di Giuseppe Gagliano –
Nel primo discorso post elettorale al Parlamento la premier giapponese Sanae Takaichi ha affermato che il contesto internaizonale è “il più severo e complesso dalla Seconda guerra mondiale”, e dunque servono decisioni rapide, pochi freni, molta continuità nell’aumento della spesa militare. La premier costruisce la cornice su tre assi: la pressione di Cina nei mari circostanti, i legami di sicurezza più stretti tra Pechino e Russia, la crescita della capacità missilistica e nucleare della Corea del Nord. In mezzo, il nervo scoperto: Taiwan, evocata come possibile casus belli indiretto, cioè come scenario in cui il Giappone si sentirebbe costretto a reagire per difesa propria.
La politica qui diventa geometria parlamentare: una maggioranza oltre i due terzi riduce la resistenza interna e trasforma l’allarme esterno in acceleratore di riforme. È un copione noto: quando la minaccia cresce, la velocità si vende come virtù e la prudenza come debolezza.
L’annuncio più rivelatore non è solo la revisione dei tre documenti cardine della sicurezza nazionale, ma l’intenzione di “allentare” le restrizioni alle esportazioni militari. In altre parole: la sicurezza non è più soltanto deterrenza, è anche politica industriale. Se si vuole sostenere lo sforzo di riarmo e rendere robusto un comparto che per decenni è stato compresso da vincoli costituzionali e culturali, allora occorrono commesse, scala produttiva, accesso ai mercati esteri. Persino il dibattito sulle esportazioni di equipaggiamenti non letali, come i giubbotti antiproiettile, va letto così: non è un dettaglio tecnico, è l’apertura di una porta, la creazione di un precedente.
Qui lo scenario economico è chiaro: più spesa interna significa più domanda, ma senza esportazioni il settore rischia di restare costoso, frammentato, poco competitivo. Con le esportazioni, invece, si allarga la base industriale, si sostiene l’innovazione, si crea una filiera più autonoma. Il prezzo è politico: più si vende, più si entra nei dilemmi delle alleanze e delle crisi regionali.
Portare la spesa al 2 per cento del prodotto interno lordo entro fine marzo, in un Paese dalla Costituzione pacifista, non è solo un numero: è un cambio di postura. Significa accettare che la deterrenza richieda capacità credibili, scorte, addestramento, prontezza, e soprattutto una dottrina che autorizzi l’uso della forza in scenari prima impensabili. La retorica della “coercizione” cinese nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale, così come l’ombra di Taiwan, serve a giustificare questo passaggio: se lo status quo viene cambiato “con la forza o con la coercizione”, allora bisogna essere pronti a rispondere.
Ma c’è un rischio strategico: normalizzare l’idea che la crisi sia permanente. Una postura costruita sull’emergenza tende a generare emergenze, perché spinge gli avversari a misurarsi sulla stessa scala. La deterrenza funziona se è leggibile e controllabile; diventa instabilità se si trasforma in gara di nervi.
Takaichi annuncia un consiglio nazionale dei servizi di informazione, presieduto da lei, per consolidare i flussi tra polizia e ministero della Difesa. Anche qui il messaggio è doppio: efficienza operativa e centralizzazione politica. In parallelo propone una struttura sul modello statunitense per controllare gli investimenti esteri nei settori sensibili e rivedere le regole sull’acquisto di terreni da parte di stranieri. Tradotto: la sicurezza non è solo portaerei e missili, è anche proprietà, capitale, dati, infrastrutture.
È la geoeconomia che entra nella costituzione materiale del Paese: chi controlla le aziende strategiche, chi mette piede nella logistica, chi compra suoli in aree sensibili. E se l’ossessione è ridurre la dipendenza da “Paesi specifici”, allora la politica industriale diventa politica di sovranità.
Il capitolo delle catene di approvvigionamento essenziali è il più concreto: terre rare e risorse attorno a Minamitori, collaborazione con gli alleati, riduzione delle vulnerabilità. Non è solo un discorso contro Pechino, è un discorso su come si regge un’economia avanzata in un’epoca di blocchi tecnologici e pressioni commerciali.
E poi c’è l’energia: accelerare il riavvio dei reattori rimasti inattivi dopo Fukushima. Anche qui il paradosso è evidente: la sicurezza nazionale passa dal nucleare, cioè da ciò che un trauma collettivo aveva reso politicamente quasi impronunciabile. La necessità, ancora una volta, riscrive i tabù.
Il punto politico è che Takaichi mette insieme tutto: difesa, industria, servizi di informazione, investimenti, energia, materie prime. È un disegno coerente, quasi inevitabile, in un’Asia dove la competizione è totale. Il paradosso è che, proprio mentre si invoca più protezione, si ammette che la protezione non basta più: serve trasformare lo Stato, l’economia e perfino la cultura strategica del Paese.
E quando una leader conclude che “una politica che si limita a proteggere non può ispirare speranza”, sta dicendo la verità più inquietante: la speranza, oggi, la si cerca non nella pace, ma nella capacità di reggere un mondo che assomiglia sempre di più a una lunga, faticosa preparazione alla crisi.












