da partner stranieri, anche se acquisite tramite tortura, non costituisce reato in assenza di “incoraggiamento attivo”. La distinzione, tanto sottile quanto decisiva, assolve le agenzie britanniche da ogni responsabilità diretta ma ammette indirettamente una corresponsabilità morale. Lo stesso governo ha riconosciuto “errori di valutazione” e una “comprensione tardiva” dei rischi di maltrattamento da parte della CIA nei primi anni Duemila, ammettendo che mancavano linee guida operative chiare prima del 2006. È la prima ammissione pubblica di coinvolgimento, seppur passivo, del Regno Unito nelle operazioni di detenzione statunitensi.
Le testimonianze dei due detenuti restano agghiaccianti: percosse, deprivazione del sonno, waterboarding, violenze sessuali, posizioni di stress, minacce con trapani e armi. Tecniche che gli Stati Uniti definirono “interrogatori rafforzati” ma che la giurisprudenza internazionale considera torture a pieno titolo. Entrambi gli uomini, catturati tra il 2002 e il 2003 e detenuti per anni in siti segreti, vivono oggi a Guantanamo, senza processo definitivo, con lesioni permanenti. Le loro storie sono simbolo di una stagione in cui il diritto fu sospeso in nome della sicurezza, e gli alleati si resero complici di una logica del “fine che giustifica i mezzi”.
La sentenza dell’IPT non riguarda solo la condotta del passato, ma la dottrina futura dell’intelligence britannica. Stabilisce che la cooperazione con partner stranieri è legittima anche se questi ricorrono a metodi contrari ai diritti umani, purché Londra non ne sia promotrice. Ma questa distinzione, tra azione e consapevolezza, tra diritto e morale, rischia di aprire un precedente inquietante: quello di un Paese che può “sapere senza partecipare” e restare comunque immune da colpe. In termini geopolitici, conferma la priorità della partnership strategica con Washington rispetto a qualunque principio di accountability.
Organizzazioni come REDRESS hanno accolto con favore la chiarezza giuridica del verdetto, ma ne hanno denunciato la freddezza morale. “La tortura non può essere divisa per gradi di responsabilità”, hanno commentato i legali dei detenuti, ricordando che la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha già condannato Paesi come la Lituania per aver ospitato segretamente centri CIA. L’IPT, al contrario, ha preferito il linguaggio dell’autodifesa istituzionale: nessuna prova diretta, nessuna colpa penale. Ma dietro le formule legali, rimane un interrogativo più profondo: quante volte la ragion di Stato ha prevalso sulla coscienza democratica del Regno Unito?
Il caso conferma un tratto strutturale dell’alleanza anglo-americana: la condivisione di intelligence è il pilastro del potere occidentale, e nessuno Stato può permettersi di metterne in discussione le regole implicite. Tuttavia, la sentenza segna anche il ritorno del pragmatismo britannico: mantenere l’alleanza atlantica anche a costo di una verità mutilata. In questo equilibrio, la giustizia formale ha prevalso sulla giustizia morale. E la storia della “guerra al terrore” resta, per Londra come per Washington, una pagina che non si chiude: legalmente archiviata, ma politicamente ancora aperta.