di Giuseppe Gagliano –
Una lettera aperta sottoscritta da centinaia di politici, giuristi, intellettuali ed esponenti della società civile ha riaperto il dibattito sulla presenza militare statunitense in Giordania, chiedendo il ritiro delle forze americane dal Paese. L’iniziativa riflette il timore che il regno possa essere coinvolto in un conflitto regionale con l’Iran, pagando il prezzo di una guerra decisa da altri.
I firmatari sostengono che la presenza militare americana rappresenti un rischio crescente per la sicurezza nazionale, la stabilità politica e l’economia. La protesta assume un significato particolare in un Paese dove il dissenso pubblico è fortemente limitato e, secondo gli organizzatori, diversi mezzi di informazione avrebbero evitato di pubblicare il documento per il timore di possibili conseguenze giudiziarie.
In Giordania sono schierati circa quattromila militari statunitensi, distribuiti in basi strategiche che consentono a Washington di sostenere le proprie operazioni tra Siria, Iraq, Israele e Arabia Saudita. Proprio questa posizione rende però il territorio giordano un potenziale obiettivo qualora il confronto tra Stati Uniti e Iran dovesse intensificarsi, poiché Teheran considera le installazioni americane nella regione parte integrante del dispositivo militare ostile.
Per la monarchia hascemita si tratta di un equilibrio sempre più delicato. Da un lato, Amman continua a dipendere dal sostegno statunitense in materia di difesa, intelligence, addestramento e assistenza economica; dall’altro, la presenza delle basi aumenta l’esposizione del Paese a possibili rappresaglie militari e ad azioni di sabotaggio contro infrastrutture strategiche.
Le ricadute potrebbero essere pesanti anche sul piano economico. La Giordania, già caratterizzata da una forte dipendenza energetica, da elevata disoccupazione e da una crescita limitata, rischierebbe di vedere compromessi turismo, investimenti e stabilità finanziaria in caso di un’escalation regionale. Gli aiuti statunitensi continuano a rappresentare un pilastro per il bilancio nazionale, ma alimentano al tempo stesso un dibattito sull’effettiva autonomia politica del regno.
La protesta evidenzia così una crescente distanza tra le scelte strategiche del governo e una parte dell’opinione pubblica. Re Abdullah II è chiamato a preservare l’alleanza con Washington senza rafforzare la percezione che la Giordania stia diventando una piattaforma militare esposta ai rischi del confronto tra Stati Uniti e Iran. Per molti osservatori, la questione non riguarda più soltanto la presenza delle basi americane, ma il ruolo che il Paese intende assumere nell’attuale equilibrio di sicurezza del Medio Oriente.



