Giappone. Incontro sulla Difesa con l’India: strategie per contenere l’espansionismo cinese

di Giuseppe Gagliano

Il ministro indiano Rajnath Singh ed il suo omologo giapponese Takeshi Iwaya hanno coordinato a Tokyo l’annuale dialogo ministeriale della Difesa. Se dal punto di vista strettamente militare questo dialogo nasce con lo scopo di rafforzare la collaborazione tra le due nazioni, dal punto di vista geopolitico lo scopo è certamente quello di contenere la proiezione della potenza cinese nell’Indo- Pacifico. Nell’ottica della collaborazione strettamente militare si colloca la necessità di acquistare da parte dell’India i velivoli anfibi ShinMaywa US-2, di produzione giapponese. Tuttavia la sinergia giapponese e indiana deve essere contestualizzata in una collaborazione più ampia che si concretizza nella iniziativa del corridoio di crescita Asia-Africa (Asia Africa Growth Corridor o AAGC), che era stato annunciato nel maggio 2017 e che nasce con lo scopo di costituire un’alternativa, si spera non velleitaria, nei confronti della BRI (Belt and Road Initiative) cinese.
Il Giappone sta ponendo in essere una strategia geopolitica volta a superare la logica tradizionale di alleanza con gli Stati Uniti e proprio per questo l’adesione alla Quadrilateral Securuty Dialogue gli consente consultazioni e collaborazioni in ambito militare sia con l’India che con l’Australia; inoltre la postura difensiva del Giappone attraverso la dislocazione di sistemi missilistici terra-mare sulle isole Senkaku (Diaoyu in cinese) nel contesto del Mar Cinese meridionale, in funzione di deterrenza anticinese, gli consentono di costruirsi una spazio di manovra relativamente autonomo. Tuttavia anche le scelte in materia di politica estera e di politica economica da parte giapponese si basano su una logica a geometria variabile, di conseguenza accanto a una postura geopolitica volta a contenere le mire espansionistiche cinesi trova posto anche una collaborazione di natura economica con il Dragone.
Di particolare interesse e importanza è la SoftBank nipponica che, anche grazie agli investimenti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, costituisce il più grande portafoglio sul fronte della tecnologia a livello globale. Ciò consente alla banca di attuare investimenti di grande rilevanza nel settore dei semiconduttori, dei satelliti, dell’intelligenza artificiale. Questa sua dinamicità le ha permesso inoltre anche una rilevante partecipazione di circa il 30% nella cinese Alibaba, con lo scopo di costruire una partnership in grado di conquistare il mercato del commercio Internet in India.
Per quanto concerne l’apertura indiana al Giappone, questa deve essere interpretata come una strategia volta a contenere la diffusione dell’influenza cinese nella vasta regione che si estende dall’Oceano Indiano al Pacifico e che si concretizza nella necessità di costruire coalizioni non solo con gli Stati Uniti, ma appunto con il Giappone e, probabilmente, anche con l’Australia come parte dell’ipotetica “Intesa asiatica”.