Gb. Londra rimuove l’oligarca russo Akhmedov dalle sanzioni

di Giuseppe Gagliano

La recente decisione del Regno Unito di rimuovere Farhad Akhmedov dalla lista delle sanzioni non è solo un atto burocratico o giuridico, ma un segnale chiaro di una più ampia strategia geo-economica che Londra sta perseguendo. Dietro le motivazioni ufficiali, che parlano di ricorsi legali e di una non dimostrata vicinanza dell’oligarca russo al Cremlino, si cela una riflessione più profonda sulle implicazioni di lungo termine di un sistema sanzionatorio sempre più articolato e, al contempo, sempre più problematico da gestire.
Le sanzioni internazionali hanno spesso una duplice funzione: colpire economicamente un avversario e lanciare un messaggio politico. Tuttavia, con il passare del tempo, emerge un terzo aspetto che non può essere ignorato: il rischio di un effetto boomerang sulle economie che le impongono. L’Europa e il Regno Unito hanno visto negli ultimi due anni un significativo aumento dei costi energetici e un rallentamento della crescita economica. Le imprese britanniche, in particolare quelle della City di Londra, hanno mostrato sempre più insofferenza nei confronti delle rigidità del regime sanzionatorio, che in alcuni casi limita le loro operazioni senza ottenere benefici geopolitici tangibili.
Farhad Akhmedov, ex co-proprietario della Northgas, è un simbolo di questa dinamica. Il miliardario russo, pur essendo stato sanzionato nel 2022, non ha mai ricoperto ruoli politici di rilievo e ha progressivamente ridotto il suo coinvolgimento nel settore energetico russo. La sua uscita dalla lista delle sanzioni britanniche segue una decisione simile presa dall’Unione Europea nel settembre 2023, dopo che Akhmedov aveva vinto una causa contro il Consiglio dell’UE in Lussemburgo. Un percorso che sottolinea una tendenza emergente: le sanzioni mirate devono essere giustificate non solo sul piano politico, ma anche su quello legale, e gli Stati occidentali iniziano a comprendere che non tutti gli oligarchi russi sono strumenti diretti del Cremlino.
Al di là del singolo caso, la decisione britannica invia un messaggio duplice. Da un lato è un segnale alla Russia: le sanzioni non sono eterne e vi sono margini di negoziazione, soprattutto per chi riesce a dimostrare di non essere direttamente legato alle operazioni del Cremlino. Questo potrebbe essere letto come un tentativo di mantenere aperti alcuni canali economici e diplomatici con Mosca, in un momento in cui anche gli Stati Uniti stanno ragionando su una possibile modulazione delle misure restrittive in vista di futuri negoziati di pace in Ucraina.
Dall’altro lato il Regno Unito sta inviando un segnale alle proprie imprese e agli investitori globali: Londra vuole rimanere una piazza finanziaria attrattiva, anche in tempi di conflitti e di tensioni internazionali. Se da un lato ciò significa adottare una linea dura nei confronti degli asset russi congelati – come dimostrano i recenti colloqui con l’UE sul possibile sequestro dei beni russi bloccati in Europa – dall’altro emerge la volontà di garantire certezza del diritto e prevedibilità nelle decisioni economiche.
Per Mosca la decisione britannica potrebbe rappresentare un piccolo spiraglio in un quadro internazionale ancora fortemente ostile. Tuttavia, è improbabile che questa scelta si traduca in un miglioramento significativo delle relazioni economiche con Londra, che rimane tra i governi occidentali più schierati a favore delle sanzioni contro la Russia. Piuttosto, la mossa britannica potrebbe spingere altri oligarchi russi a percorrere la stessa strada legale di Akhmedov per uscire dal regime sanzionatorio.
Per l’Europa invece questa scelta potrebbe alimentare un dibattito interno già acceso tra chi vuole mantenere la linea dura contro Mosca e chi, invece, è più incline a una revisione delle misure restrittive in funzione degli sviluppi geopolitici. Con il conflitto in Ucraina che entra in una fase di possibili negoziati, la questione delle sanzioni diventerà un tema sempre più rilevante nei prossimi mesi.