di Giuseppe Lai –
Il 3 maggio 1947 in Giappone entrava in vigore la Costituzione, una tappa storica nel Paese dopo la fine del secondo conflitto mondiale del settembre 1945 e la contestuale resa alle potenze alleate. Contrariamente alle previsioni, la ricorrenza del 3 maggio scorso, considerata festa nazionale, è stata caratterizzata da numerose proteste popolari nelle principali città giapponesi. Decine di migliaia di cittadini sono scesi in piazza contro la proposta della premier Sanae Takaichi di modificare l’art. 9 della Costituzione, che vieta al Giappone di minacciare o usare la postura militare per risolvere le controversie internazionali. Sul piano geopolitico la proposta di revisione costituzionale si inserisce in un quadro di deterioramento delle relazioni con la Cina e di riposizionamento del partner strategico del Paese, gli Stati Uniti, che hanno chiesto al Giappone di assumere un ruolo più incisivo in materia di sicurezza. In riferimento alla Cina, Tokyo intende rivedere il proprio assetto militare e securitario in senso interventista, per arginare Pechino ed eventualmente contrastarla qualora tentasse l’invasione di Taiwan. In entrambi i dossier, cinese e statunitense, la revisione dell’art.9 sembrerebbe andare nella direzione di un riequilibrio strategico di Tokyo, da attuarsi con l’implementazione di un attivismo militare che vada oltre i limiti costituzionali dell’autodifesa e che sia idoneo a fronteggiare le attuali sfide geopolitiche. I propositi riformatori del nuovo corso di Sanae Takaichi devono tuttavia fare i conti con un contesto internazionale complesso e con varie criticità sul piano interno. Per quanto riguarda la politica estera, la revisione dell’art. 9 della Costituzione in senso interventista si configura come una medaglia a due facce. Da un lato sarebbe accolta favorevolmente dagli alleati e dai partner strategici di Tokyo, in primis gli Stati Uniti; dall’altro verrebbe strumentalizzata da Paesi come Cina e Corea del Nord, pronti a presentarla in chiave storico-ideologica come un ritorno a logiche di militarizzazione. I rapporti con la Cina, in particolare, si sono deteriorati da quando, nel novembre scorso, la premier Takaichi ha affermato che un attacco a Taiwan potrebbe significare per il Giappone una “crisi esistenziale”, paventando un possibile intervento militare nell’ambito dell’autodifesa collettiva ed estendendo in tal modo l’interpretazione tradizionalmente restrittiva dell’art.9. Nell’ottica di un maggiore contenimento della Cina, il Giappone potrebbe approfondire la cooperazione con altri partner regionali, tra cui l’India, le Filippine e l’Australia. Con quest’ultima il Paese del Sol Levante ha stipulato nel marzo 2007 un accordo di cooperazione in materia di sicurezza, che impegna le parti a collaborare nella lotta al terrorismo internazionale, nella non proliferazione nucleare, nella sicurezza marittima e nella difesa delle frontiere. Per quanto riguarda i rapporti con l’India, i due Paesi cooperano strettamente nell’ambito del Quad (Quadrilateral Security Dialogue) insieme ad Australia e USA, al fine di garantire la sicurezza marittima e la stabilità regionale. Come prima accennato, le spinte riformatrici del governo devono far fronte anche a varie criticità sul piano nazionale. La schiacciante vittoria elettorale ottenuta dal Partito Liberal Democratico (LDP) ha conferito alla premier un’ampia maggioranza nella Camera dei Rappresentanti ma non nella Camera alta, circostanza che impone un confronto inevitabile con le forze di opposizione per la revisione della Carta costituzionale. La modifica dell’art. 9 richiede infatti soglie elevate, pari ai due terzi in entrambe le Camere, ed è previsto un referendum popolare. Nel merito, esiste una forte polarizzazione dell’opinione pubblica nei confronti della Costituzione. Rispettata da una parte del Paese come pilastro dell’identità nazionale pacifista, è ritenuta da una parte crescente di cittadini non del tutto adeguata alle sfide contemporanee. Due anime popolari distinte, conservatrice e revisionista, che scaturiscono dalle vicende storiche del Paese. La Costituzione è infatti il risultato di un processo legislativo atipico, determinato da circostanze eccezionali che hanno segnato profondamente la sua natura giuridica ed il suo contenuto normativo. La sua promulgazione è avvenuta nel quadro dell’occupazione militare del Giappone da parte delle Potenze Alleate, a seguito della resa incondizionata del Paese nel 1945. In particolare, la fase costituente è stata conseguente alle politiche di occupazione messe in atto dagli Stati Uniti, che avevano l’obiettivo di trasformare il Giappone in uno Stato pacifista incentrato sui punti cardine della smilitarizzazione e della democratizzazione. Pur volendo garantire la stabilità politica e la sicurezza regionale, tale processo mirava anche ad impedire il riemergere del Giappone come potenza militare. In tal senso, un elemento prioritario di queste riforme fu il mantenimento del sistema imperiale, sancito dall’Articolo 1 della Costituzione, che conferiva all’Imperatore una posizione simbolica escludendo qualsiasi ruolo diretto nelle funzioni politiche o governative. Per quanto fosse difficile per i dirigenti dell’Impero giapponese accettare tali condizioni, la necessità di preservare la figura dell’Imperatore come simbolo di unità nazionale e di continuità storica li obbligò ad accettare le modifiche imposte dalla potenza occupante. Pertanto, è possibile affermare che la Costituzione del 1947 ha rappresentato un compromesso tra la necessità di preservare un simbolo della tradizione imperiale e l’imposizione dei principi fondamentali di smilitarizzazione e pacifismo. Il perno di questo quadro giuridico era la rinuncia al ricorso alla guerra come strumento di politica internazionale e l’abolizione di forze armate regolari, ad eccezione dei sistemi di autodifesa che venivano circoscritti a funzioni difensive strettamente controllate. L’interpretazione prevalente è che l’Articolo 9 incarni un principio di pacifismo finalizzato a garantire un Giappone privo di capacità militare per prevenire la possibilità di conflitti futuri. Sotto tale aspetto è difficile definirlo pacifismo “ideologico”, dal momento che la politica antimilitarista nipponica era frutto dell’alleanza con gli Stati Uniti ai quali era delegata la difesa nazionale attraverso le numerose basi militari dislocate nel territorio. Questo contesto storico ha fatto maturare parallelamente nel popolo giapponese una forte identità pacifista, che affonda le sue radici nel ripudio della guerra e delle armi nucleari, che rievocano la tragica parentesi della distruzione delle due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Proprio In questo ambito storico – culturale si inserisce il nuovo corso della premier Takaichi, che implica l’aderenza a un presupposto fondamentale: conciliare una tradizione pacifista consolidata con l’ambizione riformatrice in un contesto internazionale complesso. In tale prospettiva serviranno riforme credibili, sostenibili e soprattutto condivise, evitando che si producano scelte non pienamente allineate al quadro istituzionale interno e agli equilibri strategici regionali.












