di Giuseppe Gagliano –
Le dimissioni di Keir Starmer segnano l’ennesimo cambio di leadership in un Regno Unito che da un decennio fatica a trovare stabilità politica. Dopo Cameron, May, Johnson, Truss e Sunak, anche il leader laburista lascia Downing Street, confermando una crisi che va ben oltre le sorti dei singoli governi e affonda le sue radici nelle conseguenze economiche, sociali e politiche della Brexit.
Arrivato al potere con la promessa di riportare ordine e credibilità dopo gli anni turbolenti dei conservatori, Starmer è stato progressivamente logorato da una crescita economica debole, servizi pubblici sotto pressione, tensioni sull’immigrazione e dal crescente consenso raccolto da Nigel Farage. La sua uscita di scena è stata gestita per evitare uno scontro interno al Partito Laburista, ma non cancella le difficoltà strutturali del Paese.
Il nome che oggi appare più accreditato per la successione è quello di Andy Burnham, figura capace di parlare all’elettorato delle città industriali e delle periferie che si sente escluso dai benefici della globalizzazione. La sua eventuale leadership potrebbe segnare una svolta più sociale e redistributiva, ma dovrà fare i conti con vincoli economici severi. Debito elevato, investimenti necessari in infrastrutture, sanità e difesa, oltre alla costante attenzione dei mercati finanziari, limiteranno il margine d’azione del prossimo governo.
Sul piano internazionale la continuità appare destinata a prevalere. Il Regno Unito resta una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alleato strategico degli Stati Uniti e tra i principali sostenitori dell’Ucraina. Tuttavia cresce il divario tra le ambizioni globali di Londra e le risorse disponibili per sostenerle. Difesa, deterrenza nucleare e aiuti a Kiev richiedono investimenti sempre maggiori in una fase in cui l’opinione pubblica chiede risposte soprattutto sul costo della vita e sull’efficienza dei servizi pubblici.
La crisi politica britannica riflette una questione più profonda. L’uscita dall’Unione Europea non ha prodotto la piena autonomia immaginata dai sostenitori della Brexit. Londra continua a dipendere dal mercato europeo, dalla relazione privilegiata con Washington e da un’economia che necessita di forza lavoro straniera nonostante la volontà di ridurre i flussi migratori.
Il Regno Unito conserva importanti punti di forza: una delle principali piazze finanziarie mondiali, università prestigiose, una solida rete diplomatica e capacità militari di primo piano. Allo stesso tempo deve confrontarsi con stagnazione economica, crisi abitativa, disuguaglianze territoriali e crescente sfiducia verso la classe politica.
La successione a Starmer potrà offrire al Labour un nuovo slancio e rallentare l’ascesa di Farage, ma difficilmente risolverà problemi che si sono accumulati negli ultimi dieci anni. Più che la sostituzione di un leader, la Gran Bretagna affronta la sfida di ridefinire il proprio ruolo in un mondo in cui l’ombrello americano appare meno scontato, l’Europa non è più il naturale punto di riferimento e il consenso interno è sempre più difficile da mantenere.












