di Giuseppe Gagliano –
Shigeru Ishiba ha annunciato le proprie dimissioni da primo ministro del Giappone. Una decisione che arriva dopo una serie di sconfitte elettorali capaci di erodere la maggioranza del Partito Liberal Democratico (LDP) in entrambe le camere. Ishiba, giunto al potere solo nel 2024 dopo una lunga carriera segnata da tentativi falliti, ha dovuto riconoscere il peso della realtà: il malcontento sociale, l’inflazione e le divisioni interne al suo partito lo hanno reso sempre più vulnerabile. Il suo discorso di addio, pronunciato con emozione, ha evocato la volontà di “passare il testimone” alla nuova generazione. Ma dietro le parole si intravede una crisi più ampia della sola leadership.
La miccia che ha fatto esplodere la crisi è stata il costo della vita. L’aumento vertiginoso dei prezzi, in particolare il raddoppio del prezzo del riso in un anno, ha colpito le famiglie e trasformato la questione economica in un tema politico esplosivo. Ishiba aveva appena siglato un accordo con gli Stati Uniti, ottenendo la riduzione dei dazi sull’auto giapponese in cambio di investimenti per 550 miliardi di dollari sul suolo americano. Un successo sulla carta, ma percepito come lontano dalle difficoltà quotidiane dei cittadini, che hanno visto il governo preoccuparsi più di Washington che delle loro tasche.
Sul piano geopolitico, Ishiba non è mai riuscito a trovare un equilibrio. I conservatori lo accusavano di eccessiva morbidezza verso la Cina, mentre altri lo giudicavano incerto nella gestione dell’alleanza con Washington. Le sue esitazioni sono emerse con forza nel momento in cui Pechino organizzava una parata militare imponente, alla presenza di Vladimir Putin e Kim Jong Un, mentre Tokyo mostrava l’immagine di un governo indebolito e senza rotta chiara in materia di difesa. In una regione segnata da tensioni crescenti, questo deficit di leadership ha pesato enormemente.
Ora il LDP dovrà scegliere un nuovo leader. In corsa ci sono Sanae Takaichi, già sconfitta da Ishiba per un soffio, e Shinjiro Koizumi, figlio dell’ex premier e volto giovane del partito. Le loro candidature riflettono due visioni diverse: Takaichi rappresenta una linea più dura, con aperture a politiche fiscali espansive e una maggiore assertività strategica, mentre Koizumi incarna una continuità rassicurante, ma poco innovativa. Il loro scontro sarà decisivo non solo per la politica interna, ma anche per la postura internazionale del Giappone.
Il Giappone non è un attore qualsiasi: quarta economia del mondo, alleato chiave degli Stati Uniti e snodo delle catene di approvvigionamento asiatiche, non può permettersi un vuoto politico prolungato. L’accordo con Washington dimostra quanto la dimensione economica e quella diplomatica siano intrecciate. Tuttavia, investire centinaia di miliardi all’estero mentre la popolazione soffre per l’inflazione crea un corto circuito politico che alimenta lo scontento. La legittimità dei governi giapponesi, come la stabilità del Paese, passa necessariamente dalla capacità di bilanciare questi due piani.
La caduta di Ishiba non è solo la fine di un mandato breve e fragile. È il segnale che il Giappone entra in una fase di turbolenza politica e sociale, dove le scelte della prossima leadership peseranno su tutta la regione. Il nodo centrale rimane immutato: come conciliare l’essere potenza economica globale con il dovere di garantire sicurezza, stabilità e benessere ai propri cittadini? Da questa risposta dipenderà il futuro non soltanto di Tokyo, ma anche degli equilibri in Asia orientale.












