Gli Usa comandano coi ricatti. Ma cede l’influenza sulle popolazioni (parte 4)

di Dario Rivolta * –

Pensare che i ricatti economici degli Stati Uniti sia contro i nemici sia verso gli alleati costituiscano una novità introdotta da Trump nella politica estera è un errore. Il Paese a stelle e strisce è, almeno dalla seconda guerra mondiale, il più potente al mondo dal punto di vista economico e ne è sempre stato conscio. Forte di questa predominanza e grazie al grande potere d’acquisto del consumatore americano (anche grazie al debito) che lo rende un mercato molto appetibile ha usato più volte lo strumento della coercizione economica per obbligare amici e nemici a obbedire ai suoi voleri. Quasi sempre ci è riuscito.
Solo per fare qualche esempio, è bene ricordare che nel 1948 l’amministrazione Truman minacciò di ritirare gli aiuti del Piano Marshall dall’Olanda a meno che non avesse abbandonato la sua guerra contro i movimenti indipendentisti indonesiani. Gli USA stimavano che i nazionalisti indonesiani fossero loro naturali alleati nella Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica. Così fu: gli olandesi si ritirarono e l’Indonesia divenne un sicuro alleato dell’Occidente. Nel 1956 la Guerra di Suez fu fermata dopo che Eisenhower avvertì gli inglesi che non avrebbe più sostenuta la debole economia britannica del Dopoguerra se avessero insistito nel pretendere il controllo del Canale. Negli anni ’70, quando il presidente sud-coreano Park Chung-Hee annunciò un programma di armi nucleari, Reagan minacciò di congelare tutti i prestiti in corso a favore di Seul se il progetto non fosse stato abbandonato. Negli anni ’80 fu il turno del Giappone. In quel momento le merci giapponesi stavano inondando il mercato americano e per ridimensionare la bilancia commerciale a favore degli USA fu sufficiente minacciare pesanti sanzioni economiche. Anche Obama e Biden hanno usata la tecnica della minaccia economica contro gli alleati se non si fossero adeguati ad accettare le priorità che gli americani consideravano strategiche nella propria politica estera. Ancora attualmente, le cosiddette “sanzioni secondarie” stanno obbligando Paesi alleati, le loro banche e le principali aziende a scegliere tra lavorare con gli Stati Uniti o con chi questi definiscono come nemici. Nel suo primo mandato, e precisamente nel 2019, Trump ha usato la minaccia di pesanti sanzioni contro la Turchia se Ankara non si fosse moderata nella sua lotta contro i curdi di Siria, protetti dagli americani. La differenza tra il modo di porre la questione da parte di Trump e i suoi predecessori sta solo nel modo rozzo e truculento del primo e quello diplomaticamente più gentile degli altri. Il primo, poi, fa un vanto del suo atteggiamento prepotente mentre gli altri hanno sempre cercato di condurre le operazioni il più possibile riservatamente.
La differenza di stile non resta però senza conseguenze evidenti. In Europa, mentre le dirigenze devono mostrare buon viso alla cattiva sorte, come accaduto recentemente, e accettare anche umiliazioni pubbliche consci della rilevanza economica e militare del rapporto transatlantico, le popolazioni del continente hanno cominciato a guardare verso Washington con molta minore simpatia rispetto al passato. Un sondaggio YouGov (EuroTrack) segnala che, in vari paesi dell’Europa occidentale (Germania, Francia, Regno Unito, Scandinavia, Spagna, Italia), le opinioni favorevoli verso gli USA sono nettamente diminuite da quando Trump è tornato alla presidenza. In Danimarca, ad esempio, solo il 20 % delle persone ha ora un’opinione favorevole. Anche in paesi che storicamente avevano opinioni più positive verso gli USA, come Spagna e Italia, la percentuale si aggira sotto il 50 %. Secondo un sondaggio del European Council on Foreign Relations (ECFR) in 11 stati membri UE + Svizzera e Regno Unito, la maggioranza ora vede gli Stati Uniti non più come un vero “alleato”, ma piuttosto come un “partner necessario”. Il Canada è l’esempio più eclatante del cambio di umore della popolazione: abituati a considerare gli USA come un benevolo fratello maggiore, dopo la dichiarata volontà di Trump di “annettere” quel paese è partito un movimento di massa molto seguito per boicottare qualunque prodotto americano. Il cambio di atteggiamento è ancora più evidente dai risultati di indagini condotte nel Sud-est asiatico ove il problema è aggravato dal possibile dualismo Cina-USA. Dentro l’ASEAN (è un’area di – quasi – libero scambio che raggruppa 10 Paesi del sud-est dell’Asia) alcuni Stati sono da sempre allineati con gli Stati Uniti, altri sono più vicini alla Cina ma la maggior parte di loro sta cercando di barcamenarsi tra le due potenze per ottenere i massimi benefici da entrambi. Le Filippine, Singapore e l’Indonesia propendono verso gli USA, Myanmar, Cambogia, Laos e Brunei hanno rapporti migliori con Pechino. Nonostante questi allineamenti sono stati costanti per molti anni, nel periodo 2010-2024 si sono visti cambiamenti politici ed economici che hanno portato i primi ad accentuare gli scambi con la Cina. Tra le opinioni pubbliche i cambiamenti sono più evidenti. Un sondaggio ISEAS-Yusok Ishak Institute (un ente di ricerca che dipende dal Ministero dell’Educazione di Singapore) condotto nel 2024 ha rilevato che su 2mila intervistati appartenenti al mondo accademico, ai locali think-tank, alla società civile, ai media, ai governi e alle organizzazioni regionali, più della metà ritiene che l’ASEAN dovrebbe scegliere nettamente la Cina rispetto agli Stati Uniti. Un anno prima il 61% degli intervistati dava la risposta opposta. È pur vero che nonostante la Cina cresca, nessuno è attualmente disposto a rinunciare a rapporti ottimali con gli USA, ma se tra le due potenze i rapporti dovessero aggravarsi, come reagiranno quei Paesi qualora fossero costretti a scegliere? Nello scorso aprile il primo ministro di Singapore si è detto convinto che la “nuova normalità” sarà quella che vedrà “l’America fare un passo indietro dal suo ruolo tradizionale di garante dell’ordine e poliziotto del mondo. L’allora ministro della Difesa Ng Eng Hen aveva poco prima affermato che l’immagine di Washington nella regione era cambiata da “liberatore a grande disgregatore a proprietario che vuole riscuotere l’affitto”. Certamente, la volontà di Trump di imporre nuove tariffe doganali a tutti i Paesi del sud-est asiatico, sia agli “amici” sia agli “incerti” sia ai “nemici” sta facendo il gioco della Cina che si è precipitata a mandare in tutti i Paesi dell’area i propri diplomatici per stringere nuovi rapporti ed estendere quelli già esistenti. Trump ha anche minacciato l’Indonesia di dazi al 100% per aver aderito ai BRICS e minaccia di fare lo stesso a Malesia, Tailandia e Vietnam che hanno manifestato il desiderio di unirsi anche loro a quell’organizzazione. Ha minacciato anche l’India invitandola a non comprare più petrolio russo. Anche se le negoziazioni bilaterali di Trump dovessero raggiungere risultati di comune accordo sulle tariffe, sarà difficile per i governi dell’ASEAN (e per tutti gli altri) dimenticare quanto successo e saranno maggiormente invogliati a valutare le possibilità di alternative.

– Parte 1: “Usa: esplode il debito e tramonta il “sogno americano””.

– Parte 2: “Cina. La Sco e la parata di piazza Tien An Men: nonostante l’occidente”.

– Parte 3: “Gli Usa, la guerra… e l’Italia”.

– Parte 5: “L’occidente dei guerrafondai”.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.